LA SICUREZZA DEI PORTI: OBIETTIVI STRATEGICI DEL TERRORISMO INTERNAZIONALE

di Massimo Lisi

 

Alla stessa maniera in cui lo sono gli aeroporti da molti anni, sopratutto dopo l’11 settembre 2001, anche i porti dovrebbero essere dotati di dispositivi di sicurezza particolari, che ad oggi spesso mancano. Gli aeroporti devono provvedere alla scoperta di minacce e alla difesa attiva e passiva da queste su due dimensioni –  quella terrestre e quella aerea – e ne hanno i mezzi necessari, come ad esempio varchi controllati, vigilanza fissa e mobile (check point e pattuglie), torri di controllo.

 

I porti, invece, hanno una difficoltà in più, poiché devono anche tener conto della dimensione marittima, considerata sia al di sotto che al sopra della sua superficie. I porti possono essere attaccati via terra e aria con gli stessi sistemi utilizzati per gli aeroporti: infiltrazione umana di terroristi suicidi o di gruppi armati (ad esempio, l’attacco all’aeroporto di Fiumicino in dicembre 1985), forzamento con veicoli armati o autobombe (attacco al Battaglione US Marines all’aeroporto di Beirut del 23 ottobre 1983), attacchi con droni, attacchi con velivoli sequestrati. Non occorre dilungarsi sulla protezione degli aerei civili, in quanto, dopo gli episodi dell’11 settembre 2001, il tema è ormai noto anche ai non esperti in materia di sicurezza. La protezione degli aerei da trasporto passeggeri civili è assicurata, infatti, da imponenti misure di sicurezza detettive che da molti anni ormai sono state installate negli aeroporti, come ad esempio l’identificazione dei passeggeri e il controllo dei loro bagagli, la proibizione di portare nel bagaglio a mano particolari oggetti e sostanze (taglienti, liquidi infiammabili e caustici ecc.).

 

Ad oggi, benché l’ONU preveda standard comuni severi e precisi, i porti nazionali non si sono ancora completamente adeguati. Particolari misure di sicurezza dovrebbero essere applicate alle zone dei porti  nel cui sedime (area coperta di interesse) sono stati impiantati depositi di stoccaggio di carburante o addirittura laboratori di trasformazione e raffinerie. Un attentato in quelle aree avrebbe conseguenze devastanti per tutto il circondario e porterebbe danni alla salute della popolazione oltreché all’economia e all’ambiente. Per quanto attiene la dimensione marittima, inoltre, il problema della scoperta di minacce e della relativa difesa si fa ancora più complesso: un mezzo nautico a pilotaggio remoto, benché visibile al radar, non può essere immediatamente identificato come tale, perché può essere scambiato per un comune natante da diporto. Ancor più difficile è individuare la minaccia subacquea, poiché oggi è facile poter acquisire mini-sommergibili anche a pilotaggio remoto. Ulteriori difficoltà sono rappresentate dalla difficioltà di scoprire l’avvicinamento di sommozzatori   in tempo utile per l’applicazione di adeguate contromisure per la loro azione terroristica.

 

Per quanto riguarda l’identificazione sicura di un natante di superficie a pilotaggio remoto, possibile veicolo di azione terroristica, il sistema migliore sarebbe quello di obbligare tutti i possessori di tali mezzi, privati o commerciali, a dotarsi di un sistema di riconoscimento elettronico analogo all’IFF montato sugli aerei. Per i natanti subacquei a pilotaggio remoto, posto che in alcuni porti esistono boe idrofoniche per la scoperta dei sommergibili, occorrerebbe studiare appositi dispositivi che ricononoscano e monitorizzino tali mezzi a distanza opportuna dal porto. Per i sommozzatori, invece, potrebbero essere applicate le stesse misure di sicurezza e procedure che vengono messe in atto dalle navi da guerra quando sono soggette a minaccia di attacchi di incursori navali: sistemi di disturbo passivo (emissione di forti rumori subacquei, eventuale posizionamento di reti di protezione); ispezione periodica della carena da parte di sommozzatori.

 

In aggiunta a quanto già detto, si sottolinea l’importanza dell’azione di intelligence marittima: vettori navali di grande tonnellaggio che trasportano sostanze pericolose (petroliere e gasiere) devono essere necessariamente monitorizzate e successivamente ispezionate da appositi team ispettivi a distanza considerevole dal porto, poiché l’esplosione di una gasiera anche a qualche chilometro di distanza potrebbe causare danni distruttivi notevoli a porto e città.

 

Finora abbiamo parlato della difesa dell’infrastruttura portuale, ma non dobbiamo dimenticare che la minaccia può essere portata a termine anche su una unità navale commerciale lontano dal porto di origine. Pertanto, l’imbarco di tutti i passeggeri dovrebbe essere controllato con le stesse misure in vigore negli aeroporti. Altrettanto dovrebbe essere fatto per l’imbarco dei container e dei veicoli come tir e autocisterne. A questo proposito, esistono appositi impianti che, stazionando su opportuni varchi, riescono a individuare rapidamente la presenza di esplosivi a bordo di automezzi ruotati. Sarebbe auspicabile che questi impianti fossero resi obbligatori in tutti i porti. 

 

Infine, ad oggi, spesso, si discute sull’opportunità di accogliere o meno barconi carichi di migranti, facendo riferimento a loro come possibili terroristi. Il concetto non è del tutto sbagliato, a prescindere dalle considerazioni umanitarie ed etico-morali, ma si fa presente che i presunti terroristi rappresenterebbe una minaccia di piccola portata, perché al massimo potrebbero essere dotati di armi individuali di piccole dimensioni o di cinture esplosive. Il discorso può essere allargato, invece, al fatto che i terroristi potrebbero essere manovali o ideologi di cellule già esistenti sul territorio, ma in questo caso di tratterebbe di azioni terroristiche a medio e lungo termine.

 

 

Già Vice Comandante del Battaglione Sam Marco, ha svolto incarichi presso il Ministero degli Affari Esteri ed Eurofor. Esperto di NBC, è Vice Presidente  della sezione di Firenze dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci.

LO STATO INTERALLEATO DELLA TRACIA OCCIDENTALE, 1919-1920

di Vittorio Vogna

 

La creazione dello Stato interalleato della Tracia occidentale (1919-1920) con la sua originalità e brevità di esistenza marca la sua funzione di soluzione provvisoria di un problema complicato e di difficile soluzione, che ha implicazioni politiche e di sicurezza anche nell’attuale scenario contemporaneo, in particolare per quanto riguarda i difficili rapporti tra Grecia e Turchia, entrambi Paesi membri della NATO.

 

Fu subito conteso da greci, bulgari e indirettamente dagli ottomani che avrebbero voluto appropriarsene. Il suo stesso governo, presieduto da un generale francese e formato da persone di sei nazionalità diverse, cercava di farlo annettere ora ad uno Stato ora ad un altro. Era chiaro che l’annessione a una delle nazioni confinanti di questa piccola entità artificiale, abitata da popolazioni di etnie diverse (come la maggior parte dei paesi balcanici), avrebbe inevitabilmente spinto alla ribellione quelle escluse, causando una grave instabilità politica nella zona [1]. Quindi le soluzioni, secondo i dettami dell’epoca, erano due: o si effettuava uno scambio di popolazioni o si prometteva l’eguaglianza e si cercava di convivere pacificamente. Nel caso della Tracia, all’inizio fu adottata la seconda, che però non assicurò la pace per molto tempo.

 

In definitiva, questo piccolo Stato, che in realtà altro non era se non un protettorato degli alleati, aveva la funzione di evitare rivolte e massacri, peraltro già avvenuti non molto tempo prima, nonché assicurare alla zona un governo, un’amministrazione e più in generale un’unità politica. Era naturalmente destinato a scomparire presto per essere annesso alla Grecia o alla Bulgaria. La lotta fra i due Stati fu senza esclusione di colpi e, senza la presenza del governo interalleato, più di una volta si sarebbe potuto fare ricorso alle armi. Le decisioni prese in quel periodo sono ancora oggi visibili nella odierna città di Komotini [2] e nei paesi circostanti. Si possono infatti vedere moschee e chiese cristiane, minareti e campanili, ortodossi o armeni gregoriani. Fino agli anni novanta del Novecento anche una sinagoga. Difatti, pur appartenendo alla Grecia, la Tracia occidentale ha conservato molto della sua antica immagine che lo Stato interalleato ha avuto il compito di preservare.

 

La Tracia Occidentale dal 1919 al 1920

 

Con la fine della prima guerra balcanica il 30 marzo 1913, le frontiere dell’impero ottomano si spostarono ancora una volta a est, lungo il fiume Evros, mentre tutti i territori a ovest furono ceduti agli alleati balcanici. La questione della spartizione della Macedonia e della Tracia portarono a una nuova guerra, questa volta tra gli stessi ex alleati. Fu in questa occasione che, nel giugno del 1913, l’esercito greco entrò nei territori della Tracia, fino ad allora occupati dai bulgari. La seconda guerra balcanica si concluse con la totale sconfitta della Bulgaria e la firma del trattato di Bucarest del 10 agosto 1913. Così la Serbia occupò la Macedonia del nord (il Kosovo), la Grecia la città di Salonicco, l’Epiro meridionale con la città di Ioannina e il porto di Kavala con quasi tutto l’entroterra. Le furono concesse tutte le isole dell’Egeo eccetto il Dodecaneso appartenente all’Italia, e le isole di Imvros e Tenedos [3]. La Tracia occidentale fu assegnata ai bulgari come sbocco sull’Egeo con il porto di Dedeagach [4]. Di conseguenza, pochi giorni dopo la firma del trattato, le truppe greche si ritirano dalla Tracia e da Ghiumuldjina.

 

È in questo lasso di tempo che si verifica un fatto curioso che darà vita alla prima repubblica turca, precedente di circa dieci anni quella di Kemal Ataturk. Subito dopo la ritirata delle truppe greche, la popolazione di Ghiumuldjina cacciò le truppe bulgare [5] giunte a occupare il territorio e, affiancate da truppe ottomane, crearono la cosiddetta “Repubblica di Ghiumuldjina” o “governo provvisorio della Tracia occidentale” [6]. Il 25 settembre 1913 la “repubblica” dichiarò ufficialmente e unilateralmente la propria indipendenza e adottò il nome di: “governo indipendente della Tracia occidentale” [7].

 

Essa comprendeva l’area tra i fiumi Evros a est, Nestos a ovest, i monti Rodopi nel nord e il mar Egeo a sud. Il suo territorio era di circa 8.600 km². La popolazione, per approssimazione, era di 500.000, di cui il 50% (250.000) greci e il resto turchi, pomacchi, zingari, armeni, ebrei e bulgari.

 

Non appena dichiarata l’indipendenza, il governo provvisorio determinò i confini del paese, istituì una bandiera che innalzò sugli edifici governativi, commissionò un inno nazionale, creò un esercito, i propri francobolli e passaporti, preparò il bilancio del nuovo paese e soprattutto scrisse una costituzione ispirata ai principi dei giovani turchi [8]. Per tale motivo non fu mai riconosciuta dall’impero ottomano, non ancora pronto a principi democratici. Il sostanziale allontanamento degli ottomani risulterà a breve fatale alla giovane repubblica [9]. Un cittadino ebreo, Samuel Karaso, fu incaricato dal governo di creare una agenzia stampa ufficiale e la pubblicazione di un giornale chiamato Müstakil (Indipendente) redatto in lingua turca e francese.

 

Alla fine, il trattato di Costantinopoli, stipulato tra Turchia e Bulgaria il 16 settembre 1913, rimosse gli ultimi ostacoli per l’occupazione militare della regione, e le forze bulgare entrarono nuovamente in città nel mese di ottobre. Questa rivolta autorizzò il governo bulgaro ad attuare una politica di eliminazione soprattutto della popolazione di etnia greca. Così molti greci della Tracia conobbero la morte o l’esilio. Alcuni degli abitanti furono trasferiti in Bulgaria, altri imprigionati mentre altri ancora riuscirono a fuggire in Grecia. Da allora e per anni i greci saranno assenti a Ghiumuldjina, salvo due famiglie che avevano però la cittadinanza austriaca [10]. Così terminò la prima esperienza repubblicana turca, durata 53 giorni appena.

 

A parte questa parentesi repubblicana, gli anni dal 1913 al 1919 sono caratterizzati da continui sforzi da parte della Bulgaria per il consolidamento dell’occupazione della Tracia. A tal fine, nel 1914 si allea alla Germania e all’impero austroungarico, che le promettono il mantenimento della Tracia, Macedonia e il primato nei Balcani. Un accordo con il terzo alleato, l’impero ottomano, stipulato nel 1915, cancella le rivendicazioni bulgare sulla Tracia orientale.

 

Nel settembre del 1918, dopo la disfatta degli eserciti tedesco e bulgaro, la Bulgaria chiese una tregua separata con l’Entente, firmata il 17 settembre 1918 a Salonicco. Fu costretta a ridimensionarsi entro i suoi confini precedenti il trattato di Bucarest mentre gli eserciti alleati entrarono nel suo territorio occupando in breve i Balcani. Nella regione della Tracia occidentale si insediarono le forze francesi e inglesi. Parallelamente fu imposto un ufficioso controllo interalleato.

 

Più tardi, dopo la resa della Germania, ed entro i limiti delle grandi trattative per la pace che incominciarono nel gennaio del 1919 e che durarono un anno, fu firmato a Neuilly, nel novembre del 1919, il trattato di pace separato con la Bulgaria. Questa fu costretta a cedere agli Alleati tutti i territori annessi dal 1913 in poi, rinunciava a ogni diritto acquisito in Tracia occidentale e dava il suo consenso a priori a tutte le decisioni prese in futuro dagli Alleati.

 

Si creò così quell’originale staterello che passerà alla storia col nome di Thrace Interalliée o “Tracia Interalleata”. Il sistema di governo fu istituito dal generale delle forze alleate in Oriente Franchet d’Esperey‚ che nominò come suo rappresentante il generale francese Charles Antoine Charpy e come capitale la città di Ghiumuldjina.

 

La Tracia fu allora evacuata dall’esercito bulgaro rimanente nonché da tutti i sistemi di governo importati dalla Bulgaria. In poche parole venne ufficialmente messa la parola “fine” alla dominazione bulgara. I francesi crearono tre nuove province: Xanthi, occupata dall’esercito greco, Ghiumuldjina, occupata dai francesi e Karaağaç (oggi in Turchia europea), occupata da francesi, inglesi e italiani.

 

Coloro che hanno cercato di studiare i sistemi sociali in Tracia dal 1919 in poi si sono trovati di fronte a un problema che rendeva quasi impossibili i loro studi: la quasi totale mancanza di dati [11]. In ogni caso è certo che all’epoca erano presenti in Tracia le caratteristiche delle società inglobate nell’impero ottomano [12] che conservò il sistema feudale precedentemente in vigore. Con la caduta dell’impero bizantino e la sua sostituzione da quello ottomano si verificarono in Tracia dei cambiamenti molto profondi; la sostituzione della classe dominante ottomana a quella bizantina e la sostituzione della religione musulmana a quella cristiana-ortodossa quale religione di Stato. Quindi della vecchia popolazione cristiana rimasero solo i contadini poveri e il clero, solo più tardi, per via delle esigenze della vita e della ripresa della popolazione, tra il XVII e XVIII secolo, si vennero a formare altri strati sociali cristiani.

 

Infatti, saranno proprio questi che un secolo più tardi seguiranno la rivoluzione greca del 1821 e che porteranno lo sviluppo economico in Tracia. Si verranno a formare nuovi mestieri e un po’ più tardi delle corporazioni come quelle dei sarti, calzolai, falegnami e muratori. Seguiranno quelle dei piccoli commercianti, braccianti e allevatori, in continuo movimento per assicurarsi i pascoli. Studi più approfonditi hanno dimostrato l’esistenza di una specie di capitalismo popolare sorretto dall’abbondanza delle materie prime e della manodopera nella zona. I sistemi di proprietà collettiva dei mezzi di produzione ricordano il metodo di autogestione delle unioni artigianali o agricole moderne.

 

Oltre all’etnia greca, esistevano anche quella armena, ebrea e levantina, la popolazione ottomana e pommaca. I bulgari arrivarono in tempi relativamente più recenti. Gli armeni erano presenti in zona fin dai tempi di Giustiniano e assieme agli ebrei, giunti successivamente [13], controllavano gran parte del commercio. Con la nuova situazione politica incominciò il rimpatrio dei greci scappati o deportati che diede il via alle lotte diplomatiche di Venizelos che, per mezzo del suo inviato in Tracia Charisios Vamvacas, si adoperò per il ritorno della popolazione greca e per l’annessione della Tracia allo Stato greco. Parallelamente, anche i bulgari, per mezzo del primo ministro Aleksandăr Stambolijski, incominciarono a mobilitarsi per una nuova annessione al fine di riassicurarsi il perduto sbocco sul Mediterraneo.

 

La Grecia nominò come suo rappresentante presso il nuovo Stato Vamvacas, mentre la Bulgaria nominò Gregof. Vamvacas si mise subito all’opera convincendo il generale Charpy a istituire un “consiglio datore di consigli”, che presto si trasformò nel “consiglio governativo”. Le difficoltà sollevate a questo progetto da parte dei componenti del movimento dei giovani turchi vennero subito stroncate dalla frase pronunciata dal generale: Monsieur Vamvacas est mon ami [14]. Quel consiglio prese il nome di Conseil Suprême. Fu formato da cinque greci, cinque ottomani, due bulgari, un armeno, un ebreo e un levantino. Il numero dei rappresentanti era proporzionato all’etnia di appartenenza. I loro nomi ben rappresentano il quadro etnico dell’epoca: Emanuele Dumas, Stalios, Formozis, Lamnidis, Alessio Papathanasis per i greci; Tefik, Nedim, Hafus, Salik, Kemal, Osman per gli ottomani; i bulgari Gheorghief e Duskov; l’armeno Rupen, l’ebreo Carasso e il levantino Banetti. Vamvacas scrisse delle sue prime impressioni in Tracia:

 

Appena arrivato a Ghiumuldjina, mi presentai al Generale Charpy che trovai nel suo ufficio intento a stendere il piano del Governo della Tracia. Chiese la mia opinione. Fu un momento di grande tensione, gli esposi con tutta sincerità le mie opinioni sull’eguaglianza politica e sui diritti di tutte le popolazioni di nazionalità diverse, sui diritti di partecipazione al governo di ognuna in proporzione al proprio numero ma, contemporaneamente, in base alle loro capacità etiche e culturali per il bene collettivo. Ero a conoscenza che in base a ciò la vittoria sarebbe stata nostra. Senza discutere molto su questo argomento finì coll’affidarmi questo incarico. Gli assicurai che sarebbe stato breve e semplice, perché ci vuole rapidità e i militari vogliono opere e non testi voluminosi. Fu completamente d’accordo … Mi avvicinai verso la mia abitazione provvisoria, una vecchia casa armena appena abbandonata dai Bulgari, senza finestre e con soli mobili, una stuoia, un materasso di paglia, un tavolo e una sedia, vale a dire un contenitore di latta pieno di petrolio. Là, con la luce di una piccola lampada, fu preparata la prima struttura governativa della Tracia Occidentale, in sole quattro pagine, con sei sotto – amministrazioni, senza avere in mezzo dei prefetti, ma sotto la diretta giurisdizione del Governatore Generale, che all’epoca era il Generale Charpy. In questo documento, lasciai intendere che i posti delle sotto-amministrazioni di Dedeagach, Ghiumuldjina e Karaağaç dovessero essere occupate da Greci … Il mattino dopo il Generale francese fu perfettamente d’accordo con il mio piano” [15].

 

Tra le prime incombenze della nuova amministrazione vi fu l’osservanza delle clausole del trattato di Neuilly. Tra queste la questione dell’allontanamento degli ufficiali e funzionari bulgari rimasti in Tracia. Nonostante le cariche più alte fossero state rimpatriate e sostituite da ottomani, greci e armeni, molti funzionari bulgari dei gradi più bassi mantennero il loro posto nell’amministrazione del nuovo Stato. La protesta del generale greco Leonardopulos non si fece attendere. I bulgari rimasti furono accusati di promuovere propaganda bulgara presso i funzionari francesi dell’apparato amministrativo. Il generale greco, appellandosi al trattato di Neuilly ne chiese l’immediato rimpatrio.

 

Il primo compito assunto da Vamvacas fu di aiutare il ritorno della popolazione greca. Il rimpatrio dei greci fu una delle questioni più spinose e fu causa di vivaci contrasti tra greci e francesi. I primi, fin dall’autunno del 1919 promuovevano il rimpatrio dei fuggitivi mentre i francesi rallentavano chiedendo ai greci una lista dettagliata e completa di chi aveva diritto al rimpatrio [16]. Alla fine il processo ebbe inizio e per molti giorni le ferrovie brulicarono di treni che trasportavano le famiglie costrette pochi anni addietro a espatriare. I primi rimpatriati furono subito mobilitati da Vamvacas per aiutare il rimpatrio degli altri concittadini. Entro il mese di gennaio del 1920 furono rimpatriate 5.000 persone, entro aprile, 21.000.

 

Subito dopo il rimpatrio dei greci, un altro successo della politica di Vamvacas fu l’elezione del greco Apostolos Sourou a presidente della camera di commercio centrale della Tracia occidentale. A questa elezione gli unici a reagire furono i bulgari mentre ebrei, armeni e ottomani, in questo non condizionati dai giovani turchi, la videro di “buon occhio”. Il passo successivo fu far eleggere un greco quale presidente dei quindici membri del consiglio politico supremo della Tracia interalleata.

 

Fino a quando non fosse stato eletto il presidente, la prima seduta sarebbe stata presieduta dal generale Charpy. I bulgari e i giovani turchi imposero ai loro di votare per il candidato bulgaro Gheorghief. Così i bulgari erano convinti di avere assicurati sette voti (cinque ottomani e due bulgari) e cercarono con ogni mezzo o di assicurarsi l’ottavo voto oppure di ottenere due schede bianche, quelle armena ed ebrea. Pensavano così di lasciare la parte greca con i suoi cinque voti. Vamvacas invece riuscì a convincere il rappresentante armeno, ebreo e due dei cinque ottomani a votare per il candidato greco Emanuele Doucas di Karagach, di nazionalità francese. In quanto cittadino francese, anche il levantino Banetti fu felice di votare per Doucas.

 

La prima seduta del consiglio politico supremo si riunì la domenica del 22 marzo 1920, con presidente provvisorio Charpy. Tra gli argomenti da discutere vi fu anche l’elezione di una commissione di aiuto per il presidente. Dalla votazione risultarono: dieci voti per il candidato greco (cinque greci, due ottomani, uno armeno, uno ebreo e uno levantino) mentre per il candidato bulgaro cinque (due bulgari e i restanti tre ottomani). Per l’elezione della commissione, composta da quattro membri furono eletti due greci, uno ottomano (uno dei due che avevano votato per Doucas) e uno bulgaro.

 

Da allora in poi incomincia la fine della vita di questa piccola entità artificiale. A Parigi era già incominciata la lotta fra greci, bulgari e ottomani per la Tracia. Le carte vincenti della partita furono presentate dalla Grecia ed erano la presenza dei due presidenti greci in Tracia occidentale: il presidente della camera di commercio centrale e il presidente del consiglio politico supremo. Si riuscì in tal modo a dimostrare che la popolazione più numerosa era quella greca. A validare tale affermazione aiutarono anche i registri ottomani del periodo 1870-1878 delle statistiche etnologiche riferiti al vecchio vilayet della Tracia e che riportavano i seguenti numeri: 264.471 greci, 223.477 turchi ottomani, 60.778 bulgari, mentre ebrei e armeni non superavano i 20.000 [17].

 

I bulgari e i musulmani, vedendo che stavano perdendo la partita, pensarono di reagire con le armi, spalleggiati da partigiani bulgari e nazionalisti ottomani che, infiltratisi nel territorio della Tracia interalleata, promossero l’idea dell’autonomia permanente della regione. Tra questi, gli ufficiali ottomani Caffer Tayar (che peraltro era il rappresentante di Kemal in Tracia) e Ismail Haki Bey e il partigiano bulgaro Simeon Georghiev [18].

 

Vamvacas però, ricordò ai turchi le sofferenze che dovettero subire dal 1913 al 1919 da parte bulgara. In un altro momento ancora, bulgari e giovani turchi furono “rincuorati” dalla presenza in Tracia occidentale del generale turco Jofir Tajar. A queste tensioni intervenne il generale Charpy che cercò di calmare provvisoriamente la situazione, non come generale francese ma attraverso le istituzioni del governo interalleato. Il tutto però era già stato deciso dalla Conferenza della Pace ancora dal mese di aprile a San Remo. La Grecia aveva vinto e aveva ottenuto sia la Tracia occidentale o “Interalleata” sia la Tracia orientale salvo Costantinopoli che per il momento era sotto l’occupazione interalleata. D’Esperey ne era a conoscenza fin dalla fine di aprile del 1920. Il 30 aprile 1920 Vamvacas avvisò il generale greco Zimvrakakis che il generale Charpy aveva ricevuto un telegramma dal suo superiore d’Esperey‚ nel quale gli veniva ordinato di consegnare la Tracia occidentale ai greci. Il 10 maggio veniva reso noto, ufficialmente ormai, a Charpy e a Zimvrakakis che il 14 maggio 1920 Ghiumuldjina sarebbe stata consegnata alla Grecia. Lo stesso giorno, ad Atene, Venizelos, presa la parola al Parlamento, disse tra gli applausi generali della sala:

 

Signori Senatori, ho l’onore di rendere noto al Parlamento che l’Esercito Nazionale partito da Xanthi ha occupato nella sua totalità la Tracia e parte di esso si trova già nella periferia di Adrianopoli, la città di Karaağaç. L’occupazione della Tracia Occidentale si è svolta in ordine e senza provocazioni. Sono certo che dopo questo successo verrà completata col tempo anche l’avanzata nel resto della Tracia Occidentale fino ai limiti a noi concessi dal Trattato. In questo momento sento il dovere di fare le congratulazioni del Governo al Comandante, gli ufficiali, i sottufficiali ed i soldati dell’Esercito Nazionale” [19].

 

Come da programma, all’alba del 14 reparti greci stazionati nelle vicinanze si mossero verso la città. Alle 10 del mattino, il generale di divisione Leonadopoulos, alla testa della Nona Divisione, entrò a Ghiumuldjina. Il generale Charpy assistette, al fianco di Vanvakas all’ingresso dei greci tra le ovazioni della folla, ormai da “semplice” militare. A breve avrebbe lasciato la Tracia, seguito dalle truppe francesi. Il 14 maggio del 1920 terminò l’esistenza della Tracia interalleata, iniziata nell’ottobre 1919.

La questione della Tracia Interalleata nella diplomazia internazionale

 

Il 30 dicembre 1918, nel corso delle trattative sulla pace a Parigi Eleftherios Venizelos, rappresentante del governo greco, chiese agli alleati l’espansione territoriale della Grecia. Tra gli altri territori chiese la Tracia occidentale e orientale. Le sue rivendicazioni su quel territorio erano basate sulle tavole statistiche del 1910 dei vilayet di Adrianopoli e Costantinopoli; greci: 730.822; ottomani: 956.425; bulgari: 107.843; armeni, ebrei e altri: 404.556 [20].

 

Le rivendicazioni greche sulla Tracia riguardavano la zona geografica compresa tra una linea retta che incominciava dalla cima del monte Kula, proseguiva parallelamente al fiume Arda fino ad Adrianopoli e seguiva il fiume Tunza fino al punto ove incontrava i confini bulgaro – ottomani del 1913 e da lì proseguiva fino a Santo Stefano. All’inizio i diplomatici inglesi, francesi e americani decisero di consegnare la Tracia occidentale alla Grecia nella sua totalità, con la condizione che essa avrebbe concesso alla Bulgaria uno sbocco di natura economica sull’Egeo nei porti di Dedeagach, Kavala o Salonicco.

 

Gli alleati furono d’accordo sulle rivendicazioni greche in Tracia orientale ma ci fu un improvviso mutamento di decisione da parte degli statunitensi nel marzo del 1919. Gli italiani, inoltre, appoggiando le rivendicazioni bulgare complicarono lo sviluppo delle trattative (luglio del 1919). Gli Stati Uniti, quindi, chiesero che la Tracia occidentale divenisse bulgara. Il 29 luglio, dopo la firma degli accordi Venizelos-Tittoni [21], l’Italia riconsiderò la sua posizione in merito alla Tracia. L’accordo italo-greco fece in modo che la proposta britannica per una Tracia indipendente (agosto del 1919) fosse annullata per proposta americana.

 

Alla proposta britannica seguirono una francese, (con allegata una proposta di costruzione di una linea ferroviaria Dedeagach-Adrianopoli), un’altra statunitense, parzialmente accolta dalla Grecia. Verso la conclusione delle trattative sulla Tracia, all’ultimo momento lo stesso presidente Wilson propose la cessione alla Grecia della zona Xanthi-Ghiumuljina, (solo un ottavo della Tracia occidentale), mentre il resto della Tracia nord-occidentale sarebbe stato consegnato alla Bulgaria. La parte sud-occidentale e orientale avrebbero fatto parte dello Stato di Costantinopoli. La proposta americana fu scartata da francesi e britannici mantenendo la questione insoluta fino al maggio del 1920. Il Trattato di Sèvres del 10 agosto 1920 decretò che le due regioni passassero alla Grecia. Il nuovo confine greco-turco si spostò a soli 35 chilometri da Costantinopoli. Di conseguenza, la Turchia europea si ridusse a soli 2.000 chilometri quadrati di estensione.

 

Conclusioni

 

La storia della Tracia non finisce qua. Con il trattato di Losanna del 1923 la parte orientale fu consegnata alla nuova Turchia di Kemal Ataturk e, fino agli anni ’90 del XX secolo seguiranno fasi di occupazione, rivolte e dimostrazioni pacifiche e non sia nella Tracia occidentale sia in quella orientale. Oggi, la regione geografica della Tracia è divisa in tre parti: la Turchia occupa la Tracia orientale, la Grecia la parte occidentale e la Bulgaria la Romelia orientale.

 

Quindi i trattati di Neuilly e Sèvres posero fine allo sbocco bulgaro sul mare Egeo. La Bulgaria rimetterà sul tavolo la questione negli anni della seconda guerra mondiale. Dal 1941 al 1944, a fianco delle potenze dell’Asse, occuperà nuovamente i territori della Tracia Occidentale, riapplicando politiche di bulgarizzazione della popolazione. Nel secondo dopoguerra la questione fu nuovamente intavolata a partire dal 1964 e ancora nel 1973 e 1989, anni di importanti accordi bilaterali. La fine del bipolarismo porterà agli accordi di Sofia del 1995 che decretarono l’apertura di nuovi passaggi e valichi sui confini dei due paesi, chiusi e militarizzati dopo la seconda guerra mondiale. Indicativo, in questo senso, la riapertura del valico di Makaza, a nord di Komotini che pone fine alla questione dello sbocco sul mare e lo consegna, almeno per il momento, alla storia.

 

L’altro aspetto che lo Stato della Tracia interalleata ci ha tramandato è la preservazione della multiculturalità della regione, presente sin dai primi tempi di Bisanzio. Nonostante la scomparsa delle comunità bulgara ed ebrea, in Tracia, oggi, sono presenti le comunità armena-gregoriana, musulmana, gli zingari e i pommachi. La città di Komotini e i villaggi vicini sono abitati da popolazioni composite, il che si può riscontrare anche dal punto di vista urbano. Le moschee sono a fianco delle chiese cristiane, di confessione greco-ortodossa o armeno-gregoriana. Il profilo delle città è caratterizzato dagli svettanti minareti e dalle morbide curve delle cupole delle moschee, madrase e imaret, oltre che dalle chiese cristiane ortodosse; il visitatore occasionale, ascoltando il potente richiamo alla preghiera del muezzin può, per un momento, avere l’impressione di trovarsi in Medio Oriente piuttosto che in Unione Europea. Tale impressione si rafforzerebbe visitando il mercato dallo spiccato sapore orientale e osservando le donne musulmane velate oppure i tipici caffè orientali. Insomma, le comunità hanno mantenuto le proprie tradizioni e le hanno traghettate nel nuovo millennio.

 

Dal punto di vista politico, tale multiculturalità ha sempre attirato l’attenzione della Turchia. Il consolato turco a Komotini è secondo per importanza solo all’ambasciata di Atene. L’occhio di Ankara è sempre rimasto vigile: tra le altre attività, ha agevolato gli studi dei musulmani di Tracia in Turchia. Negli ultimi anni l’attenzione turca è ancora aumentata con l’apertura di importanti istituti bancari turchi nella regione. La considerazione finale sorge quindi quasi spontaneamente: la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, un paese che sostanzialmente sta valutando la sua appartenenza all’Occidente o al mondo islamico, soprattutto alla luce delle recentissime tensioni, anche di natura territoriale, con la Grecia, che atteggiamento potrebbe assumere in merito alla Tracia occidentale?

 

 

NOTE

[1] Questa fu, nella sostanza, la posizione della rappresentanza statunitense presso la Conferenza della Pace. Nello specifico, la privazione della Tracia orientale occidentale e la conseguente perdita dello sbocco sul mare avrebbe causato una tale “amarezza” in Bulgaria da porre le basi di un futuro conflitto.

[2] Komotini è il nome che la città di Ghiumuldjina ha assunto dopo il 1920. Da ora in poi si farà riferimento nel testo con quest’ultima denominazione.

[3] Si decise di lasciarle alla sovranità ottomana in quanto si trovano proprio allo sbocco dei Dardanelli.

[4] L’odierna città di Alessandropoli in Grecia.

[5] Nell’ articolo di Le Petit Journal del 14 settembre 1913 si menziona che uomini donne e bambini armati di fucili e asce cacciarono le truppe bulgare atterrite.

[6] In turco ottomano: غربی تراقیا حكومت موقته‌سی (Garbi Trakya Hukumet-i Muvakkatesi); in greco: Προσωρινή Κυβέρνηση Δυτικής Θράκης (Prosorini Kyvernisi Dytikis Thrakis).

[7] In turco ottomano: غربی تراقیا حكومت مستقله‌سی (Garbi Trakya Hukumet-i Müstakilesi); in greco: Αυτόνομη Κυβέρνηση Δυτικής Θράκης (Avtonomi Kyvernisi Dytikis Thrakis).

[8] Secondo altri le leggi e i regolamenti ottomani furono approvati e applicati senza alcun cambiamento.

[9] La neonata repubblica, nel suo slancio repubblicano adottò dei principi politici che l’impero ottomano non poteva ancora accettare. Se la nuova entità fosse stata più “vicina” all’impero questo, oltre al riconoscimento, avrebbe potuto, in futuro e con condizioni politiche favorevoli, procedere alla sua annessione.

[10] Alcuni paesi furono risparmiati dalla deportazione. Maronia, Gratini e Cosmio, conservarono qualche traccia di popolazione greca.

[11] I bulgari bruciarono tutti gli archivi statali e parrocchiali che poterono trovare, sequestrato o distrutto i libri delle biblioteche. Ancora oggi molti libri e documenti della regione di Komotini e Xanthi si trovano negli archivi di Sofia.

[12] La Tracia ne farà parte dal 1361, epoca nella quale venne conquistata, fino al 1913 quando passò ai Bulgari.

[13] Si tratta principalmente di ebrei sefarditi, giunti dalla Spagna a seguito dell’espulsione del decreto dell’decreto dell’Alhambra del 1492. La comunità ebraica trace è stata annientata durante la shoah.

[14] I due si erano già conosciuti a Salonicco quando il generale era il Comandante della Commissione delle Forze Alleate in Oriente, con al capo il Generale in Capo Franchet d’Esperey. In ogni caso il filellenismo del generale francese fu sempre manifesto.

[15] Karkatselis Kostas, I Ensomatosi tis Thrakis stin Ellada, Chroniko tis Apeleuterosis, Komotini, 1991, pag. 12.

[16] Miranda Paximadopoulou-Stavrinou, I Ditiki Thraki stin exoteriki politiki tis Vulgarias, Gutemberg editore, Atene, 1997, pag. 60-61.

[17] Karkatselis K., op. cit., Komotini, 1991, pag. 16.

[18] K. A. Vakalopoulos, Istoria tou Voriou Ellinismou, Thraki, Adelfon Kyriakidi Editore, Salonicco, 1993, pag. 303.

[19] Karkatselis K., op. cit., Komotini, 1991, pag. pag 1.

[20] Petsalis-Diomidis N., Greece at the Paris Peace Conference (1919), Institute for Balkan Studies, Thessaloniki, 1978, pag. 345.

[21] L’Italia si impegnava ad appoggiare le rivendicazioni greche su Tracia, Epiro del nord e Dodecaneso (che avrebbe goduto di forti autonomie) eccetto l’isola di Rodi. In cambio la Grecia avrebbe appoggiato quelle italiane sulle questioni di Fiume, Trieste, Istria e Dalmazia, avrebbe ceduto alcuni territori in Asia Minore, fino ad allora contesi.

 

Vittorio Italo Vogna è docente di Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università di Gorizia. Esperto dell’area balcanica, ha collaborato attivamente come storico ed analista per l’Esercito Italiano in qualità di Ufficiale della Riserva Selezionata

LA LEADERSHIP ITALIANA SULLA “FORMAZIONE ALLA LEADERSHIP” DEL PERSONALE MILITARE DELL’UNIONE EUROPEA

di Cristiano Galli

 

Quando si parla di Unione Europea (UE) la sensazione iniziale, per i cittadini comuni, è spesso di confrontarsi con un organismo dai confini non chiaramente definiti, con un’organizzazione inutilmente complessa e incomprensibile. L’Unione Europea è data spesso per scontata e solo un’improvvisa sua mancanza sarebbe in grado di rigenerarne consapevolezza ed importanza. L’esistenza dell’Unione Europea nelle nostre vite è, con tutti i possibili connessi pregi e difetti, una caratteristica oggettiva della realtà che ormai ci circonda da più di mezzo secolo.

Mai come in questo momento l’UE nella sua forma collettiva, e gli Stati membri che la compongono nella propria dimensione individuale, hanno l’obbligo e la responsabilità di riflettere sulle motivazioni del passato, ma soprattutto di ri-pensare al proprio futuro. L’interesse individuale di ogni singolo Stato membro deve trovare il proprio punto di equilibrio con la naturale ed opposta tendenza derivante dall’esigenza di cooperare per l’interesse collettivo. Caratteristica tipica dei sistemi adattivi complessi di successo sta proprio nella capacità di integrare le dinamiche competitive (interessi individuali) con le dinamiche cooperative (interessi collettivi).

 

Il Servizio per l’Azione Esterna (European External Action Service) dell’Unione Europea rappresenta uno dei più recenti organismi attraverso il quale i Paesi membri hanno deciso di esercitare una funzione diplomatica comune e dare luogo ad un embrionale tentativo di esercitare una Politica Comune di Difesa e Sicurezza (Common Security and Defense Policy).

 

Nel 2013 è nato l’EUMTG (European Union Military Training Group), posto alle dipendenze del MS (Military Staff) del MC (Military Committee). Peraltro, dal prossimo 6 novembre, il prestigioso incarico di Presidente del Comitato Militare sarà assunto dal Generale Claudio Graziano, attuale Capo di Stato Maggiore della Difesa italiano.

 

L’EUMTG è stato creato con lo scopo di stabilire i criteri formativi del personale militare e civile da impiegare a supporto della Politica Comune di Difesa e Sicurezza (CSDP). In tale ambito, nel 2015, l’EUMTG ha stabilito una serie di “discipline per la formazione e l’addestramento” considerate quali “categorie funzionali che raggruppano tematiche in supporto delle capacità militari essenziali alla condotta efficace delle missioni ed operazioni militari della CSDP”. Contestualmente l’EUMTG ha ritenuto che gli Stati membri avrebbero potuto mettere a fattor comune le potenziali aree di eccellenza sviluppate individualmente, assumendo la guida di una particolare disciplina (Discipline Leader). Solo nella primavera del 2018 la particolare disciplina “Leadership e Management”, rimasta fino ad allora priva di candidature, su proposta del Capo di Stato Maggiore della Difesa italiano,  ha visto la nomina dell’Istituto di Scienze Militari Aeronautiche di Firenze quale “Discipline Leader” nell’ambito dell’EUMTG.

 

E’ iniziato così un progetto complesso e sfidante che vedrà la Difesa italiana impegnata nello studio di un modello di competenze trasversali di base (Core Soft Skills) essenziali al personale militare e civile impegnato nell’esercizio delle missioni ed operazioni sotto bandiera europea nel teatro globale.

 

La Difesa italiana parte già dal modello di ricerca consolidato e presentato con successo in seno alla Prima Conferenza Nazionale sulla Formazione alla Leadership dello scorso 20 giugno a Firenze (LTEM – Leadership Training & Educational Model). Il modello, che dovrà essere adattato e reso compatibile al contesto culturale ed alla specificità della natura operativa delle missioni dell’Unione, continuerà comunque a poggiare sulle solide basi scientifiche delle neuroscienze cognitive e sociali, delle scienze della complessità e dei sistemi adattivi complessi (CAS). Il processo si svolgerà in tre fasi. La prima fase (requirements) consisterà nell’analisi dei requisiti, da intendersi quale definizione delle competenze, attitudini e comportamenti da presidiare con l’attività formativa (competenze attese). La seconda fase (opportunities) consisterà nella mappatura delle attività formative di settore già svolte dai vari Stati membri e/o dagli organismi e strutture formative dell’UE. La terza ed ultima fase (analysis) consisterà nel confronto fra i requirements e le opportunities con la definizione di un Common Core Curriculum che copra tutte le esigenze formative del personale, dal livello politico-strategico, fino al livello tattico.

 

La leadership è un fenomeno complesso e solo attraverso la consapevolezza del funzionamento delle dinamiche complesse è possibile immaginarne un esercizio efficace. La capacità di esercitare intelligenza emotiva individuale e di gruppo, la consapevolezza cross-culturale, il decision-making neurale/strategico, la resilienza e l’adattività, sono solo alcuni esempi delle “core competencies” necessarie alla leadership del futuro.

 

La Difesa italiana ha ricevuto dall’Unione Europea l’importante e delicato incarico di farsi guida e catalizzatore per la creazione di un modello di formazione alla leadership sicuramente funzionale alla condotta efficace delle operazioni internazionali, ma potenzialmente anche utile alla formazione di dirigenti europei. Quei dirigenti che rappresenteranno un nuovo punto di partenza per favorire quell’equilibrio fra interessi individuali e collettivi tanto importante per la sopravvivenza ed il rilancio dell’idea stessa di Unione Europea.

 

LE GRANDI MANOVRE DELLA FEDERAZIONE RUSSA: ESERCITAZIONE VOSTOK 2018

di Sly

Lo scorso settembre ha avuto luogo, nei Distretti Militari Centrale e Orientale della Federazione Russa, l’esercitazione denominata “Vostok-2018”(“Восток 2018”). Come dichiarato dallo stesso Ministro della Difesa russo, il Generale Sergej Kužugetovič Šojgu, un’esercitazione di tale portata non veniva organizzata dai tempi delle manovre sovietiche del 1981, ovvero di “Zapad-81” (“Запад-81”) che, condotta a livello  strategico-operativo aveva visto la partecipazione delle Forze Armate sovietiche e dei Paesi parte dell’ex Patto di Varsavia. Lo spazio di manovra aveva riguardato i distretti militari bielorussi, di Kiev, dei Paesi baltici nonché le acque del mar Baltico.

 

Dal 1981, anno in cui l’Unione Sovietica destinò una percentuale significativa del proprio PIL alla difesa avendo a disposizione uno spazio geografico ben più ampio nonché un numero di personale di gran lunga superiore rispetto a quello attuale data anche la diversa tipologia di arruolamento, molte cose sono cambiate. “Vostok-2018” fa parte di questi cambiamenti. L’attività infatti è parte integrante del ciclo addestrativo avviato a seguito dei deficit rilevati durante un’ispezione condotta nel 2013 con l’intento di verificare lo stato di preparazione del personale militare russo. Le ispezioni venivano effettuate anche in precedenza ma i dati promulgati (quando tali) erano in genere poco affidabili e coprivano una scala che andava dal ‘più che soddisfacente all’ottimo’.

 

A partire dal 2015, invece, il Governo russo ha intrapreso una serie di esercitazioni a livello strategico nei distretti militari Centrale (“Центр-2015”), Meridionale (“Кавказ-2016”) e Occidentale (“Запад-2017”) in cui sono stati sperimentati nuovi programmi ed è stata testata l’efficacia delle metodologie formative applicate al personale. Il Ministero della Difesa, inoltre, desiderava testare la mobilità strategica, in particolare sulle lunghe distanze, pertanto, una percentuale significativa delle truppe è stata aviotrasportata dal Distretto centrale in ben 9 aree addestrative orientali.

 

Per quanto riguarda i costi, il Governo russo non ha diffuso notizie in merito. Unico dato certo è relativo ai fondi destinati all’attività, stanziati nella programmazione finanziaria 2018. Al contrario i numerici che fanno riferimento ai mezzi/materiali e al personale impiegato sono di notevole impatto: 297.000 personale militare, 1000 tra velivoli, elicotteri e Unmanned Air Vehicle (UAV), circa 36.000 carri armati e veicoli da trasporto della fanteria e circa 80 tra navi ed imbarcazioni della Marina Militare.

 

L’esercitazione, la cui parte di verifica della combat-readiness è cominciata già il 20 agosto 2018, si è svolta in due fasi:

  • 1° fase della durata di due giorni (11-12 settembre) in cui i Comandi Operativi Strategici Interforze dei Distretti Militari (Centrale e Orientale)e della Flotta del Nord hanno svolto l’attività di pianificazione, preparazione delle forze per la condotta delle operazioni di guerra, organizzazione delle azioni congiunte e di sicurezza generale. E’ stato quindi completato il dispiegamento delle forze sul teatro di operazioni Orientale e incrementato il numero delle forze della Marina Militare nelle zone marittime Nord ed Estremo Oriente e nella zona oceanica Nord-ovest;

  • 2° fase della durata di cinque giorni (13-17 sett. u.s.) in cui sono state condotte/realizzate le azioni precedentemente pianificate. I poligoni delle forze terrestri coinvolti sono stati 6: “Cugol”, “Bamburovo”, “Radyghino”, “Uspenovskij”, “Lagunnoje”, “Bičinskij”; 4 dell’Aeronautica e della Contraeerea: “Litovko”, “Novosel’skoje”, “Telemba”, “Buhta Anna”; infine lo spazio marittimo delle acque del Mare Giapponese, Mare di Bering, Mare di Ochotsk, Golfo Avacinskij e Golfo Kronotskij.

 

L’esercitazione ha inoltre offerto nuovi spunti di riflessione sull’allargamento dei rapporti militari bilaterali: per la prima volta infatti, hanno preso parte ad un ‘drill’ della Federazione Russa le forze terrestri dell’Esercito Popolare di Liberazione Cinese (circa 3.500 militari, 800 mezzi, 6 aerei e 24 elicotteri) e della Mongolia (di quest’ultima non sono stati diffusi i dati circa il personale impiegato). La Turchia, a cui è stato chiesto di essere parte attiva delle attività, ha declinato l’invito.Il personale straniero è stato convogliato nel poligono “Cugol” (“Цугол”), nella regione della Transbajkalia, dove peraltro sono state condotte le azioni caratterizzate da maggiore dinamicità in cui tre unità del Distretto Militare Orientale hanno combattuto a fianco dei cinesi e dei mongoli contro le forze del Distretto Militare Centrale. La presenza della Cina ha inoltre permesso alle forze russe di verificare in situ il proprio livello di preparazione, adattamento situazionale e risposta ai conflitti moderni: una sorta di manna dal cielo considerando che la Russia non ha avuto per decenni confitti su larga scala nei propri territori, non facendo ovviamente riferimento, alla crisi georgiana, alla guerra al terrorismo in Cecenia o, più in generale, le cosiddette Russian peacekeeping operations (John Mackinlay and Peter Cross “Regional peacekeepers. The paradox of Russian peacekeeping”, 2003, United Nations University Press).

 

Al fine di tutelare il proprio personale, evitare incidenti diplomatici e – perché no – buttare un po’ di fumo negli occhi di un occidente avido di regole e tutele, le attività si sono ovviamente svolte in una cornice legale supportata da due tipi di accordo multilaterale. Il primo, firmato dalla Repubblica Popolare Cinese, dalla Repubblica del Kazakistan, dalla Repubblica del Tagikistan e dalla Repubblica Kirghisa concerne il rafforzamento della confidence building in campo militare nelle zone di confine; il secondo, invece, sottoscritto anche questo a livello regionale (Repubblica di Corea, Repubblica Popolare Democratica di Corea, Repubblica Popolare Cinese, Giappone e USA), è relativo alla prevenzione degli incidenti dovuti ad attività militare in mare e nello spazio aereo.

 

 

Impatto internazionale dell’esercitazione

Con l’intento di dare una parvenza di trasparenza e per mantenere dei buoni rapporti con i Paesi membri del Patto Atlantico, dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) e dell’Unione Europea (UE), il Governo della Federazione Russa ha presentato i lineamenti dell’esercitazione “Vostok-2018” in sede di vari summit tra cui il 7° Consiglio Russia-NATO tenutosi a Bruxelles, nel mese di maggio  e l’888th OSCE Plenary Meeting of the Forum for Security Cooperation (4 luglio ). I membri delle sopramenzionate organizzazioni, insieme ai military attaché accreditati presso le ambasciate in territorio della Federazione (91 rappresentanti di 57 Stati) sono inoltre stati invitati alla presentazione ufficiale dell’esercitazione nonché al poligono “Cugol”  in qualità di osservatori.

 

E’ innegabile quanto l’esercitazione abbia avuto un forte impatto sulla comunità internazionale, essendo stata letteralmente uno showing up della forza militare russa, supportato da una sapiente propaganda mediatica che, a tratti, richiama quella dell’epoca sovietica, caratterizzata da una glorificazione delle Forze Armate, in cui si incarnavano i più alti valori dell’allora továrišč (compagno) russo e che erano la proiezione verso l’esterno di un potere militare specchio della potenza mondiale quale era l’URSS.

 

Il presente momento storico, come spesso accade, è pieno di contrasti che vedono un  ambiente politico internazionale fortemente preoccupato per l’espansionismo e l’aumento del potenziale bellico russo (che da comunque una buona giustificazione alla corsa agli armamenti, a grandi esercitazioni o allo schieramento delle truppe NATO o USA sul confine orientale della UE), ma ben poco per la situazione geopolitica regionale, dove la guerra civile nella regione del Donbass non accenna ad affievolirsi ma, non essendo pubblicizzata dai mezzi di comunicazione di massa, pare non esistere. In ultima analisi, Vostok – 2018 ha dato un assaggio del potenziale bellico russo ed ha avuto il merito di avvicinare militarmente e, di conseguenza, politicamente due grandi potenze mondiali del continente euro-asiatico.

AFGHANISTAN, LA DEMOCRAZIA CHE NON C’È

di Cristiana Era

 

Con tre anni di ritardo e fra mille difficoltà e polemiche, lo scorso 20 ottobre gli afghani sono tornati alle urne per il rinnovo del Parlamento. Le elezioni, che si sarebbero dovute tenere nel 2015, sono state più volte rinviate per contrasti tra le forze politiche dal Presidente Ashraf Ghani, con un decreto da molti giudicato incostituzionale. Ma l’annuncio dello scorso dicembre da parte della Commissione Elettorale Indipendente (Independent Election Commission – IEC) che fissava al 7 luglio 2018 la data per il rinnovo del mandato parlamentare e dei consigli distrettuali sembrava aver finalmente messo fine al lungo periodo di stallo istituzionale. Il deteriorarsi delle condizioni di sicurezza e i problemi logistici relativi alla registrazione dei votanti hanno, però, fatto slittare di altri tre mesi il ritorno alle urne, senza significativi cambiamenti. Così gli afghani si sono recati ai seggi in clima di terrore, in un Paese in cui solo poco più della metà del territorio è sotto completo controllo governativo, con la popolazione minacciata dalle forze talebane e dopo vari attentati che hanno fatto 10 vittime tra i candidati durante la campagna elettorale, oltre alla clamorosa uccisione del Generale Abdul Raziq a due giorni dal voto.

 

L’assassinio di Raziq, capo della polizia della provincia di Kandahar sopravvissuto a decine di attentati prima di questo, ha inferto un duro colpo alla legittimità e credibilità del governo Ghani con ripercussioni negative  sul morale della popolazione. Strenuo oppositore dei talebani e alleato forte degli Stati Uniti, Raziq era infatti riuscito a pacificare una delle province più problematiche dell’Afghanistan, storicamente un avamposto degli insorti, e a riportarla sotto il controllo delle forze governative, rafforzando i poteri e le presenza della polizia. Ma anche le forze americane ne subiscono le conseguenze: con la scomparsa di Raziq viene meno tutta una rete di informatori locali vitali per l’intelligence USA per poter continuare ad operare sul terreno e contrastare la presenza talebana.

 

Dunque le previsioni relative ai rischi di elezioni insanguinate si sono puntualmente verificate. Nonostante il Ministero dell’Interno afghano abbia aumentato il numero delle forze di sicurezza schierate a presidiare i circa 21 mila seggi, passando da 50 mila a 70 mila unità, gli attentati hanno causato decine di morti e feriti, sia nella capitale che nel resto del Paese, con centinaia di attacchi rivendicati dai talebani. Le elezioni nella provincia di Kandahar si sono svolte con una settimana di ritardo, mentre quelle della provincia di Ghazni sono state rinviate a tempo indeterminato a causa non solo del rischio sicurezza, ma anche per i disaccordi sulle circoscrizioni e per la mancata registrazione degli elettori.

 

Nel complesso il bilancio di queste elezioni è stato tragico. Nonostante i 4 milioni di votanti (meno della metà degli aventi diritto), secondo le stime rilasciate dalla IEC, la campagna di terrore promossa dai talebani – con un terzo dei seggi chiusi perché il governo non è stato in grado di garantirne la sicurezza – ha messo in secondo piano la campagna elettorale stessa e addirittura il risultato delle elezioni. E ancora: le inefficienze burocratiche, il sistema biometrico non disponibile ovunque con assenza di connessione di rete in alcune aree, le accuse di brogli elettorali, i problemi di registrazione dei votanti, sono tutte criticità che si sono assommate al clima di insicurezza, ma che confermano il dato che in effetti le istituzioni afghane non riescono ad amministrare il territorio.

 

Quello che le elezioni hanno mostrato è la realtà di un Paese che rimane fragile dal punto di vista della governance, estremamente precario per quanto concerne la sicurezza e totalmente inadeguato per infrastruttura e presenza istituzionale. E rivelano la dimensione del fallimento della missione internazionale nel ridare legittimità, equilibrio e sicurezza al Paese dopo 12 anni di presenza sul suolo afghano. È il fallimento di tutte le politiche della comunità internazionale, dalla riconversione delle colture di oppio agli svariati tentativi di pacificazione delle parti contrapposte, dai progetti di ristrutturazione e addestramento alle politiche sociali a favore della popolazione femminile. Indipendentemente dai risultati, appunto, l’Afghanistan è un Paese che sprofonda nell’ormai disinteresse generale della comunità internazionale.

DRONE REVOLUTION

by Cristiana Era

 

Forget the nice radio remote-control helicopters you used to buy to your children just few years ago for Christmas or for birthdays. Those were just toys. Today we live in the age of drones, in which we have been thrown almost unnoticeably. In less than a decade the remote-control technology has radically changed and it is now approaching its full “operational” development stage. The Unmanned Aerial Vehicles (UAVs) are gradually revealing their multidimensional capacity as dual-use tools. As it was for internet at its embryonic stage, until recently drone technology was restricted to the military environment and few connoisseurs. Largely employed in areas of crisis, like Afghanistan and Iraq, to target terrorist groups or as reconnaissance and information gathering, until recently remote controlled aerial vehicles did not find a widespread civil use.

 

But sooner or later, any dual-use device is naturally moving towards an open space as its applications in civil society becomes more and more attractive for businesses. And for the public sector as well, given the significant array of public services in which drones are being employed: from disaster relief support, to aerial security surveillance, from shipment of life-saving medicines to crops irrigation, from missing people search to film shooting and city traffic control. And, of course, their equipment of sensors, high-resolution cameras and GNSS (Global Navigation Satellite System) make drones an excellent versatile tool for intelligence, data collection and analysis in real time.

 

This process, though, does not come without side effects. Restricted and sensitive environments are by nature endowed with high standards of security, but once technology applications are extended to the open market, security is no more a foregone pivotal element. The hyper-connected world – the IoT (Internet of Things) – offers a number of examples of security-deficient devices, from smartphone apps to vehicle automation systems. Drones are no exception. So, if in places like Rwanda, where it can takes hours before an ambulance can reach the hospital from a village while they are able to deliver blood and plasma sacs in less than fifteen minutes and save lives, or like Thailand where they can fly through strict passages inside a cave and provide crucial support to rescue squads looking for a missing soccer team, drones are also a growing security concern for government authorities, either from a military or a civil perspective.

 

As Iraq confirmed, the threat is actually a “clear and present” danger. The Islamic State has resort to an extensive use of drones to target American soldiers on the ground and several government agencies (DARPA, among them) are sponsoring special projects on ways and means to neutralize drones carrying explosive devises. What American troops experienced on the ground in distant and critical areas is actually an example of what we can expect to happen domestically in the near future. Terrorists do not need an expensive Predator or Reaper-like drone to carry on an unexpected and devastating attack in a crowded spot, be it a stadium, a mall, a beach or any sort of gathering place. A simple off-the-shelf quadcopter, easily bought on internet for a few hundred euros and eventually loaded with explosive or with toxic material will suffice. Furthermore, many of the ready available drones can easily avoid detection due to the plastic material they are made of.

 

Terrorists are not the only malicious actors who can get the most from UAV technology. Common criminals have successfully exploited these devices to drop down drugs and other kinds of illegal items inside detention facilities or to facilitate jail breakout. And there is more: these little mobile and flying devices can be used for espionage, not just as a plain spy tool but also by its being hacked, since at this stage – and like many applications of the IoT – drones are not designed to offer a high level of security. Control of a drone can be an easy task, and if it is connected to a wireless system of a company, this can have a negative impact and interfere with the network, in addition to the loss of data inside the drone itself; or it can fly over a crowded place and through the wireless connection steal personal data of all those who are connected.

 

And besides the intent of malicious individuals or groups, let’s think of a fleet of small quadcopters crossing the airplanes lanes. It is not a hypothetical issue: several cases of drones causing incidents with civilian aircrafts have been reported and have forced the American FAA (Federal Aviation Administration) to address a pressing need for drone circulation rules and public safety preservation. If a small UAV can be “swallowed up” by the engine of a crossing aircraft causing the latter to crush, imagine what a bunch of them can do to compromise aerial circulation.

So far, drones have not developed their full potential. Their flying autonomy and – as we have already mentioned – device security are low. For the latter, we should not expect a big development in the short time. Device security requires significant investments and, again, small commercial UAVs are not conceived to be endowed with a high protection from hacking activities. On the first issue, instead, the private sector is already working on development of specific long-lasting batteries and progress on that will be reached very soon, especially because the commercial exploitation of drones is rising with expected significant revenues. The attention on commercial exploitation of UAV is so high at present, that several companies, like Ehang, Volocopter and Uber, are already competing on the development of AAV (Autonomous Aerial Vehicle) prototypes, the first step towards the unmanned flying taxis.

 

The overall expansion of drone technology will likely take place at a fast pace, as it happened for any dual-use device. And again, like everything connected to cyberspace and IoT, it will come with a number of unresolved security issues and with a legislative gap that will require to be filled soon but that will also entail a trade-off between business and security needs. Furthermore, the possible connection between UAV and AI (Artificial Intelligence) in future applications will open the floor to a number of ethical, legal and security debates as well. In conclusion, the rapidity of the IoT technology evolution – and its practical application in goods and services sectors – compared to the long bureaucratic time-span of the legislative and political system to keep the pace with a changing virtual-and-real society will create a potentially dangerous vacuum in terms of rule of law in a world in which the machine will increasingly acquire new autonomous capabilities with less and less control by human beings.

IL GIOCO PERICOLOSO DEI RANSOMWARE

di Serena Lisi

 

Il 28 luglio 2018, a poco più di due mesi dall’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo  2016/679, testate nazionali, locali e diffuse via web diffondono la notizia di un nuovo, ennesimo attacco alla privacy degli utenti di internet e social network, nonché proprietari di dispositivi mobili, in primis di smartphone, tablet e altri computer portatili. L’attacco è stato perpetrato attraverso una e-mail o tramite SMS ed MMS (Messaggi Multimediali) o ancora messaggi inviati tramite app dei social network (un esempio è il famosissimo Messenger di Whatsapp). Il contenuto del messaggio incriminato è un link che, se aperto dall’utente, mostra un video pornografico. L’oggetto del suddetto messaggio riguarda la password, non meglio identificata, dell’utente che, preso da una iniziale perplessità, continua a leggere pensando che la parola-chiave menzionata sia riferita all’account di posta stesso (privato o di lavoro) oppure ad un conto postale, bancario e affini. Durante la lettura, la vittima scopre che, in effetti, una delle sue password, quella della posta che sta leggendo (o del suo account principale collegato ai social network su cui riceve riceve la minaccia), è stata effettivamente sottratta e che la “controparte” chiede un vero e proprio riscatto (ransom), il più delle volte in bitcoin, affinché quella password non venga utilizzata per far sì che gli spazi personali (posta ed altro) ad esse correlati diventino un vero e proprio trampolino di lancio per la diffusione di un video che riprende l’utente intento nell’aprire il video pornografico accessibile tramite il link-esca contenuto nel messaggio. Il messaggio spiega che tramite il link  pornografico aperto è stato effettuato un accesso alla webcam della vittima, che viene ripresa mentre guarda, suo malgrado, il video porno inviato.

 

La realtà dei fatti è, però, più semplice, come spiegato anche nel forum della Polizia Postale dedicato ai reati telematici (https://www.commissariatodips.it/profilo/commissariato-di-ps-on-line.html). La password dell’account di posta è stata effettivamente reperita, magari tramite dark web, tra quelle più recenti (può trattarsi di quella attuale o della penultima), ma essa non può dare la possibilità di accedere al controllo di dispositivi quali telecamere e microfoni; la password  è stata carpita in un momento precedente all’invio del messaggio incriminato ma non è sufficiente, di per sè, ad accedere alle app e hardware collegati al dispositivo. Il link al video pornografico, al più, può dare accesso alla galleria di immagini collegata a posta e social network e bloccare il sistema per un overflow, ossia inondazione di immagini e dati. Tecnicamente, l’accesso a telecamere e microfoni  tramite il furto di password e link di posta elettronica è possibile ma, almeno n quest’ultimo caso, ciò non è accaduto, perché il ricatto era basato sulla paura e parziale disinformazione delle vittime e non su una struttura robusta del malware. In breve, questo ransomware sfruttava quello che in etologia è chiamato mimetismo mülleriano, ossia fingeva di essere qualcosa di più pericoloso di ciò che è in realtà: chi ha ricevuto il messaggio, in sostanza, credeva di essere oggetto della cosiddetta revenge porn, una forma di vendetta (con ricatto) basata sulla diffusione di immagini pornografiche presso i propri contatti privati e di lavoro.

 

In casi come questi, il problema non risiede solo nella violazione della privacy delle persone fisiche, oggetto della nuova normativa europea. Tale violazione spalanca la porta a reati ancora più gravi e preoccupanti, come la violazione di segreti di azienda o di archivi di enti pubblici. Italia e Paesi europei sono solo le ultime vittime di questo sistema di ricatto e riscatto, ormai noto agli esperti da più di tre anni: sviluppatosi come gioco pericoloso tra adolescenti in cerca di riscatto, notorietà o vendette private contro coetanei e adulti, i ransomware, ossia i codici malevoli che conducono a richieste di riscatto per furto di dati e/o identità, hanno colpito in tutto il mondo: dagli Stati Uniti all’Estonia, dalla Russia alla Cina. Gli attacchi più noti al grande pubblico sono stati White Rose, citato anche sul sito del DIS, l’attacco ad Atlanta, l’attacco allo spazio iCloud e Mirai.

 

White Rose è un ransomware della famiglia di Infinite Tear, così come lo sono Black Ruby e Zenis. Tutti questi codici malevoli agiscono principalmente sui sistemi Windows ed accedono con vari metodi al desktop o altri spazi del device colpito bloccando file di svariate estensioni (moltissime) attraverso una vera e propria operazione di encryption, ossia di cifratura. I target file vengono resi inutilizzabili perché ne viene cambiata l’estensione: ad esempio, Infinite Tear cifrava numerosissimi tipi di file aggiungendo una ulteriore estensione alla fine della denominazione degli stessi, del tipo .JezRos, in modo che l’utente si ritrovasse di fronte a file del tipo .doc.JezRos anziché .doc, .docx, jpeg, e via dicendo. I vari tipi di ransomware della famigli di Infinite Tear riportano, in luogo dell’apertura dei file compromessi, un messaggio che richiede il riscatto. A differenza di altri ransomware, il messaggio è scritto in un inglese accettabile, con linguaggio falsamente poetico ed evocativo, ma privo degli errori vistosi che saltano agli occhi negli ultimi attacchi del 2018. In breve, questa famiglia di codici è creata con cura e attenzione da personaggi esperti.

 

Anche l’attacco ad Atlanta ha funzionato come un denial of service. Il pericolo derivava dal fatto che i computer bloccati erano quelli dell’amministrazione cittadina, contenenti i dati dei cittadini, ma anche altre informazioni ed accessi ad ulteriori funzionalità dei pubblici servizi. E anche in questo caso, è stato richiesto un riscatto per “liberare” dati e funzionalità.

 

Diversamente, l’interesse del grande pubblico per iCloud è dovuto al fatto che ad essere colpiti sono stati i dispositivi Mac, funzionanti fondamentalmente con un sistema operativo Linux e non con Windows: il Cloud che raccoglieva i dati degli utenti Mac colpiti veniva criptato e reso inaccessibile richiesto con l’automatica richiesta di riscatto per lo sblocco.

 

Al contrario dei precedenti malware citati, Mirai ha creato scompiglio proprio perché nel 2016 ha realizzato in concreto quello che l’attacco di luglio 2018 non avrebbe mai potuto compiere: ha preso di mira le password di svariati utenti ed ha ottenuto l’accesso a dispositivi di vario tipo (in pratica, all’intero Internet of Things, IoT), prendendo il controllo di telecamere, monitor, webcam, microfoni e altro ancora e, tramite botnet (connessioni-pirata), ha trasformato i dispositivi in veri e propri computer zombie.

 

Sul come difendersi non esiste una risposta univoca, ma si possono sicuramente usare alcune accortezze basilari ma spesso trascurate: aver cura delle proprie password ed eseguire sempre il log out  da posta, social network ed altre app collegate alla rete; prestare attenzione ai permessi (richiesti o automatici) di varie app, come ad esempio l’accesso automatico alla propria galleria di immagini e foto (una app come Whatsapp lo fa); non aprire o cliccare links sconosciuti o dubbi; non farsi prendere dal panico al primo messaggio minaccioso ricevuto, facendo attenzione anche al linguaggio (ed alla grammatica del medesimo) con cui esso è scritto; non collegare la propria posizione lavorativa (e quindi l’eventuale comunicazione di segreti di ufficio) a quella privata. Le accortezze qui riportate sono solo la base di una  più complessa cultura e cura della sicurezza globale, ma sono il punto di partenza dal quale ogni cittadino medio dovrebbe trarre spunti di riflessioni sul proprio operato ed uso dei dispositivi internet in suo possesso.

FORZE ARMATE RUSSE: NUOVI ISTITUTI O NOSTALGIA DEL PASSATO?

di Sly

 

Il giorno 7 agosto 2018, il Ministro della Difesa della Federazione Russa, il Generale d’Armata (Генерал Армии) Sergej Kužugetovič Šojgu ha presentato ufficialmente il suo vice, il Colonnello Generale (Генерал Полковник) Andrej Valerevič Kartapolov. Il nuovo viceministro sarà anche a capo della Direzione Generale Politico-Militare delle Forze Armate Russe (Главного военно-политического управления Вооруженных сил – ГВПУ), ente che non farà parte dell’organigramma del Ministero della Difesa russo ma sarà un’entità autonoma all’interno delle Forze Armate.

Tale istituto non è affatto nuovo all’organizzazione militare russa, esso infatti esisteva già nel periodo dal 1919 al 1942, dapprima all’interno dell’Armata Rossa e, in seguito, nelle forze Armate dell’Unione Sovietica e si occupava della supervisione del comportamento dei soldati e della diffusione della propaganda politica. L’incarico era ricoperto dai commissari militari e dagli Ufficiali politici e, dopo il 1942, dai cosiddetti “politruk” (abbr. полтический руководитель – istruttore politico) e in seguito dai zampolìt (abbr. замести́тель команди́ра по политрабо́те – addetto del comandante sui lavori politici), un cambiamento che rifletteva il cambio di ruolo e lo sviluppo dell’autorità loro conferita: lo zampolit non aveva diritto di interferire negli ordini operativi di un ufficiale militare.

 

Il nuovo viceministro ha, teoricamente, la formazione e l’esperienza necessarie a ricoprire qualsiasi incarico nel Minoborony Rossii (abbr. Министерство Обороны Российской Федерации – Ministero della Difesa della Federazione Russa) avendo alle spalle un iter formativo da Ufficiale con incarichi dirigenziali, sia in territorio nazionale che all’estero. Come se non bastasse i vertici si sono preoccupati di inserire nel curriculum del generale anche una sorta di percorso operativo ovvero il Comando dell’Esercito russo in Siria dal dicembre 2016 a marzo 2017, il che corrisponde al periodo in cui è stata ripresa per la seconda volta Palmyra (2 marzo 2017).  Nonostante la permanenza del generale in Siria sia sottolineata dai media così come dalle autorità ad ogni occasione, risulta piuttosto difficile dire quanto, con soli tre mesi di permanenza in teatro operativo, egli abbia potuto in qualche modo influire sul corso delle operazioni, a maggior ragione perché queste ultime sono state condotte per la maggior parte dai reparti speciali (specnaz) con i quali Kartapolov non aveva niente a che fare.

 

Il suo nome però è venuto alla ribalta grazie alla guerra nel Donbass (aprile 2014): essendo all’epoca Capo di Stato Maggiore del Distretto Militare Occidentale, era anche incaricato della preparazione dell’intervento, e ritenuto il responsabile dell’abbattimento (17 luglio 2014) dell’aereo della Malaysia Airlines 17, accusa alla quale lo Stato Maggiore ha risposto specificando che il generale, a partire dal mese di giugno 2014, era impiegato presso lo Stato Maggiore Generale e che pertanto non avrebbe nemmeno potuto dare l’ordine di trasportare i missili contraerei Buk M1 nel Donbass. In realtà era probabilmente lui il responsabile dell’approntamento dei separatisti ucraini.

 

Perché indugiare così a lungo sulla biografia del neo-viceministro? Il gen. Kartapolov andrà a ricoprire un incarico che, nel caso in cui riuscisse veramente ad ottenere le attribuzioni dei suoi predecessori, membri del direttorato politico dell’Armata Rossa, lo renderebbe uno degli Ufficiali generali più importanti nonché il candidato naturale per sostituire l’attuale Ministro della Difesa, il generale Šojgu. Con tutto quel che ne consegue, data la nuova direzione del Governo moscovita.

 

I media russi hanno immediatamente riportato come, esattamente 100 anni fa, i bolscevichi istituirono l’Ufficio dei Commissari Militari di tutte le Russie. Proprio i commissari ed i loro subalterni (i sopracitati politruki e zampoliti), furono i responsabili delle pulizie staliniane all’interno dell’Armata Rossa.

 

I compiti della neo-costituita Direzione Generale Politico-Militare delle Forze Armate Russe non sono ancora del tutto chiari. Sempre secondo i media russi (Vedomosti) il nuovo direttorato Politico-Militare verrà formato sulla base del dipartimento principale del personale, il cosiddetto GURLS (Главное Управление По Работе С Личным Составом Вооруженных Сил Российской Федерации) presente già all’interno del Direttorato Centrale Politico dell’Armata Rossa che si occupava del sostegno psicologico e morale, dell’educazione patriottico-statale, degli aspetti culturali, della garanzia del tempo libero nonché dei diritti del personale militare.

 

Parte dei compiti verrà ripresa dal nuovo istituto: l’organizzazione del lavoro con il personale durante l’attività ordinaria e del perfezionamento del sistema educativo. Ulteriore compito sarà quello di organizzare il supporto morale e psicologico all’interno delle Forze Armate, l’organizazione del lavoro allo scopo di mantenere alto il morale dei soldati nonché i diritti, l’ordine e la disciplina militare. È inoltre probabile che un ulteriore compito sarà quello di gestire la Junarmia (Юнармия)ovvero l’Esercito dei Giovani, che ingloba circa 230.000 ragazzi e ragazze in un’età compresa tra gli 8 ed i 18 anni. Il gen. Kartapolov risponderà in questo caso del funzionamento dell’informazione e della gestione dell’apparato propagandistico.

 

I russi, del resto, non si stupiscono né fanno mistero della cosa sottolineando nei media ufficiali quanto tale “tipo di educazione ha un grande significato specie se consideriamo l’ambiente in cui ogni soldato è chiamato ad operare ed in cui è sottoposto ad un flusso di informazioni provenienti dai social media, in cui la manipolazione e la distorsione della realtà sono sempre presenti”.

I media sono inoltre molto attenti nel sottolineare quanto il generale mai avesse avuto a che fare con l’apparato politico-educativo dimenticando che nella realtà dei fatti era coinvolto, nel corso del suo impiego al Ministero, nel lavoro di propaganda tramite la condotta dei cosiddetti “Press-breafings” relativamente alle operazioni in Siria e agli avvenimenti in Ucraina orientale.

Come sostiene Aleksandr Gol’c, direttore del giornale onlineEžednevnyj Žurnal”, “un tale ritorno ai ‘tempi del soviet’ risveglia molte domande. Ad oggi non abbiamo una definizione dell’ideologia di stato definita dalla legge. Proprio per questo motivo non capiamo cosa verrà affidato a questo nuovo direttivo. Per quanto possa ricordare, è il primo caso di assegnazione ad una posizione così elevata di una persona, senza la concreta definizione dei compiti. O tutto questo è un segreto, o è indicativo della lotta in corso all’interno del governo”.

BALANCE OF POWER, INTERESSI E PROSPETTIVE NEL LIBANO POST ELEZIONI

di Cristiana Era

 

Il Libano è tornato al voto dopo ben nove anni dalle ultime elezioni parlamentari. La lunga pausa elettorale non dovrebbe in realtà stupire: il Libano è un Paese multi confessionale, come viene definito in generale, con una struttura sociale e politica molto complessa e da sempre al centro di contese ed influenze regionali nelle quali si mescolano – e si scontrano – fattori etnici, politici, culturali e religiosi. Una storia ricca e articolata, caratterizzata da precari equilibri interni e per questo attraversata da periodiche crisi tradottesi anche in conflitto, ma comunque una storia mai lineare e prevedibile. Uno Stato, più che una nazione, che è una scacchiera su cui attori vicini e lontani giocano le loro partite, e le loro guerre “per procura”. Esattamente come sta succedendo adesso in Siria.

 

Queste elezioni sono state seguite attentamente da molti, a livello locale come a quello internazionale. Perché, appunto, si vedranno confermati o meno i timori di alcuni Paesi e le speranze di altri. Sotto la lente di ingrandimento la performance dei partiti sciiti Hezbollah e Amal, filo siriani e filo iraniani, e del Movimento Futuro del Premier sunnita Saad Hariri, sostenuto da Arabia Saudita e da diversi Paesi occidentali.

 

Dal punto di vista interno, i risultati non comportano nessun cambiamento: la carica di Presidente non è oggetto di elezioni e quindi il maronita Michel Aoun rimane in carica; il druso Nabih Berri, Presidente del Parlamento ormai sin dal 1992 vedrà confermato il proprio ruolo, così come Hariri quello alla premiership, nonostante il tramonto della coalizione del 14 marzo e l’indebolimento della propria immagine personale. Apparentemente, dunque, e a dispetto della nuova legge elettorale che ha parzialmente introdotto un sistema proporzionale, il Libano post-elezioni non si discosta da quello preelettorale: stessi nomi, stesse cariche.

 

In realtà, i risultati del voto indicano che qualche cambiamento è in atto, ma i suoi effetti non sono immediatamente visibili ed infatti pochi ne hanno rilevato il peso che potrebbero avere nel medio e lungo termine. Con la nuova e articolata legge elettorale, approvata a fine 2017, l’affluenza alle urne avrebbe dovuto risultare più elevata, almeno secondo gli intenti dei suoi promotori. Invece, i dati ufficiali, come annunciati dal Ministro dell’Interno Nohad Machnouk, parlano di una percentuale inferiore alla metà degli aventi diritto, un mero 49,2% a fronte del 54% del 2009. Per molti si tratta di un chiaro segno di disaffezione dei libanesi per una politica di interessi personali, culturali e familiari (stranamente invece poco legati alle singole religioni) che non cambia e non può cambiare. Ma si tratta di una politica che si è protratta per decenni e la disaffezione non può essere un fattore determinante per interpretare il calo dei votanti. Si spiega meglio, piuttosto, con la legge elettorale che nella sua complessità ha comportato ritardi e disfunzioni non solo al momento della registrazione degli aventi diritto, ma anche al momento del voto, costringendo i libanesi ad ore di attesa per poter accedere alle urne. Altrettante difficoltà si sono riscontrate per i libanesi residenti all’estero, per la prima volta ammessi al voto.

 

A urne chiuse, il significativo calo di consensi per Hariri significa un indebolimento del principale avversario del Partito di Dio, a tutto vantaggio di quest’ultimo, con crescente preoccupazione dei Paesi che da sempre lo appoggiano. Hezbollah esce vincitore, insieme ad Amal e al Movimento Patriottico di Aoun, e ottiene oltre la metà dei 128 seggi parlamentari, quindi entra di diritto a far parte del prossimo governo di coalizione. Ma anche questo successo va interpretato e soprattutto non può essere definito – come impropriamente è stato fatto da alcuni – uno “strapotere”. Nonostante la capillare organizzazione del partito sciita, anni di combattimenti sul fronte siriano e le difficoltà di far fronte economicamente a tutte le necessità della propria base elettorale ne stanno minando il consenso, soprattutto nella Valle della Bekaa che da anni è una delle roccaforti che fornisce sostegno elettorale e combattenti ma che ha anche visto il partito impegnarsi finanziariamente e socialmente soprattutto nel sud del Libano, con la conseguenze percezione di abbandono. I vertici di Hezbollah, con Sayyed Hassan Nasrallah in testa, hanno dovuto imbastire una capillare campagna elettorale nella Bekaa per far sentire nuovamente la propria presenza e ammettere di non aver fatto abbastanza per lo sviluppo del distretto. Ma gli sciiti devono fare i conti anche con un sentimento crescente di ostilità nei confronti dell’influenza iraniana sulla politica interna e con un fattore generazionale che vede, dal 2009 ad oggi, un bacino di circa 800mila nuovi elettori che non hanno memoria del conflitto israelo-libanese e sui quali dunque l’ideologia della resistenza ha poca presa. L’affermazione di Hezbollah è quindi il risultato di una combinazioni di elementi, a partire dall’indebolimento del principale avversario alla tenuta dell’alleanza con Amal e altre forze politiche e, infine, ad una campagna elettorale che è riuscita a mantenere le proprie posizioni e puntando sugli aspetti economici e di mala gestione del Paese, non senza aver fatto registrare brogli e intimidazioni sugli avversari. E sicuramente in futuro il partito sciita potrebbe modificare, magari anche solo parzialmente, politiche, struttura e anche ideologia. Però, l’emergere di candidati indipendenti e di volti nuovi, la partecipazione al voto dei libanesi espatriati e un ricambio generazionale della base, oltre ad un accresciuto sentimento di ostilità verso le ingerenze di potenze straniere nella politica interna del Libano, indicano che il Paese potrebbe affrontare una fase di transizione nel medio periodo.

 

Ma per tale ipotesi occorrerà guardare anche alle reazioni di tutti quegli Stati che hanno un interesse in questi risultati. Israele ha reagito al successo di Hezbollah con dichiarazioni dal sapore minaccioso, paragonando l’intero Paese al Partito di Dio contro il quale è ancora in conflitto, mediato solo dalla presenza della forza internazionale e dall’effimero confine segnato dalla Blue Line. Gli Stati Uniti hanno inserito il raggruppamento sciita nella lista delle organizzazioni terroristiche e lo considerano la mano armata dell’Iran in Libano. La posizione dell’Arabia Saudita dopo il voto ancora non è chiara. Nel mezzo rimane una guerra al di là del confine che continua ad avere un impatto sulla sicurezza interna per l’afflusso di ingenti numeri di profughi (ormai un quarto della popolazione totale sul territorio libanese), un gruppo armato politicamente organizzato che vi partecipa ed è finanziato da una potenza regionale osteggiata dagli altri attori, un ipotetico (anche se al momento non probabile) nuovo conflitto tra Israele ed Hezbollah o Israele e Iran. Il tutto in attesa di capire che piega prenderanno i negoziati sul nucleare.

PROXY WAR E REALPOLITIK NEL CONFLITTO SIRIANO

di Cristiana Era

 

Alla luce degli avvenimenti delle ultime settimane e anche degli ultimi giorni, il conflitto siriano sembra assumere progressivamente una connotazione di proxy war così come nella miglior tradizione della guerra fredda del secolo scorso. Gli attacchi di USA, GB e Francia ai siti di stoccaggio di armi chimiche e quelli di Israele alle postazioni iraniane hanno decisamente alzato i toni dello scontro a livello internazionale ed hanno rivelato – se mai ve ne fosse stato bisogno –  la vera natura, politica e non umanitaria, di tali interventi. Sullo scacchiere mediorientale sono in gioco, come sempre, gli equilibri regionali ma anche gli interessi di potenze come Stati Uniti e Russia; equilibri ed interessi che si fanno più marcati man mano che minaccia e presenza di Daesh e dei gruppi terroristici affiliati si riducono nell’area.

 

Alle due ex superpotenze si affiancano Iran, Israele, Turchia e gli Stati del Golfo con in testa l’Arabia Saudita: tutti con obiettivi politici confliggenti, complementari o affini. La Russia è forse quella che fino ad ora è riuscita a mantenere un equilibrio tra esigenze che rischiano di collidere. In particolare, l’alleanza tradizionale con la Siria e il supporto logistico e politico al regime di Assad, che si combina con i buoni rapporti con l’Iran – altro alleato di Assad – che però rischiano in qualunque momento di affossare quelli, altrettanto buoni, che Mosca ha cercato di mantenere con Israele. Tuttavia, l’innalzamento dei toni da parte di Washington e Tel Aviv nel tentativo di contenere l’influenza iraniana nella regione, potrebbe compromettere questo delicato equilibrio che Mosca è riuscita a ritagliarsi.

 

Israele ha colpito già due volte le strutture militari iraniane in Siria nei giorni passati e sta facendo pressioni sugli Stati Uniti affinché si ritirino dagli accordi sul nucleare. Secondo alcune fonti, sembra, inoltre, che pressioni siano state esercitate anche sull’Italia affinché ritiri la propria opposizione a nuove sanzioni economiche contro l’Iran. Ma quello israeliano non è il solo governo a temere l’emergere dell’Iran come forza egemone. Gli stessi Stati Uniti e gli altri Paesi del Golfo (Arabia Saudita in primis) hanno interesse a contenere l’influenza di Teheran, vuoi per motivi economici legati alle risorse energetiche, vuoi per quelli politici e religiosi, visto che nel riacutizzarsi della rivalità tra sunniti e sciiti l’Iran è l’unico Paese dell’area a maggioranza sciita e in quanto tale si erge a protettore delle minoranze sciite nei Paesi sunniti.

 

Gli Stati Uniti, inoltre, mirano a contenere anche la presenza russa in Siria. Il peggioramento dei rapporti tra Washington e Mosca ha però rinsaldato quelli di quest’ultima con Teheran, su cui il Cremlino conta per portare avanti l’Astana Process – l’iniziativa dello scorso anno sulla definizione di una risoluzione politica alla guerra in Siria promossa da Russia, Turchia ed Iran – che si contrappone a quello di Ginevra promosso dalle Nazioni Unite.

 

Dopo le frustrazioni di Ankara nei confronti degli Stati Uniti, che si sono opposti all’estradizione dell’arcinemico di Erdogan, Fethullah Gulen, e alla sospensione dell’invio di aiuti ed armi alle milizie curde siriane, la Turchia si è riavvicinata a Russia e Iran, pur conducendo operazioni militari in Siria con l’obiettivo di riuscire a colpire i curdi del People’s Defense Units (YPG), alleati del PKK turco da sempre considerata formazione terroristica da Erdogan. Ma la posizione del Presidente turco nei confronti di Assad non è certamente cambiata, e presto Ankara potrebbe trovarsi davanti ad un bivio particolarmente delicato se le forze governative siriane dovessero consolidare il controllo del territorio e chiedere il ritiro dei militari turchi, penetrati nel distretto settentrionale di Afrin a maggioranza curda con l’operazione Olive Branch lo scorso gennaio. Se da una parte questo potrebbe creare tensioni nell’alleanza di interesse con Mosca, dall’altro non vi è in prospettiva un possibile riavvicinamento con gli Stati Uniti, dato che proprio la presenza delle forze turche sta compromettendo le operazioni delle Syrian Democratic Forces (SDF) contro l’ISIS. Una parte significativa della leadership dell’SDF è, infatti, di etnia curda e molti hanno abbandonato le fila delle forze sponsorizzate dagli USA per unirsi a quelle curde di Afrin, con la conseguente interruzione dell’avanzata dell’SDF.

 

In uno sguardo d’insieme, dunque, è logico concludere che venuta meno l’avanzata dell’ISIS, in ritirata sia in Siria che in Iraq, sullo scacchiere siriano si sono affacciati attori che hanno poco interesse nella lotta al terrorismo e molti interessi nazionali o internazionali e che prima di adesso avevano mantenuto una posizione di non intervento. Con la riconquista di vaste aree del Paese, Damasco ha riaperto il gioco degli equilibri politici in questa parte del Medio Oriente e la Siria diventa terreno e argomento di contrapposizione per il riassetto regionale ma anche, come abbiamo visto, per interessi di più ampio raggio. E paradossalmente, pur avendo abbandonato l’ipotesi di un cambio di regime in Siria, la comunità internazionale si trova a dover far fronte a nuove prospettive di allargamento del conflitto, secondo alcuni osservatori probabile, ad includere regioni come il Libano e Gaza. La rivalità riaccesa tra USA e Russia potrebbe incrementare le probabilità di una escalation in tutta l’area, così come la decisione della Turchia di procedere con ulteriori offensive contro i curdi lungo il confine siriano-irakeno, e l’inasprirsi del contrasto tra Israele e Iran. Sembra, dunque, che al momento vi sia poco spazio per gli interventi umanitari, tanto cari alla dialettica politica di molti Stati Occidentali, e ancor meno spazio per una mediazione diplomatica ora che sono riemerse le vecchie logiche della realpolitik nella regione mediorientale.