GRANDI MANOVRE NEL NORD-EST EUROPEO

di Sly

 

Come molti sanno, ma pochi vogliono ricordare, compito prioritario delle forze armate è la difesa dello Stato, la realizzazione/il mantenimento della pace e della sicurezza in conformità alle regole del diritto internazionale e alle determinazioni delle organizzazioni internazionali, delle quali l’Italia fa parte. Il tutto nello spirito dell’articolo 11 della Costituzione.

 

L’Italia, in qualità di membro dell’Alleanza Atlantica, è ovviamente soggetta anche alle clausole del Trattato, tra cui la cosiddetta promozione della stabilità nell’area euro-atlantica. Nel corso degli ultimi decenni, indicativamente dal termine della Guerra Fredda ad oggi, tale concetto ha subito – probabilmente per la necessità di sopravvivenza dell’Alleanza stessa – profonde trasformazioni che come conseguenza, hanno visto l’immancabile e sostanziale riconfigurazione delle Forze Armate, così come del concetto strategico nazionale.

 

Da un punto di vista pragmatico, la realizzazione della paventata sicurezza dell’area euro-atlantica passa anche attraverso le grandi esercitazioni interforze e congiunte non solo con i Paesi dell’Alleanza, ma anche con quelli che rientrano nell’ambito del programma Partnership-for-Peace (PfP), nonché di quelle organizzate per approfondire le relazioni della NATO con la Russia, l’Ucraina e i paesi del Dialogo Mediterraneo. Tali esercitazioni, dato il loro carattere multinazionale e congiunto, servono a rafforzare la coerenza e l’interoperabilità tra i Paesi parte del “club”. In tal senso l’adozione di dottrine, procedure e standard comuni, nonché la necessità che le forze dell’Alleanza formino, esercitino e operino insieme, sono un imperativo.

 

La premessa fatta è necessaria ad introdurre l’argomento in titolo, ovverossia le grandi manovre, altrimenti dette esercitazioni, che hanno avuto luogo nel mese di giugno nelle acque e nei territori confinanti con la Federazione Russa: in Polonia.

 

La prima, denominata BALTOPS19, è la più grande serie di esercitazioni mai effettuata nel Mar Baltico che ha preso avvio nel porto tedesco di Kiel, il 9 giugno ed è terminata il 21 giugno 2019. Quella da poco conclusa è stata la 47ª edizione di un’esercitazione che coinvolge forze marittime, aeree e terrestri dei Paesi NATO e PfP. Volendo quantificare l’impegno internazionale, vi hanno preso parte circa 50 tra navi e sottomarini e 40 velivoli, mentre il capitale umano ammonta a circa 8.600 soldati di 18 nazioni tra cui: Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti. Nelle precedenti edizioni vi prendeva parte anche la Federazione Russa ma, a partire dal 2014 ovvero dopo l’annessione della Crimea, non è più stata invitata.

 

L’esercitazione si è focalizzata sulla ricerca e la distruzione di mine marine e sottomarini, l’uso della difesa aerea e delle truppe di sbarco a terra e la difesa contro gli attacchi delle navi della marina nemica. Le forze anfibie hanno inoltre condotto assalti in diverse località all’interno della regione del Mar Baltico. Le operazioni aeree necessarie ad assicurare la copertura delle operazioni anfibie, sono state condotte dal Centro operativo aereo della NATO, sito in Uedem.  

 

Dato l’immancabile coinvolgimento statunitense, BALTOPS19 è stata diretta dal comando della seconda flotta della US Navy a Norfolk, in Virginia, segnando così il primo grande impegno del comando americano in Europa di cui, francamente, non sentivamo la necessità data la già importante presenza delle forze armate americane su suolo europeo. Interessanti, in termini di “espansionismo nel sud-est” dell’area post-sovietica, sono invece il Joint Multinational Training Group Ukraine in Ucraina e il Georgia Defense Readiness Program – Training in Georgia e l’USARAF (US Army Africa), a Vicenza. Il comando della 2^ flotta è stato ristabilito l’anno scorso in risposta alla crescente attività navale della Russia nell’Atlantico. 

 

La seconda esercitazione, tenutasi presso il poligono polacco di Ustka dal 3 al 19 giugno sotto il criptonimo Tobruq Legacy 2019 (TOLY19), ha avuto come protagonista le forze terrestri. Si è trattato della difesa terrestre dello spazio aereo della NATO, ossia della contraerea, di cui è stato verificato lo stato di “integrazione” dei sistemi di comando. Tobruq Legacy 2019 è alla sua quinta edizione (quelle precedenti si sono tenute nella Repubblica Ceca, in Slovenia, Lituania, Romania e Ungheria) coinvolgendo circa 4800 soldati tedeschi, estoni, lituani, olandesi, britannici, rumeni e statunitensi nonché facenti parte del Gruppo di Vyšegrad. All’interno del poligono le unità partecipanti hanno trasportato gli Hawk (romeni), i NASAMS, Fennek/Stinger (olandesi), i Patriot (Bundeswehr) e gli Stormer HVM (Gran Bretagna), ma ciò che più premeva era la verifica dei sistemi teleinformatici e dei collegamenti. 

 

In ultimo, TOLY19 è servita a preparare l’ultima e la più grande esercitazione dell’anno tenutasi in Polonia: la DRAGON19. Quest’ultima si è tenuta dal 20 al 25 giugno ed ha avuto come tema la condotta di una Small Joint Operation nell’ambito di una campagna difensiva condotta dalla NATO a seguito dell’applicazione dell’articolo 5 del Trattato dell’Alleanza. L’esercitazione è importante non solo in termini numerici, con i suoi 18.000 militari provenienti da 12 Paesi NATO e 1500 mezzi da combattimento terrestri, aerei e navali, ma anche dati i teatri dei scenari addestrativi: aree geograficamente distanti tra loro centinaia di chilometri. 

 

Vi è anche un contributo nazionale, la 132^ Brigata corazzata Ariete dell’Esercito Italiano. Le forze armate polacche avevano come scopo non solo la valutazione delle capacità della 11^ Divisione di cavalleria corazzata (“Czarna Dywizja” – la Divisione Nera) di gestire e condurre operazioni difensive con assetti di altri Paesi NATO verificandone il grado di interoperabilità nonché la capacità di condurre il supporto di fuoco integrato alla manovra ma, soprattutto, la validazione della 21^ Brigata polacca ad alta prontezza operativa per il 2020 (VJTF2020) e della Combined Joint CBRN Defence Task Force a framework polacco.

 

Il tanto parlare di esercitazioni può sembrare poco interessante, inutile o eccessivamente tecnico, ma così non è. Se infatti guardiamo la loro evoluzione, lo spostamento fisico sulla carta politica mondiale, ne traiamo uno scenario che altro non è se non il riflesso delle attuali politiche delle grandi potenze mondiali il cui strumento sono spesso le realtà più piccole quali, nella fattispecie, i Paesi europei.

 

Circa un anno fa (settembre 2018) si è fatto un gran parlare di VOSTOK18, la più grande esercitazione joint e combined della Federazione Russa, accusando quest’ultima di inutile bellicismo. Sarebbe interessante, in tal senso, inquadrare il significato di tutte le operazioni della NATO che, negli ultimi anni, si sono concentrate sempre più a nord-est.

TRENDING TOPICS FOR AN AUGMENTED MILITARY HUMAN RESOURCE AND BEYOND

di Cristiano Galli

 

In a globalized and network-centered space, it is increasingly complicated to place a clear divide between military and non-military issues. More than ever this is true when we approach human resources (HR) functions: from hiring and recruiting, to training and development, assessment and evaluation, to career development and talent retention, HR functions is probably the most important organizational function since it addresses the key organizational resource, that is, the human element.

 

Like other issues in the organizational domain, HR requires a comprehensive approach engaging diversified professional areas of expertise. Historically speaking, HR functions have been the natural domain for Industrial and Organizational Psychology professionals but it’s becoming more and more necessary to expand the domain to interdisciplinary sectors in order to approach HR with an innovative perspective. Forward-looking leading organizations are increasing their HR workforce with Information Technology, Anthropology, Complex Adaptive Systems Dynamics, Socio Physics, Social, Cognitive and Economic Neuroscience experts and many more.

 

Few hot topics are emerging in the fields that require integrated project teams bringing a 360° technical and perspective approach to solution finding and research development. First of all, “what kind of leadership competencies models for future fit leaders and how to discover and nurture talents?”

This issue requires a complete turnaround from classical leadership theories. Leadership is shifting from a “personal set of knowledge, abilities, attitudes and competencies” to a “relational process” involving people at every hierarchical level of the organization, top-down command and bottom-up execution is not enough anymore. Leadership-followership dynamics are constantly shifting across organizational networks. Complexity theories are guiding a new approach to competencies and should be seen as “strange attractors” through which leadership is performing the function of free energy flow enabler, in order to facilitate the rising of emerging states: from a social relational self, to a Dumbar(1) limited anthropological Team, to an up scaled organizational dimension (Team of Teams), back to an augmented self and team into the Strategic Dimension of organizational top leadership.

 

The second core issue is “implementation of Artificial Intelligence (AI) and Artificial Neural Networks (ANN) in HR functions”.

Soft skills approach following complexity principles requires a brand new approach to assessment, decision-making and learning methodologies. AI and ANN are indispensable tools to implement a complex approach to HR functions like assessment, recruiting, development, instructional design and related methodologies. Only neural networks can map and follow up on complex dynamics competencies. Classical psychometrics are not fit anymore for future fit leadership competencies.

 

Another trending issue is “wearable sensoring for competencies development”.

 

Wearables are becoming more and more invasive in our daily life. We have smart watches and bands measuring our physiological parameters for sport performances, sleep quality, and general health purposes. Technology is there, the problem is how to transport this technology in support of training and education inside organizations. The main broadly debated issue is related to the balance between the objective and effective feedback that technology would provide to experiential learning activities and coaching while preserving the privacy and the psychological safety of the learners. This, of course, requires a strong hold between HR needs and academic and technological research.

 

Last but not least, “Virtual and Augmented reality in support of educational methodologies”.

Virtual and Augmented Reality platforms (VR and VR), from E-Real caves to Holographic goggles are key tools to create inexpensive and safe simulation environment in which training and education can push forward on lasting and sustainable behavioral change. Learning and memory are strongly affected by multisensory and emotional activation. The use of VR and AR can empower teachers and training professionals, in relation with Instructional Designer, in order to deliver an unprecedented quality of education and training.

 

These trending topics are the object of worldwide organizational discussion in workshops and conferences. Several leading organizations in different fields are promoting events in which these topics will be discussed and integrated in order to create a linkage between technology, models and methodologies. A dedicated event is currently being promoted in the UAE and will feature European and Middle East companies sharing and promoting specific solutions for an augmented approach to HR organizational functions.

 

 

NOTES

(1) Dunbar’s number is a suggested cognitive limit to the number of people with whom one can maintain stable social relationships. Relationships in which an individual knows who each person is and how each person relates to every other person. This number was proposed in the 1990s by British anthropologist Robin Dunbar, who found a correlation between primate brain size and average social group size. By using the average human brain size and extrapolating from the results of primates, he proposed that humans can comfortably maintain 150 stable relationships.

IL CENTRO DI SIMULAZIONE E VALIDAZIONE DELL’ESERCITO PUNTA SU FORZA NEC E PESCO PER UNA FORZA ARMATA CHE GUARDA AL FUTURO

di Cristiana Era

 

I cambiamenti degli scenari internazionali susseguitisi nel corso dell’ultimo ventennio con la conseguente comparsa di nuovi attori via via più incisivi sugli equilibri regionali hanno modificato il concetto stesso di sicurezza, che oggi assume una connotazione ampia e sfumata. Un approccio multidimensionale, necessario per affrontare nuove minacce in nuovi scenari (in primis quello virtuale), richiede però un ripensamento di organizzazione e strutture, soprattutto (anche se non esclusivamente) quelle militari. La necessità di garantire al meglio la proiettabilità in teatri internazionali – anche al di fuori dell’ambito dell’alleanza atlantica – così come di adeguarsi al processo tecnologico e di pianificare operazioni con una connotazione joint/combined ha visto già da un decennio l’esercito italiano impegnato in un progressivo ammodernamento e una trasformazione net-centrica in funzione di queste esigenze.

 

Su queste premesse, il Centro di Simulazione e Validazione (Ce.Si.Va.) di Civitavecchia, dove un tempo aveva sede la prestigiosa Scuola di Guerra, sta portando avanti due iniziative, di cui una più recente ed ancora in fase di definizione ed una in via di realizzazione. Stiamo parlando del progetto di cooperazione europea su simulazione e validazione in ambito PeSCo (Permanent Structured Cooperation) e di Forza NEC.

 

Il progetto PeSCo prevede che il Ce.Si.Va. diventi un centro di certificazione per tutti i Paesi europei aderenti, ampliandone le competenze ad includere attività di tipo non solo militare ma anche civili – sempre però afferenti alla sicurezza – quali quelle riguardanti i flussi migratori, piani di evacuazione, piani di emergenza per calamità naturali. In un contesto simile si creerebbe una interazione coordinata con quella parte della società civile impegnata nel settore dell’emergenza pubblica e – nella sua accezione più ampia – della sicurezza della collettività: protezione civile, NGOs, ecc. Da questo progetto a guida italiana, dunque, potrebbe nascere un sistema integrato che nella complessità dell’era post-industriale è in effetti la miglior risposta per affrontare le minacce contemporanee e, se fosse adeguatamente supportato a livello politico e dai vertici militari, rappresenterebbe il primo passo concreto verso quell’esercito europeo che al momento rimane un’idea non ancora ben definita.

 

In fase più avanzata è invece il progetto denominato Forza NEC (Network Enabled Capability) che nasce diversi anni fa da una iniziativa dello Stato Maggiore della Difesa alla luce della necessità di un adeguamento delle Forze Armate al progresso tecnologico. È considerato il programma di punta dell’Esercito e prende spunto dal Network Centric Warfare (NCW) già sviluppato dagli Stati Uniti, con la differenza che Forza NEC (di derivazione britannica) è un processo meno radicale: si punta ad un aggiornamento invece di una sostituzione completa dei sistemi.

 

Forza NEC coinvolge vari settori ma riguarda soprattutto la digitalizzazione dei sistemi di comando e controllo (C2). Attualmente il suo sviluppo procede a macchia di leopardo: si va dai posti di comando digitalizzati su shelter (con il primo posto di comando su tenda schierato lo scorso anno) già finanziati e in corso di realizzazione ad altri nodi in programma ma ancora da finanziare, quali – ad esempio – il gruppo tattico informativo e il posto di comando di contraerea per l’unità di artiglieria. Uno dei nodi più interessanti riguarda “Soldato Futuro”, con lo sviluppo di sensori per la parte ottica, di arma e di vestiario oltre che di protezione balistica, un progetto ormai in fase di studio o di sperimentazione in molti eserciti, tra cui Stati Uniti, Corea del Sud, Russia, Cina, e Svizzera e che ha come obiettivo una interazione sempre più stretta tra uomo e macchina con capacità di acquisizione e analisi di dati in tempo reale e di comunicazione diretta a tutti i livelli.

 

L’implementazione di Forza NEC passa attraverso la sperimentazione nei laboratori ITB (Integration Test Bed), in tutto sette a livello nazionale per le varie Forze Armate, e di cui il principale si trova al Ce.Si.Va. Un punto debole, tuttavia è che sono unità a sé stanti e non interconnesse, quindi non coordinate, ma che hanno lo scopo di valutare la funzionalità dei processi di digitalizzazione, dai simulatori per l’interazione con ambiente simulato e la capacità di invio dati alla sperimentazione dell’interfaccia uomo/macchina, a soldato futuro e ad attacchi cyber e jamming.

 

Su quest’ultimo punto occorrerebbe forse fare una riflessione più approfondita. A parte la sperimentazione occasionale relativa ad attacchi cyber, la progressiva digitalizzazione della struttura militare non tiene conto dei pericoli che le nuove tecnologie presentano proprio grazie all’interconnessione. In particolare manca ancora una visione di insieme, e quindi delle eventuali misure di protezione/sicurezza, sui rischi che potrebbero derivare dalla manipolazione della comunicazione su sistemi quali quelli di Soldato Futuro, con eventuali ripercussioni sulle capacità operative dei singoli soldati sul terreno. Su questo, come su altri aspetti, non è previsto ad oggi nessun tipo di test. È pur vero che i tempi si stanno allungando: dallo studio di fattibilità del 2007 che stimava in 22 miliardi di euro il costo di Forza NEC si doveva passare alla fase di implementazione nel 2009/2010, ma a causa di alcuni ostacoli (alcuni di natura finanziaria) si è deciso di inserire una fase intermedia in cui si trova attualmente e che dovrebbe andare avanti fino al 2021 per poi passare all’implementazione con una data prevista di conclusione al 2031.

 

I tempi, dunque, sono lunghi e prevedono un approccio a spirale data l’entità del progetto di ammodernamento delle capacità terrestri a partire dal soldato fino ai principali livelli di comando. Un sistema a scaglioni, in altre parole, che dovrebbe permettere di arrivare gradualmente al pieno regime e proprio per questo anche di poter apportare i necessari aggiustamenti in termini di integrazione, efficienza e sicurezza. Il sistema net-centrico rappresenta perciò una sfida importante per le Forze Armate italiane, sia in termini di costi che di tempi di realizzazione e di efficacia sul campo e per la quale è fondamentale un apporto integrato dell’industria che proprio in questo settore collabora alla fase di realizzazione e di test di software ed apparecchiature digitali. 

LA POLONIA E LA REALIZZAZIONE DELLE NATO EASTERN FLANK SECURITY MEASURES

di Sly

 

Disciolto il Patto di Varsavia e finita la Guerra Fredda, gli interessi della NATO hanno preso una direzione che potrebbe anche essere definita in termini urbanistici “cardo e decumano”. Trattasi ovviamente delle vie che dividevano gli accampamenti o le città romane in quattro parti e che andavano rispettivamente, il cardo da nord a sud e il decumano da ovest a est.

 

Tralasciando la funzione e i contenuti, la direzione delle linee è pressappoco la stessa se si fa rifermento all’idea di sicurezza dell’organizzazione per il Patto Atlantico ovvero concentrata sul fianco meridionale (caratterizzato dal pericolo del terrorismo) e su quello orientale (con un focus sulla Federazione Russa). Quali sono però le azioni concrete intraprese dai singoli Stati per la realizzazione degli obiettivi di sicurezza stabiliti nel corso dei NATO Summit di Newport (Galles, (2014), di Varsavia (2016) e di Bruxelles (2018)?

 

Negli ultimi anni, uno dei Paesi europei che ha maggiormente investito nel settore della Difesa raggiungendo nel 2019 il 2% del PIL (con la previsione di un progressivo incremento annuo fino al 2,5% nel 2030), è la Polonia che, peraltro, quest’anno festeggia il ventennio della partnership.

Le ragioni di tanto impegno sono ovvie: se da una parte si è cercato di raggiungere il tetto fissato dalla NATO, dall’altro la percezione del pericolo di un’invasione russa, dovuta anche all’annessione della Crimea nel 2014, è sicuramente aumentata rendendo l’opinione pubblica più propensa all’idea di un incremento dell’investimento nel citato comparto.

 

Molti sono gli studi e le analisi effettuate, frutto dei quali sono indubbiamente i documenti programmatici pubblicati dal Ministero della Difesa polacca, tra i quali spiccano il “Concetto di Difesa della Repubblica di Polonia” del  2017 (https://www.gov.pl/documents/1445950/1446226/korp_web_13_06_2017.pdf/27c65d5b-1494-3547-cd0f-7bbf0902045b) che fissa le linee guida della Difesa per i prossimi 15 anni e il “Programma di Sviluppo delle Forze Armate della Repubblica di Polonia per gli anni 2017-2026” del 2018. Proprio quest’ultimo risulta interessante poiché concretizza gli obiettivi del documento strategico prevedendo, tra gli altri, l’incremento dell’organico attraverso il proseguimento della formazione delle Forze di Difesa Territoriale ma, soprattutto, della 18^ Divisione Meccanizzata; l’istituzione delle Forze di difesa cibernetica (programma CYBER.MIL); l’introduzione del nuovo Sistema di Comando e Controllo e dei nuovi sistemi di armamento (“Piano di Ammodernamento Tecnico con Orizzonte 2026”), il raggiungimento della Full Operational Capability della Multinational Division North East (Elbląg, Polonia) e, last but not least, l’incremento della presenza statunitense sul suolo nazionale. Vediamo i tratti salienti dei sopracitati obiettivi.

 

Le forze di Difesa Territoriale e l’incremento della componente operativa

Le Forze di Difesa Territoriale (Wojska Obrony Terytorialnej – WOT) sono nate il 1 gennaio 2017 con lo scopo di difendere a livello regionale i cittadini polacchi attraverso una stretta collaborazione (la formazione viene in parte effettuata presso gli istituti di formazione dell’Esercito) con le Forze Operative. Tra i vari compiti vi è l’intervento nei casi di calamità naturale.

 

Secondo il progetto iniziale verranno costituite 17 Brigate di Difesa Territoriale, ovvero una per ogni voivodato, ad esclusione della Masovia dove sorgerà anche il Quartier Generale (a Varsavia). Il processo terminerà nel 2021 e, ad oggi, la prima fase costitutiva è stata completata con la formazione di 3 Brigate dislocate nelle regioni dell’Eastern Flank con un organico di 17.000 unità che dovrebbero diventare, nel 2020, 53.000.

Nell’ottica di un incremento della Forza vi è, come precedentemente citato, il progetto di costituzione, entro il 2022, della nuova 18^ Divisione Meccanizzata (le Forze Terrestri polacche si basano su 3 Divisioni meccanizzate di cui una Multinazionale, la 18^ sarà la quarta) con un quartier generale a Siedlce ovverossia a 70 km dal confine ucraino e a 90 km da Varsavia.

 

Ammodernamento Tecnico con orizzonte 2026

Il 28 febbraio 2019 Mariusz Błaszczak, Ministro della Difesa polacca, ha sottoscritto il “Piano di Ammodernamento Tecnico con orizzonte 2026” che, nell’arco temporale 2017-2026 prevede un investimento di 185 miliardi di zloty. Il Ministro ha inoltre annunciato che il nuovo equipaggiamento dovrà essere destinato alla difesa dell’Eastern Flank e, in particolare, alla 18^ Divisione Meccanizzata sita in Siedlce. Il Piano include i seguenti programmi (principalmente di acquisizione):

 

FORZE TERRESTRI:

Wisła – acquisizione di sistemi missilistici antiaerei e antimissilistici di medio raggio. Il 28 marzo 2018 è stato sottoscritto l’accordo per la realizzazione della 1^ fase del programma che prevede l’acquisto di 2 batterie Patriot per un costo totale di circa 5 miliardi di dollari. La consegna è prevista per la fine del 2022 e il conseguimento della full operational capability per l’inizio del 2024;

Narew – acquisizione di 9 batterie contraerei entro il 2022;

Borsuk – introduzione di un nuovo veicolo da combattimento basato sul modulo universale di scafo cingolato e realizzato dall’industria polacca (sostituirà l’ormai obsoleto mezzo di costruzione sovietica BMP-1 e avrà, al contempo, capacità anfibia);

Regina – acquisizione di moduli da fuoco Krab howitzer;

Homar – acquisizione di modulo lanciarazzi multiplo con capacità di colpire obiettivi ad una distanza di 70-300 km;

Kruk – acquisizione di elicotteri d’attacco di ultima generazione per l’aviazione dell’Esercito;

Rak – acquisizione di alcuni moduli da fuoco da 120 mm (mortai semoventi) che saranno realizzati dal consorzio HSW SA e ROSOMAK SA;

Pustelnik – acquisizione di una piattaforma di lancio di missili controcarro guidati che non richiedono una formazione particolarmente articolata; 

Mustang – acquisizione di veicoli pesanti ad alta mobilità per trasporto truppe.

 

MARINA MILITARE:

Płomykówka – acquisizione di velivoli per il pattugliamento delle coste, Miecznik – acquisizione di vascelli per la difesa costiera, Orka – acquisizione di sottomarini.

 

AERONAUTICA MILITARE:

Harpia – acquisizione di 32 velivoli multiruolo da combattimento di 5^ generazione, Gryf – acquisizione di tactical Unmanned Air Vehicles – UAVs (droni), Ważka – acquisizione di micro Unmanned Air Vehicles – UAVs (droni).

 

Cyberdefence – Programma CYBER.MIL

Lo spazio cibernetico è, come dichiarato durante il Warsaw NATO Summit, il quinto dominio operativo militare sul quale il Governo polacco ha deciso di investire attraverso il programma CYBER.MIL. Trattasi soprattutto dell’acquisizione di strumenti nazionali e software applicativi realizzati principalmente dal consorzio PGZ e dalla società Exatel. Per la realizzazione del programma verranno stanziati 3 miliardi di zloty.

L’investimento sarà anche immateriale e verterà sulla formazione del personale attraverso l’istituzione di corsi ad hoc, verrà inoltre creato un Centro Nazionale di Sicurezza Cibernetica.

 

Multinational Division North East (MND-NE)

Durante il Vertice NATO svoltosi a Varsavia nel 2016, i rappresentanti degli Stati membri hanno deciso di rafforzare il fianco orientale dell’Alleanza attraverso la creazione dei Multinational Battlegroup sotto la cosiddetta rafforzata presenza della NATO negli Stati baltici e in Polonia. Per coordinare le loro attività, è stato istituito il Comando Multinazionale della Divisione Nord-Est (MND-NE). All’inizio di dicembre 2018 durante l’esercitazione “Anakonda-18”, la MND-NE ha raggiunto la piena capacità operativa nonché la capacità di condurre le operazioni in conformità con l’articolo 5 del Trattato di Washington. I battlegroup multinazionali sono entrati in funzione nel 2017.

 

Nuovo Sistema di Comando e Controllo

Introdotta nel 2014 e frutto di precedenti riforme minori che miravano soprattutto al ridimensionamento del numerico verso il basso dovuto all’abolizione della leva obbligatoria e la conseguente riduzione degli organici, la precedente riforma prevedeva uno Stato Maggiore Generale per tutte le Forze Armate i cui compiti erano la gestione finanziaria, la pianificazione generale e la consulenza al Ministro della Difesa, al primo ministro e al Presidente. Lo Stato Maggiore era affiancato dal Comando Generale della Forza Armata e da due comandi unificati: il Comando Generale (con compiti di pianificazione operativa e addestramento) con 4 Ispettorati dipendenti, e il Comando Operativo (compiti di pianificazione e condotta di tutte le operazioni ed esercitazioni dentro e fuori dai confini nazionali).

 

La riforma, che in un primo momento aveva incontrato l’entusiasmo dei vertici militari, si è ben presto rivelata fallimentare. Se da un lato ha indubbiamente facilitato la cooperazione a livello interforze, dall’altro ha creato caos nelle competenze. Nel dicembre del 2018, dopo un lungo dibattito interno, è stato promulgato il cosiddetto “Mały SKiD” ovvero la “Piccola Riforma del Comando e Controllo” con la quale, a partire dal 1 gennaio 2019, il Capo di Stato Maggiore della Difesa (Gen. Rajmund Andrzejczak) ha riacquistato il ruolo centrale precedente la riforma del 2014 tornando ad essere il “primo soldato della Repubblica”. Alle sue dirette dipendenze vanno il Comando Generale, il Comando Operativo delle Forze Armate e l’Ispettorato di Sostegno. Si parla di “piccola riforma” poiché è un primo passo verso un riassetto più grande in cui, presumibilmente, gli Ispettorati verranno riconfigurati in Comandi di Forza Armata e la quinta Forza Armata costituita nel 2017, ovvero le Forze di Difesa Territoriale sarà alle dipendenze del Capo di SMD. Le cose saranno sicuramente più chiare dopo le elezioni parlamentari che avranno luogo nell’ottobre 2019 o eventualmente le presidenziali del maggio 2020.

 

Incremento della presenza statunitense sul suolo nazionale

Un capitolo a parte meriterebbe il particolare rapporto con gli Stati Uniti in cui, sin dai tempi della Guerra Fredda la Polonia ha visto una sorta di via di fuga, testimoniata anche dalle varie ondate migratorie (6 milioni di polacchi o di origine polacca sono presenti negli USA).

 

Sin dall’amministrazione Bush Senior, la Polonia ha avviato una serie di colloqui che dovrebbero culminare nell’istituzione di “Fort Trump” ovvero lo stazionamento di una divisione USA corazzata con le relative unità di supporto. La Polonia ha offerto agli Stati Uniti 2 miliardi di dollari (suddivisi in 10 anni) e sta ancora attendendo un responso in merito. Responso che, alla luce di quanto avvenuto durante il Middle East Summit (Varsavia, 13-14 febbraio 2019), con grande probabilità non avrà un esito positivo.

 

Cosa è successo durante il vertice che avrebbe dovuto rappresentare una piattaforma di dialogo per la pace in Medio Oriente e per il quale la Polonia ha profuso un grande sforzo organizzativo? Purtroppo il summit non è iniziato sotto i migliori auspici ed è terminato ancor peggio. Il Governo avrebbe dovuto essere consapevole della retorica anti-iraniana dei Paesi partecipanti (principalmente USA e Israele) anziché prendere quasi le distanze dalle politiche dell’Unione Europea che considera valido l’accordo sottoscritto con Teheran nell’aprile del 2015 e che Washington non condivide (e dal quale si sono ritirati con l’elezione di Trump). La mossa è risultata poco felice anche alla luce dei relativamente buoni rapporti polacco-iraniani e del “debito storico” nei confronti di Teheran: ricordiamo infatti gli oltre 116.000 prigionieri polacchi accolti dall’Iran durante la seconda guerra mondiale.

 

Tornando però al binomio USA-Polonia, saltano all’occhio alcuni episodi di “rilettura” della storia più recente da parte degli Stati Uniti. Tanto per citarne alcuni, la relazione della giornalista americana Andrea Mitchell in cui parla della visita del Vicepresidente Pence al monumento per i caduti che lottavano contro il regime nazista e quello polacco. A seguito delle proteste del governo polacco la giornalista ha presentato le sue scuse ufficiali.

 

Non sono certo stati da meno i rappresentati governativi. Il Segretario di Stato USA, Mike Pompeo, durante la conferenza stampa con il Ministro degli Affari Esteri polacco, Jacek Czaputowicz, ha infatti più volte elogiato Frank Blajchman, criminale di guerra stalinista, considerato l’autore di omicidi di numerosi membri della Resistenza polacca. L’intervento è stato aspramente criticato ma il Segretario di Stato, spalleggiato dal suo Governo, non ha presentato le scuse. Nel corso della stessa conferenza stampa, Pompeo è riuscito a tirare fuori un altro coniglio dal cappello magico della fantastoria, stavolta parlando della restituzione delle proprietà delle vittime americane dell’Olocausto per la quale ha spronato il Governo polacco affinché promulgasse una legge per restituire il patrimonio a coloro che lo hanno perso durante l’Olocausto. Al Segretario ha risposto Adam Bielan, uno dei più stretti collaboratori di Jarosław Kaczyński, sottolineando e ricordando all’ignaro Segretario che la restituzione dei beni è regolamentata dall’accordo sottoscritto con gli USA nel 1960 in cui gli stessi si sono fatti carico di tutti i crediti relativi alla questione.

 

Infine, come se non fossero bastate le dichiarazioni statunitensi, anche il Premier israeliano Benjamin Nethanjahu citato dal “Jerusalem Post” ha dichiarato che i polacchi, durante la seconda guerra mondiale, hanno collaborato con i nazisti. L’intervento è stato contestato duramente dal Premier polacco Mateusz Morawiecki nonché dal Presidente Andrzej Duda, il quale ha annullato la presenza polacca alla riunione dei Paesi del Gruppo di Vysehrad (V4), tenutasi a Gerusalemme. È intervenuto l’ambasciatore di Israele in Polonia, Anna Azari dicendo che le dichiarazioni erano frutto di false informazioni diffuse dal “Jerusalem Post”, al suo intervento ha fatto seguito una comunicazione ufficiale di Nethanjahu. Peccato che solo la prima versione abbia avuto un’eco mondiale. Tornando però al “Fort Trump” e alla speranza di poter risolvere o accelerare l’inizio del progetto, il Segretario di Stato ha chiaramente fatto capire che, fintanto che sul mercato polacco delle telecomunicazioni opererà il gigante cinese Huawei considerato da Washington spia al soldo del governo cinese, gli USA non sposteranno le proprie forze in Polonia.  Pare chiaro, a questo punto, che il progetto cadrà nel dimenticatoio.

ROSJA VS. UKRAINA, LA CRISI SI SPOSTA SUL MAR D’AZOV

di Sly

 

Il recente incidente nello stretto di Kerč, alle porte del Mar Nero, ha di nuovo portato sotto le luci della ribalta il profondo momento di crisi che attraversano i rapporti russo-ucraini.

 

Lo scorso 24 novembre un gruppo di navi da guerra della Marina Militare ucraina, composto da due vascelli corazzati (i neo-costruiti “Berdjansk” e “Nikopol”, unità in servizio rispettivamente dal 2016 e dal 2018) e da un rimorchiatore (“Jan Kap” – 1974) è partito da Odessa con l’intenzione di raggiungere le altre navi dislocate da settembre scorso a Mariupol. Il percorso prevedeva il passaggio a sud della Crimea e l’ingresso nel Mar d’Azov attraverso lo stretto di Kerč. Fonti ucraine riportano che, come da prassi, il passaggio era stato precedentemente notificato alla controparte.

La mattina del giorno seguente, il 25 novembre, il complesso della Marina Militare ucraina è stato avvicinato da unità della guardia costiera di frontiera della Federazione russa poiché, a detta delle forze russe, gli ucraini avevano violato le loro acque territoriali entrando nelle 12 miglia dalla costa della Crimea. È importante ricordare che l’Ucraina non riconosce la Crimea, annessa nel 2014, come territorio russo, e che pertanto anche le acque incluse nelle 12 miglia dalla costa continuano a far parte del territorio nazionale.

 

Dopo presunte mancate comunicazioni da ambo le parti, a sud della penisola della Crimea, tra le località Sudok e Teodisia, due unità russe sono entrate in collisione con il rimorchiatore “Jan Kap”, ciononostante il gruppo non ha cambiato rotta navigando fin sotto al ponte, dove avrebbe dovuto ottenere il permesso per andare oltre. Nel frattempo i media russi hanno diffuso la notizia della collisione tra un vascello ucraino ed una petroliera che ha causato il blocco dello stretto. Di fatto lo stretto è stato bloccato a qualsiasi tipo di passaggio provocando un ingorgo di navi. Poche ore dopo, nel primo pomeriggio, hanno fatto la loro comparsa gli aerei da attacco, Suchoi Su-25 e gli elicotteri da attacco Kamov Ka-52 della Flottiglia russa del Mar Nero. Infine, in serata, le navi ucraine (il vascello “Berdiansk”) sono state danneggiate in seguito all’apertura del fuoco russo e abbordate dalle forze speciali (SpecNaz); ne ha conseguito l’arresto dell’equipaggio, i 23 marinai (tra cui 2 ufficiali del controspionaggio militare delle forze di sicurezza ucraine) che saranno trattenuti per due mesi. Perché?

 

Precedentemente (a settembre) la nave comando “Donbass” e il rimorchiatore “Koriec” della Marina Militare ucraina avevano superato senza problemi lo stretto ed erano arrivate a Mariupol, dove stanno al momento stazionando, in aggiunta, altri 2 vascelli corazzati erano stati trasportati via terra fino a Berdjansk e poi, via mare, fino a Mariupol. Trattasi infatti di unità di modeste dimensioni, adeguate ad operare nel Mar d’Azov; in aggiunta, la tipologia di trasporto dà la possibilità di evacuare le navi in caso di un blocco dello spazio marino da parte russa. Tirando le somme, nel Mar d’Azov la Marina Militare ucraina ha 4 dei 6 vascelli corazzati di ultima generazione “GJURZA-M” (di cui, al momento, 2 nelle mani della Federazione Russa) e 2 dei 6 rimorchiatori (di cui 1 nelle mani della Federazione russa), oltre ad una sola nave comando.

 

La domanda sorge spontanea: cosa ne trarrebbe l’Ucraina dalla collocazione di nuove unità nel Mar d’Azov? Indubbiamente un vantaggio sul potenziale russo di stanza in quelle acque, piuttosto ridotto e obsoleto. Resta il fatto che, in caso di un conflitto armato, uno spazio così piccolo sarebbe senz’altro più facilmente controllabile da forze aeree e terrestri, motivo per cui la Federazione russa non ha investito più di tanto nella creazione o nel rafforzamento delle proprie unità marine nell’area (da giugno 2018 hanno solo 3 vascelli di artiglieria a Kerč). L’Ucraina ha piuttosto voluto dimostrare la propria sovranità nell’area sottolineando un profondo disaccordo e malcontento per l’annessione della Crimea ed evidenziare l’ostruzionismo russo della navigazione ucraina attraverso lo stretto fino a Berdjansk e, soprattutto, Mariupol.

 

Date le premesse, i vicini di casa russi hanno trattato l’incidente come un casus belli. A detta del presidente russo, Vladimir Putin, infatti, l’avvicinarsi delle elezioni e la poca simpatia di cui gode il presidente ucraino lo hanno portato ad una mossa più volte vista in passato: distogliere l’attenzione dell’elettorato da problemi di politica interna proiettandola sul nemico al momento più quotato – la Russia – in particolare dall’indebitamento del Paese di quasi 12 miliardi di dollari che nell’arco dei prossimi 2 anni dovranno essere restituiti agli Stati Uniti e per i quali avrà bisogno dell’aiuto del Fondo Monetario Internazionale. L’elettorato inoltre, con uno spauracchio alle porte, giustificherà l’aumento degli investimenti della Difesa (2017: 68,8 miliardi di hryvnie, nel 2018: 86,6 miliardi di hryvnie di cui 16,36 miliardi per l’acquisto e l’ammodernamento dell’obsoleto equipaggiamento) o l’avvallo della riforma nel settore per cui la direzione del dicastero andrà nelle mani di civili, quindi più malleabili e soggetti a scelte politiche, e non più di militari. Sapendo quindi di avere il pieno appoggio della NATO, della UE (di cui, ricordiamolo, non fa parte) e soprattutto, della potenza statunitense, il governo di Kiev ha ben pensato di dichiarare lo stato di guerra fino al 26 dicembre 2018 unicamente nelle regioni di confine con la Federazione russa, con il Mar d’Azov e il Mar Nero (Černihov, Cherson, Harkov, Donieck, Lugansk, Mikolajevsjoe, Oder, Sumsk, Zaporože, Vinnickie). La legge marziale, non introdotta in momenti più drammatici come durante il conflitto ancora in corso nel Donbass che, di fatto, è una guerra civile, non ha cambiato niente nella quotidianità dei cittadini e rappresenta unicamente una decisione politica, un atto dimostrativo che pare l’apice di un processo iniziato anni fa e di cui sono parte integrante l’introduzione del progetto di legge di “Cessazione dell’effetto di accordo sull’amicizia, la cooperazione e la partnership russo-ucraina” siglato con la Federazione russa nel 1997; lo scioglimento degli accordi nel settore militare (2015 e 2017 per l’export di materiale bellico), dell’energia nucleare (2015), dell’informazione (2016), economico (2018), e via dicendo.

 

Il modo in cui si è svolto l’incidente sta comunque a dimostrare quanto la Federazione russa si sia preparata alla soluzione armata di un conflitto in caso di un incremento della presenza ucraina nel Mar d’Azov. A dimostrazione di ciò sta l’accoglienza delle unità ucraine da parte di tutto il gruppo di pattugliatori russi e il coinvolgimento di velivoli.

 

La militarizzazione della Crimea da parte russa, è ovviamente importante al fine di contrastare l’espansione ucraina nell’area. Il processo di formazione di nuove unità – che terminerà nel 2020 – è iniziato già nel 2015 e ne fa parte la costituzione del 22^ Corpo d’Armata (febbraio 2017), con una struttura similare a quella dell’11^ Corpo d’Armata nel distretto di Kaliningrad e dotato di missili Iskander (anche in Crimea sono state inviate batterie di sistemi di difesa aerea S-400 e missili terra-acqua).

 

In conclusione, l’incidente nello stretto ben riassume le relazioni tra occidente e Federazione russa, dove per occidente non s’intende unicamente l’Ucraina bensì “la questione ucraina” che coinvolge attori internazionali chiaramente intenzionati alla destabilizzazione dell’area attraverso l’utilizzo di sistemi parte di un quadro legale complesso e piuttosto ‘borderline’ e soprattutto grazie ad un sapiente utilizzo della StratCom (strategic communication).

LA LEADERSHIP ITALIANA SULLA “FORMAZIONE ALLA LEADERSHIP” DEL PERSONALE MILITARE DELL’UNIONE EUROPEA

di Cristiano Galli

 

Quando si parla di Unione Europea (UE) la sensazione iniziale, per i cittadini comuni, è spesso di confrontarsi con un organismo dai confini non chiaramente definiti, con un’organizzazione inutilmente complessa e incomprensibile. L’Unione Europea è data spesso per scontata e solo un’improvvisa sua mancanza sarebbe in grado di rigenerarne consapevolezza ed importanza. L’esistenza dell’Unione Europea nelle nostre vite è, con tutti i possibili connessi pregi e difetti, una caratteristica oggettiva della realtà che ormai ci circonda da più di mezzo secolo.

Mai come in questo momento l’UE nella sua forma collettiva, e gli Stati membri che la compongono nella propria dimensione individuale, hanno l’obbligo e la responsabilità di riflettere sulle motivazioni del passato, ma soprattutto di ri-pensare al proprio futuro. L’interesse individuale di ogni singolo Stato membro deve trovare il proprio punto di equilibrio con la naturale ed opposta tendenza derivante dall’esigenza di cooperare per l’interesse collettivo. Caratteristica tipica dei sistemi adattivi complessi di successo sta proprio nella capacità di integrare le dinamiche competitive (interessi individuali) con le dinamiche cooperative (interessi collettivi).

 

Il Servizio per l’Azione Esterna (European External Action Service) dell’Unione Europea rappresenta uno dei più recenti organismi attraverso il quale i Paesi membri hanno deciso di esercitare una funzione diplomatica comune e dare luogo ad un embrionale tentativo di esercitare una Politica Comune di Difesa e Sicurezza (Common Security and Defense Policy).

 

Nel 2013 è nato l’EUMTG (European Union Military Training Group), posto alle dipendenze del MS (Military Staff) del MC (Military Committee). Peraltro, dal prossimo 6 novembre, il prestigioso incarico di Presidente del Comitato Militare sarà assunto dal Generale Claudio Graziano, attuale Capo di Stato Maggiore della Difesa italiano.

 

L’EUMTG è stato creato con lo scopo di stabilire i criteri formativi del personale militare e civile da impiegare a supporto della Politica Comune di Difesa e Sicurezza (CSDP). In tale ambito, nel 2015, l’EUMTG ha stabilito una serie di “discipline per la formazione e l’addestramento” considerate quali “categorie funzionali che raggruppano tematiche in supporto delle capacità militari essenziali alla condotta efficace delle missioni ed operazioni militari della CSDP”. Contestualmente l’EUMTG ha ritenuto che gli Stati membri avrebbero potuto mettere a fattor comune le potenziali aree di eccellenza sviluppate individualmente, assumendo la guida di una particolare disciplina (Discipline Leader). Solo nella primavera del 2018 la particolare disciplina “Leadership e Management”, rimasta fino ad allora priva di candidature, su proposta del Capo di Stato Maggiore della Difesa italiano,  ha visto la nomina dell’Istituto di Scienze Militari Aeronautiche di Firenze quale “Discipline Leader” nell’ambito dell’EUMTG.

 

E’ iniziato così un progetto complesso e sfidante che vedrà la Difesa italiana impegnata nello studio di un modello di competenze trasversali di base (Core Soft Skills) essenziali al personale militare e civile impegnato nell’esercizio delle missioni ed operazioni sotto bandiera europea nel teatro globale.

 

La Difesa italiana parte già dal modello di ricerca consolidato e presentato con successo in seno alla Prima Conferenza Nazionale sulla Formazione alla Leadership dello scorso 20 giugno a Firenze (LTEM – Leadership Training & Educational Model). Il modello, che dovrà essere adattato e reso compatibile al contesto culturale ed alla specificità della natura operativa delle missioni dell’Unione, continuerà comunque a poggiare sulle solide basi scientifiche delle neuroscienze cognitive e sociali, delle scienze della complessità e dei sistemi adattivi complessi (CAS). Il processo si svolgerà in tre fasi. La prima fase (requirements) consisterà nell’analisi dei requisiti, da intendersi quale definizione delle competenze, attitudini e comportamenti da presidiare con l’attività formativa (competenze attese). La seconda fase (opportunities) consisterà nella mappatura delle attività formative di settore già svolte dai vari Stati membri e/o dagli organismi e strutture formative dell’UE. La terza ed ultima fase (analysis) consisterà nel confronto fra i requirements e le opportunities con la definizione di un Common Core Curriculum che copra tutte le esigenze formative del personale, dal livello politico-strategico, fino al livello tattico.

 

La leadership è un fenomeno complesso e solo attraverso la consapevolezza del funzionamento delle dinamiche complesse è possibile immaginarne un esercizio efficace. La capacità di esercitare intelligenza emotiva individuale e di gruppo, la consapevolezza cross-culturale, il decision-making neurale/strategico, la resilienza e l’adattività, sono solo alcuni esempi delle “core competencies” necessarie alla leadership del futuro.

 

La Difesa italiana ha ricevuto dall’Unione Europea l’importante e delicato incarico di farsi guida e catalizzatore per la creazione di un modello di formazione alla leadership sicuramente funzionale alla condotta efficace delle operazioni internazionali, ma potenzialmente anche utile alla formazione di dirigenti europei. Quei dirigenti che rappresenteranno un nuovo punto di partenza per favorire quell’equilibrio fra interessi individuali e collettivi tanto importante per la sopravvivenza ed il rilancio dell’idea stessa di Unione Europea.

 

LE GRANDI MANOVRE DELLA FEDERAZIONE RUSSA: ESERCITAZIONE VOSTOK 2018

di Sly

Lo scorso settembre ha avuto luogo, nei Distretti Militari Centrale e Orientale della Federazione Russa, l’esercitazione denominata “Vostok-2018”(“Восток 2018”). Come dichiarato dallo stesso Ministro della Difesa russo, il Generale Sergej Kužugetovič Šojgu, un’esercitazione di tale portata non veniva organizzata dai tempi delle manovre sovietiche del 1981, ovvero di “Zapad-81” (“Запад-81”) che, condotta a livello  strategico-operativo aveva visto la partecipazione delle Forze Armate sovietiche e dei Paesi parte dell’ex Patto di Varsavia. Lo spazio di manovra aveva riguardato i distretti militari bielorussi, di Kiev, dei Paesi baltici nonché le acque del mar Baltico.

 

Dal 1981, anno in cui l’Unione Sovietica destinò una percentuale significativa del proprio PIL alla difesa avendo a disposizione uno spazio geografico ben più ampio nonché un numero di personale di gran lunga superiore rispetto a quello attuale data anche la diversa tipologia di arruolamento, molte cose sono cambiate. “Vostok-2018” fa parte di questi cambiamenti. L’attività infatti è parte integrante del ciclo addestrativo avviato a seguito dei deficit rilevati durante un’ispezione condotta nel 2013 con l’intento di verificare lo stato di preparazione del personale militare russo. Le ispezioni venivano effettuate anche in precedenza ma i dati promulgati (quando tali) erano in genere poco affidabili e coprivano una scala che andava dal ‘più che soddisfacente all’ottimo’.

 

A partire dal 2015, invece, il Governo russo ha intrapreso una serie di esercitazioni a livello strategico nei distretti militari Centrale (“Центр-2015”), Meridionale (“Кавказ-2016”) e Occidentale (“Запад-2017”) in cui sono stati sperimentati nuovi programmi ed è stata testata l’efficacia delle metodologie formative applicate al personale. Il Ministero della Difesa, inoltre, desiderava testare la mobilità strategica, in particolare sulle lunghe distanze, pertanto, una percentuale significativa delle truppe è stata aviotrasportata dal Distretto centrale in ben 9 aree addestrative orientali.

 

Per quanto riguarda i costi, il Governo russo non ha diffuso notizie in merito. Unico dato certo è relativo ai fondi destinati all’attività, stanziati nella programmazione finanziaria 2018. Al contrario i numerici che fanno riferimento ai mezzi/materiali e al personale impiegato sono di notevole impatto: 297.000 personale militare, 1000 tra velivoli, elicotteri e Unmanned Air Vehicle (UAV), circa 36.000 carri armati e veicoli da trasporto della fanteria e circa 80 tra navi ed imbarcazioni della Marina Militare.

 

L’esercitazione, la cui parte di verifica della combat-readiness è cominciata già il 20 agosto 2018, si è svolta in due fasi:

  • 1° fase della durata di due giorni (11-12 settembre) in cui i Comandi Operativi Strategici Interforze dei Distretti Militari (Centrale e Orientale)e della Flotta del Nord hanno svolto l’attività di pianificazione, preparazione delle forze per la condotta delle operazioni di guerra, organizzazione delle azioni congiunte e di sicurezza generale. E’ stato quindi completato il dispiegamento delle forze sul teatro di operazioni Orientale e incrementato il numero delle forze della Marina Militare nelle zone marittime Nord ed Estremo Oriente e nella zona oceanica Nord-ovest;

  • 2° fase della durata di cinque giorni (13-17 sett. u.s.) in cui sono state condotte/realizzate le azioni precedentemente pianificate. I poligoni delle forze terrestri coinvolti sono stati 6: “Cugol”, “Bamburovo”, “Radyghino”, “Uspenovskij”, “Lagunnoje”, “Bičinskij”; 4 dell’Aeronautica e della Contraeerea: “Litovko”, “Novosel’skoje”, “Telemba”, “Buhta Anna”; infine lo spazio marittimo delle acque del Mare Giapponese, Mare di Bering, Mare di Ochotsk, Golfo Avacinskij e Golfo Kronotskij.

 

L’esercitazione ha inoltre offerto nuovi spunti di riflessione sull’allargamento dei rapporti militari bilaterali: per la prima volta infatti, hanno preso parte ad un ‘drill’ della Federazione Russa le forze terrestri dell’Esercito Popolare di Liberazione Cinese (circa 3.500 militari, 800 mezzi, 6 aerei e 24 elicotteri) e della Mongolia (di quest’ultima non sono stati diffusi i dati circa il personale impiegato). La Turchia, a cui è stato chiesto di essere parte attiva delle attività, ha declinato l’invito.Il personale straniero è stato convogliato nel poligono “Cugol” (“Цугол”), nella regione della Transbajkalia, dove peraltro sono state condotte le azioni caratterizzate da maggiore dinamicità in cui tre unità del Distretto Militare Orientale hanno combattuto a fianco dei cinesi e dei mongoli contro le forze del Distretto Militare Centrale. La presenza della Cina ha inoltre permesso alle forze russe di verificare in situ il proprio livello di preparazione, adattamento situazionale e risposta ai conflitti moderni: una sorta di manna dal cielo considerando che la Russia non ha avuto per decenni confitti su larga scala nei propri territori, non facendo ovviamente riferimento, alla crisi georgiana, alla guerra al terrorismo in Cecenia o, più in generale, le cosiddette Russian peacekeeping operations (John Mackinlay and Peter Cross “Regional peacekeepers. The paradox of Russian peacekeeping”, 2003, United Nations University Press).

 

Al fine di tutelare il proprio personale, evitare incidenti diplomatici e – perché no – buttare un po’ di fumo negli occhi di un occidente avido di regole e tutele, le attività si sono ovviamente svolte in una cornice legale supportata da due tipi di accordo multilaterale. Il primo, firmato dalla Repubblica Popolare Cinese, dalla Repubblica del Kazakistan, dalla Repubblica del Tagikistan e dalla Repubblica Kirghisa concerne il rafforzamento della confidence building in campo militare nelle zone di confine; il secondo, invece, sottoscritto anche questo a livello regionale (Repubblica di Corea, Repubblica Popolare Democratica di Corea, Repubblica Popolare Cinese, Giappone e USA), è relativo alla prevenzione degli incidenti dovuti ad attività militare in mare e nello spazio aereo.

 

 

Impatto internazionale dell’esercitazione

Con l’intento di dare una parvenza di trasparenza e per mantenere dei buoni rapporti con i Paesi membri del Patto Atlantico, dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) e dell’Unione Europea (UE), il Governo della Federazione Russa ha presentato i lineamenti dell’esercitazione “Vostok-2018” in sede di vari summit tra cui il 7° Consiglio Russia-NATO tenutosi a Bruxelles, nel mese di maggio  e l’888th OSCE Plenary Meeting of the Forum for Security Cooperation (4 luglio ). I membri delle sopramenzionate organizzazioni, insieme ai military attaché accreditati presso le ambasciate in territorio della Federazione (91 rappresentanti di 57 Stati) sono inoltre stati invitati alla presentazione ufficiale dell’esercitazione nonché al poligono “Cugol”  in qualità di osservatori.

 

E’ innegabile quanto l’esercitazione abbia avuto un forte impatto sulla comunità internazionale, essendo stata letteralmente uno showing up della forza militare russa, supportato da una sapiente propaganda mediatica che, a tratti, richiama quella dell’epoca sovietica, caratterizzata da una glorificazione delle Forze Armate, in cui si incarnavano i più alti valori dell’allora továrišč (compagno) russo e che erano la proiezione verso l’esterno di un potere militare specchio della potenza mondiale quale era l’URSS.

 

Il presente momento storico, come spesso accade, è pieno di contrasti che vedono un  ambiente politico internazionale fortemente preoccupato per l’espansionismo e l’aumento del potenziale bellico russo (che da comunque una buona giustificazione alla corsa agli armamenti, a grandi esercitazioni o allo schieramento delle truppe NATO o USA sul confine orientale della UE), ma ben poco per la situazione geopolitica regionale, dove la guerra civile nella regione del Donbass non accenna ad affievolirsi ma, non essendo pubblicizzata dai mezzi di comunicazione di massa, pare non esistere. In ultima analisi, Vostok – 2018 ha dato un assaggio del potenziale bellico russo ed ha avuto il merito di avvicinare militarmente e, di conseguenza, politicamente due grandi potenze mondiali del continente euro-asiatico.

FORZE ARMATE RUSSE: NUOVI ISTITUTI O NOSTALGIA DEL PASSATO?

di Sly

 

Il giorno 7 agosto 2018, il Ministro della Difesa della Federazione Russa, il Generale d’Armata (Генерал Армии) Sergej Kužugetovič Šojgu ha presentato ufficialmente il suo vice, il Colonnello Generale (Генерал Полковник) Andrej Valerevič Kartapolov. Il nuovo viceministro sarà anche a capo della Direzione Generale Politico-Militare delle Forze Armate Russe (Главного военно-политического управления Вооруженных сил – ГВПУ), ente che non farà parte dell’organigramma del Ministero della Difesa russo ma sarà un’entità autonoma all’interno delle Forze Armate.

Tale istituto non è affatto nuovo all’organizzazione militare russa, esso infatti esisteva già nel periodo dal 1919 al 1942, dapprima all’interno dell’Armata Rossa e, in seguito, nelle forze Armate dell’Unione Sovietica e si occupava della supervisione del comportamento dei soldati e della diffusione della propaganda politica. L’incarico era ricoperto dai commissari militari e dagli Ufficiali politici e, dopo il 1942, dai cosiddetti “politruk” (abbr. полтический руководитель – istruttore politico) e in seguito dai zampolìt (abbr. замести́тель команди́ра по политрабо́те – addetto del comandante sui lavori politici), un cambiamento che rifletteva il cambio di ruolo e lo sviluppo dell’autorità loro conferita: lo zampolit non aveva diritto di interferire negli ordini operativi di un ufficiale militare.

 

Il nuovo viceministro ha, teoricamente, la formazione e l’esperienza necessarie a ricoprire qualsiasi incarico nel Minoborony Rossii (abbr. Министерство Обороны Российской Федерации – Ministero della Difesa della Federazione Russa) avendo alle spalle un iter formativo da Ufficiale con incarichi dirigenziali, sia in territorio nazionale che all’estero. Come se non bastasse i vertici si sono preoccupati di inserire nel curriculum del generale anche una sorta di percorso operativo ovvero il Comando dell’Esercito russo in Siria dal dicembre 2016 a marzo 2017, il che corrisponde al periodo in cui è stata ripresa per la seconda volta Palmyra (2 marzo 2017).  Nonostante la permanenza del generale in Siria sia sottolineata dai media così come dalle autorità ad ogni occasione, risulta piuttosto difficile dire quanto, con soli tre mesi di permanenza in teatro operativo, egli abbia potuto in qualche modo influire sul corso delle operazioni, a maggior ragione perché queste ultime sono state condotte per la maggior parte dai reparti speciali (specnaz) con i quali Kartapolov non aveva niente a che fare.

 

Il suo nome però è venuto alla ribalta grazie alla guerra nel Donbass (aprile 2014): essendo all’epoca Capo di Stato Maggiore del Distretto Militare Occidentale, era anche incaricato della preparazione dell’intervento, e ritenuto il responsabile dell’abbattimento (17 luglio 2014) dell’aereo della Malaysia Airlines 17, accusa alla quale lo Stato Maggiore ha risposto specificando che il generale, a partire dal mese di giugno 2014, era impiegato presso lo Stato Maggiore Generale e che pertanto non avrebbe nemmeno potuto dare l’ordine di trasportare i missili contraerei Buk M1 nel Donbass. In realtà era probabilmente lui il responsabile dell’approntamento dei separatisti ucraini.

 

Perché indugiare così a lungo sulla biografia del neo-viceministro? Il gen. Kartapolov andrà a ricoprire un incarico che, nel caso in cui riuscisse veramente ad ottenere le attribuzioni dei suoi predecessori, membri del direttorato politico dell’Armata Rossa, lo renderebbe uno degli Ufficiali generali più importanti nonché il candidato naturale per sostituire l’attuale Ministro della Difesa, il generale Šojgu. Con tutto quel che ne consegue, data la nuova direzione del Governo moscovita.

 

I media russi hanno immediatamente riportato come, esattamente 100 anni fa, i bolscevichi istituirono l’Ufficio dei Commissari Militari di tutte le Russie. Proprio i commissari ed i loro subalterni (i sopracitati politruki e zampoliti), furono i responsabili delle pulizie staliniane all’interno dell’Armata Rossa.

 

I compiti della neo-costituita Direzione Generale Politico-Militare delle Forze Armate Russe non sono ancora del tutto chiari. Sempre secondo i media russi (Vedomosti) il nuovo direttorato Politico-Militare verrà formato sulla base del dipartimento principale del personale, il cosiddetto GURLS (Главное Управление По Работе С Личным Составом Вооруженных Сил Российской Федерации) presente già all’interno del Direttorato Centrale Politico dell’Armata Rossa che si occupava del sostegno psicologico e morale, dell’educazione patriottico-statale, degli aspetti culturali, della garanzia del tempo libero nonché dei diritti del personale militare.

 

Parte dei compiti verrà ripresa dal nuovo istituto: l’organizzazione del lavoro con il personale durante l’attività ordinaria e del perfezionamento del sistema educativo. Ulteriore compito sarà quello di organizzare il supporto morale e psicologico all’interno delle Forze Armate, l’organizazione del lavoro allo scopo di mantenere alto il morale dei soldati nonché i diritti, l’ordine e la disciplina militare. È inoltre probabile che un ulteriore compito sarà quello di gestire la Junarmia (Юнармия)ovvero l’Esercito dei Giovani, che ingloba circa 230.000 ragazzi e ragazze in un’età compresa tra gli 8 ed i 18 anni. Il gen. Kartapolov risponderà in questo caso del funzionamento dell’informazione e della gestione dell’apparato propagandistico.

 

I russi, del resto, non si stupiscono né fanno mistero della cosa sottolineando nei media ufficiali quanto tale “tipo di educazione ha un grande significato specie se consideriamo l’ambiente in cui ogni soldato è chiamato ad operare ed in cui è sottoposto ad un flusso di informazioni provenienti dai social media, in cui la manipolazione e la distorsione della realtà sono sempre presenti”.

I media sono inoltre molto attenti nel sottolineare quanto il generale mai avesse avuto a che fare con l’apparato politico-educativo dimenticando che nella realtà dei fatti era coinvolto, nel corso del suo impiego al Ministero, nel lavoro di propaganda tramite la condotta dei cosiddetti “Press-breafings” relativamente alle operazioni in Siria e agli avvenimenti in Ucraina orientale.

Come sostiene Aleksandr Gol’c, direttore del giornale onlineEžednevnyj Žurnal”, “un tale ritorno ai ‘tempi del soviet’ risveglia molte domande. Ad oggi non abbiamo una definizione dell’ideologia di stato definita dalla legge. Proprio per questo motivo non capiamo cosa verrà affidato a questo nuovo direttivo. Per quanto possa ricordare, è il primo caso di assegnazione ad una posizione così elevata di una persona, senza la concreta definizione dei compiti. O tutto questo è un segreto, o è indicativo della lotta in corso all’interno del governo”.

TECNOLOGIA E STRUTTURA DELLA COMUNICAZIONE. L’IMPORTANZA DEI MECCANISMI DI “FEEDBACK” PER L’APPRENDIMENTO

di Cristiano Galli

 

Chi ha affrontato corsi di public speaking si sarà sicuramente sorpreso nel rivedere, per la prima volta, il video della propria performance. Ancora più semplicemente, ognuno potrà ricordare la sensazione di sorpresa la prima volta che ha risentito la propria voce in una registrazione audio. Quella sensazione di disagio che normalmente ci fa affermare “questo non sono io!”.

 

Il meccanismo è spiegato brillantemente dagli studiosi Joseph Luft e Harry Ingham, ricercatori dell’università della California che negli anni ’60 strutturarono questo modello per studiare le interazioni sociali.

La finestra di Johari, che prende il nome da un gioco di parole ottenuto mescolando alcune parti dei nomi di battesimo dei due ricercatori, analizza il rapporto di consapevolezza auto-etero centrato, disponendo su assi cartesiani “noi stessi” e “gli altri” e dividendo ogni dimensione in ciò che “so” o “non so”. In particolare esiste una cosiddetta “area cieca” costituita da ciò che è “ignoto” a noi stessi, ma che è invece “noto” agli altri. In quest’area rientra gran parte di quella struttura della comunicazione che si definisce “non verbale” e che caratterizza più del 90% della nostra efficacia comunicativa. Come sappiamo, la consapevolezza è il primo passo per attivare qualsiasi forma di auto-riflessione e quindi di apprendimento. In questo passaggio di consapevolezza, il feedback diventa essenziale per ridurre la nostra “area cieca” ed attivare conseguenti strategie di modificazione comportamentale. Il problema sta nel fatto che il feedback, quando è generato da un’altra persona, è caratterizzato da tutte le dinamiche complesse tipiche delle relazioni umane. Sappiamo dagli studi sulla comunicazione che ogni feedback è caratterizzato da una dimensione cognitiva, ma soprattutto da una dimensione emotiva, che spesso risulta la “parte debole” dello strumento relazionale. E’ proprio la parte emotiva quella più soggetta ad alterazioni che impediscono allo strumento di esercitare la propria efficacia intrinseca.

 

Tornando all’esempio dei corsi di public speaking, la possibilità di utilizzare strumenti di feedback “oggettivi”, cioè scevri dalla soggettività tipica del feedback umano, permette all’individuo di confrontarsi con una restituzione asettica della propria performance e di accrescere così la consapevolezza sui propri meccanismi comunicativi.

 

Il ricercatore Statunitense Alex “Sandy” Pentland, del MIT (Massachusetts Institute of Technology), in un brillante articolo pubblicato sulla rivista HBR (Harvard Business Review) nel 2012, ha illustrato la ricerca riferita ad uno strumento tecnologico avanzato, le social badges. Questi strumenti, dalla forma di semplici tessere di riconoscimento da portare appese al collo, consentono la registrazione di un centinaio di parametri al minuto, quali la posizione, il tono, la frequenza ed il volume della voce, nonché atteggiamenti non verbali degli interlocutori, quali i gesti di assenso o di dissenso, la postura e la prossemica. L’analisi integrata di questa immensa mole di dati sociometrici è stata ricondotta a tre parametri rappresentativi dell’architettura della struttura comunicativa all’interno dei team di lavoro.

 

Pentland ha individuato tre parametri caratteristici:

 

L’energia (Energy): Il numero di interscambi comunicativi che ogni membro del team intrattiene con altri, con un valore pesato in funzione della tipologia di comunicazione, assegna ad ognuno un valore di energia, che è mediato con i valori di energia degli altri componenti del team per restituire un valore di gruppo.

 

L’ingaggio (Engagement): questo parametro è caratterizzato dal livello di distribuzione dell’energia del gruppo fra i membri del team.

 

L’esplorazione (Exploration): riguarda le interazioni comunicative che ogni membro del team intrattiene al di fuori del proprio raggruppamento sociale. Essenzialmente l’esplorazione riguarda lo scambio energetico fra team differenti.

Dall’analisi dei dati sociometrici, correlati alle performance lavorative, Pentland è stato in grado di dimostrare alcune caratteristiche tipiche dei team ad alte prestazioni:

 

  • Tutti i membri della squadra parlano ed ascoltano quantitativamente in maniera equilibrata ed equi distribuita. Le modalità di comunicazione sono caratterizzate da sinteticità e segnali non verbali positivi;

  • Le interazioni comunicative avvengono prevalentemente confrontandosi faccia a faccia e la natura delle conversazioni e della gestualità è energetica.

  • I membri del team hanno molte interazioni fra di loro e non solo con il team

  • I membri del team hanno molte interazioni comunicative esterne agli impegni formali nell’ambito dei propri processi lavorativi (cosiddetti back-channel o side conversations)

  • I membri sono coinvolti in interazioni comunicative esterne al gruppo e riportano nel gruppo le informazioni acquisite.

 

L’utilizzo dei badge sociometrici ha permesso di svolgere attività formativa nell’ambito dei gruppi di lavoro, operando direttamente, con le medesime modalità della video ripresa nei corsi di public speaking. La visualizzazione dell’architettura comunicativa all’interno dei gruppi di lavoro ha permesso di accrescere il livello di consapevolezza, facilitando le azioni individuali e collettive per la ristrutturazione ed il riequilibrio dei parametri sociometrici all’interno del gruppo e migliorandone così le performance lavorative.

 

Unitamente allo strumento tecnologico dei badge sociometrici, il software di analisi dei dati sviluppato dal MIT è in grado di monitorizzare ed analizzare un immensa mole di altri parametri, quali le telefonate e le e-mail migliorando così la qualità delle misurazioni.

 

E’ possibile, con la cosciente e volontaria modificazione dell’architettura comunicativa all’interno di un gruppo di lavoro, agire indirettamente sulla qualità delle performance individuali e di gruppo? Per fornire una risposta a questa domanda posso riportare una personale testimonianza di un’illuminazione avvenuta durante la frequenza di un corso sull’analisi scientifica del comportamento non verbale. Come sappiamo, le emozioni primarie sono collegate a micro espressioni del volto, causate da contrazioni involontarie della muscolatura facciale. Queste micro espressioni sono state studiate e provate scientificamente come assoluti antropologici dallo psicologo statunitense Paul Ekman già dagli anni settanta del secolo scorso. Durante la frequenza del corso i formatori stimolavano a provare allo specchio le varie espressioni legate alle emozioni. Con immensa sorpresa il meccanismo funzionava seguendo i principi tipici delle dinamiche complesse, ossia la retroazione circolare. Non vi era una sequenzialità diretta fra azione e reazione, azione e reazione erano biunivoche. Portando alla mente ricordi che generassero emozioni di tristezza, il volto assumeva le tipiche micro contrazioni legate a quell’emozione, ma analogamente, cercando di contrarre volontariamente la muscolatura facciale interessata, il corpo generava la medesima emozione di tristezza.

 

L’utilizzo delle social badges nell’ambito della formazione sulle competenze trasversali legate al lavoro di squadra è risultato estremamente efficace, favorendo in maniera determinante al miglioramento delle performance del gruppo. Nel settore della formazione militare lo strumento può essere utilizzato sia nell’ambito di contesti formativi dedicati allo sviluppo delle competenze trasversali, sia nel’ambito di interventi organizzativi mirati al miglioramento delle performance di team di lavoro sul campo o nell’ambito di organismi di staff.

 

L’Aeronautica Militare italiana sta valutando la possibilità di intraprendere una collaborazione con l’MIT per l’utilizzo di questo strumento nell’ambito della formazione del proprio personale nell’ambito del proprio modello di formazione alla leadership. Come tutti gli strumenti, di per sé, nessuno è intrinsecamente positivo o negativo in senso assoluto, la differenza è dettata dall’utilizzo che se ne fa. L’utilizzo di strumenti così “invasivi” dal punto di vista della privacy, comporta sicuramente una seria valutazione di carattere etico e deontologico e richiederà sicuramente altissimi standard di trasparenza e coinvolgimento diretto del personale in formazione. D’altra parte ogni innovazione tecnologica, benché fonte di opportunità, porta sempre con sé anche nuove domande di natura metodologica ed etica alle quali dare una risposta. Un fatto è certo, l’utilizzo della tecnologia di Pentland è da ritenersi, senza dubbio alcuno, una fondamentale innovazione nel settore della formazione dei team ad alte prestazioni.

AFFRONTARE LE NUOVE MINACCE IN SCENARI DI CRISI

di Serena Lisi

 

La complessità sempre più marcata dei contesti nazionali e del panorama internazionale sta conducendo ad un sistema fluido nel quale sono emersi, o stanno emergendo, nuovi elementi (tecnologici, umani o di sistema) in base ai quali verranno ridefiniti a breve i nuovi equilibri a livello globale. Ed è questo che si intende quando si parla di nuove sfide, che si tratti di politica, economia, cultura/società o, meglio ancora, di sicurezza.

 

In ambito sicurezza, un ruolo di primo piano è detenuto – e non può essere altrimenti – dalle forze armate, le quali nel corso degli ultimi anni hanno anch’esse subìto una trasformazione per adeguarsi ai cambiamenti in atto. La necessità di affrontare scenari caratterizzati da minacce ibride, in cui non esiste solamente la componente cinetica militare (di intensità variabile) ma dove le forze devono confrontarsi anche con entità non militari, ha comportato una sorta di riorganizzazione al fine di rispondere adeguatamente ai cambiamenti già in essere o che si presume possano verificarsi nel futuro prossimo. Anche perché, come è facilmente intuibile, la presenza di molteplici elementi attivi che non rientrano nella categoria di “forza di opposizione” può avere un impatto significativo sull’andamento di una missione.

 

Per poter interagire al meglio in situazioni di crisi in cui la pluralità di attori rende il quadro generale decisamente articolato, un primo adattamento deve necessariamente passare attraverso nuovi percorsi addestrativi. Per quanto riguarda l’Esercito Italiano, esiste un centro di addestramento che dal 2006 si occupa esattamente di questo. Il Ce.Si.Va, ovvero il Centro Simulazione e Validazione con base a Civitavecchia, nasce a seguito di una iniziativa portata avanti dall’allora Capo di Stato Maggiore, Generale Francesco Cervoni, che a partire dal 1998 cercò di creare una struttura addestrativa più razionale dal punto di vista finanziario e anche di impatto ambientale basato sul concetto di simulazione come strumento primario di riferimento. Da uno studio approfondito compiuto anche grazie ad esperienze maturate in ambito internazionale nacque un progetto che nel 2004 doveva portare alla realizzazione della prima struttura embrionale del Ce.Si.Va, nella forma di due centri di simulazione, uno di brigata e uno di reggimento. Il fine di questi due centri era quello di portare il Comandante e il suo staff alla risoluzione di un problema operativo, non più come una volta con le soluzioni di cattedra o con un approccio strettamente dottrinale: tutto quello che era didattico doveva diventare operativo, sfruttando dei simulatori.

 

Ma qual è la missione del Ce.Si.Va? I compiti fondamentali (“espliciti” in gergo militare) del Ce.Si.Va sono cinque:

  • Addestrare i Comandanti e gli staff delle unità designate all’impiego prima dell’inizio delle missioni.

  • Condurre la sperimentazione delle piattaforme tecnologiche che serviranno all’esercito delfuturo per avere una completa digitalizzazione del campo di battaglia. Questo fa parte del progetto definito “Forza NEC”. A questo scopo esiste, all’interno del Centro, un’organizzazione dedicata, appunto, alla sperimentazione e integrazione dei nuovi sistemi tecnologici.

  • Contribuire allo sviluppo concettuale e tecnico di tutti quelli che sono i futuri sistemi di Comando e Controllo, sia nazionali che internazionali, partecipando a simposi, gruppi di lavoro e progetti, al fine di realizzare un sistema che sia sempre più attagliato alle esigenze operative, semplice e fruibile (Modelling & Simulation). Un esempio di progetto internazionale è la Federated Mission Network (FMN) che ha preso l’eredità dell’Afghan Mission Network. Quest’ultima rappresenta un insieme di protocolli realizzati da un gruppo di lavoro voluto dal Generale McCrystal nel 2011, quando si trovò a capo di una coalizione di 18 Paesi con altrettanti sistemi di Comando e Controllo che non riuscivano a comunicare tra di loro se non attraverso meccanismi lunghi e farraginosi che impedivano il flusso delle informazioni in real time. Questo perché ogni nazione aveva il proprio sistema di C2 e di trasmissione. Quindi vennero elaborati degli standard affinché tutte i Paesi che partecipavano alla missione in Afghanistan potessero comunicare tra loro agevolmente. Una volta consolidata l’Afghan Mission Network, si è passati alla Federated Mission. Ogni Paese della NATO, per poter impiegare un sistema deve rispettare quelli che sono i protocolli inseriti nella FMN. L’Italia ha contribuito con il SIACCON, che è un sistema certificato in ambito NATO.

  • Organizzare e condurre seminari per il personale che la forza armata designa per andare ad operare all’estero all’interno di contingenti o all’interno di organismi internazionali. Questi corsi servono ad agevolare l’integrazione del personale nel posto dove devono recarsi.

  • Contribuire allo sviluppo di alcune parti dottrinali dell’Esercito. Per dottrina si intendono tutte quelle procedure scritte per la risoluzione di problemi operativi attraverso una standardizzazione sia dei procedimenti tecnico-tattici, quindi dell’azione tattica sul terreno, sia tutte quelle nozioni che servono per dare gli ordini e fare degli assessment. Ad esempio, nel 2016 il Ce.Si.Va ha realizzato una pubblicazione denominata Generic Forces, impiegata per la contestualizzazione delle forze di opposizione: è stato disegnato un nemico su quattordici differenti scenari affinché durante le esercitazioni, a seconda delle esigenze, si utilizzi uno schema invece di un altro e ci si addestri a combattere “quel” nemico specifico.

 

Le fasi dell’esercitazione

 

L’attività di addestramento presso il Ce.Si.Va non si ferma mai nel corso dell’anno. Non è raro che più di una esercitazione possa essere svolta contemporaneamente e poiché la natura di alcune di esse è maggiormente complessa rispetto ad altre, il tempo di preparazione si allunga comportando un impegno di mesi. Come si pianifica, organizza e conduce una esercitazione? Tenendo in considerazione il fatto che ogni Paese ha una serie di prerogative e problematiche nazionali, il punto di riferimento per poter unificare il modo di pianificare, organizzare, condurre e valutare una esercitazione lo dà la NATO che ha fissato degli standard specifici. Innanzitutto vi è la standardizzazione della nomenclatura: è importante che se una esercitazione prevede determinate figure di rilievo, queste vengano chiamate ovunque nello stesso modo.

 

Sono quattro le fasi di una esercitazione. La prima è la pianificazione. Il responsabile principale di tutte le esercitazioni è l’Ufficiale preposto alla programmazione (OSE, Officer Scheduling Exercise). È il livello più alto. L’OSE è responsabile di un documento chiamato EXSPEC (Exercise Specifications). In pratica, il Comandante attraverso questo documento specifica cosa vuole che si faccia: vengono inseriti gli obiettivi dell’esercitazione, chi deve farla, come, dove e quando.

 

Attraverso questo documento – e qui si passa alla seconda fase – si cede la responsabilità dell’organizzazione all’Ufficiale che conduce l’esercitazione (OCE, Officer Conducting Exercise) incaricato di produrre un altro documento, l’EXPLAN (Exercise Planning). In questo documento sono contenuti lo scenario con Stati inventati e con situazioni che possono anch’esse essere inventate o riprodurre eventi effettivamente già verificatisi. Una volta predisposto lo scenario occorre passare alla contestualizzazione operativa, quindi si scrivono tutti i documenti di operazione. Se la Training Audience (TA) è una Brigata, l’OCE si comporta come se fosse una Divisione, cioè un Comando superiore. Ci sono tre modi per poter addestrare la Brigata: tramite simulatori oppure attraverso il metodo del MEL/MIL (Main Event Listi/Main Incident List) driven, cioè la scrittura di injection scritte a monte (le injection sono “eventi” o “incidenti” che vengono fatti ricadere sulla TA e ai quali questa deve rispondere). Oppure, c’è il metodo misto, cioè attività cinetiche con il simulatore e attività non cinetiche con le injection scritte ad hoc.

 

Una volta scritto l’EXPLAN, entra in gioco un’altra figura importante che è l’Ufficiale direttore dell’esercitazione (ODE, Officer Directing Exercise), responsabile della parte “condotta” vera e propria. Tutto quello che serve lo scrive all’interno di un documento definito EXIN (Exercise Instructions), nel quale si entra nel dettaglio del’esercitazione. Si impostano tutte le attività che servono per condurre l’esercitazione.

 

La fase finale è l’assessment, ossia la valutazione fatta dall’Evaluation Team che dipende dal Direttore dell’esercitazione. Il team ha il compito di verificare se gli obiettivi indicati dall’OSE e gli obiettivi addestrativi individuati dall’OCE siano stati raggiunti dalle unità addestrate. In questo stadio finale si individuano anche  eventuali mancanze e si evidenziano quali sono gli aspetti da migliorare.

 

A fine esercitazione, il Ce.Si.Va elabora anche una valutazione sull’aspetto organizzativo, le cosiddette lessons learned (lezioni apprese).

 

Lo Scenario

 

Lo scenario è la sceneggiatura, l’ambiente, l’insieme dei personaggi necessari allo svolgimento di una esercitazione. È fondamentale perché è legato a tutto ciò che poi un Comandante deve analizzare (i cosiddetti fattori esterni) nel momento in cui si reca per espletare una missione. Lo scenario è l’insieme di tutto quello che va a circondare l’unità nel momento in cui si inizia l’operazione. Nasce per avere la capacità di una monitorizzazione costante su quelli che sono gli scenari operativi reali che vedono impiegate le nostre unità all’estero. La Sezione Scenario ha il compito di ricevere gli aggiornamenti sulla minaccia dagli organi preposti (perciò si parla di intelligence), gli aggiornamenti politici ed economici. Il database delle informazioni della Sezione è dunque costantemente revisionato. Il Capo Sezione ha poi anche il compito eventuale di creare quegli scenari di addestramento che non esistono ma che sono richiesti in previsione di qualcosa che potrebbe succedere e quindi occorre un quadro di riferimento per addestrare alla risoluzione di quel problema operativo all’interno di quello scenario che in quel momento non esiste. Quindi ha il compito di “montare” il film. Inoltre mantiene un legame stretto con tutte le componenti dello scenario che non sono solo militari ma  anche civili, ed ecco il motivo per cui la Sezione si avvale dell’apporto di analisti che hanno un background professionale di tipo economico, politico, sociale o culturale specializzato nella comprensione di particolari fattori. Nel caso di scenari particolarmente complessi, si lavora su format NATO predisposti. In tal caso, la Sezione si occupa di definire gli aspetti specifici relativi alle forze nemiche (le OpFor), come agiscono, il course of action, qual è il combat effectiveness, oppure ad altri attori (NGOs, media, autorità civili, ecc.). Quindi si vanno a creare dettagli da inserire su un quadro già definito ma facendo attenzione a non entrare in contrasto con esso.

 

La Sezione Scenario è concepita per includere esperti di settore e analisti. Il Capo Sezione può inoltre contare sull’apporto di professionisti militari esterni al Ce.Si.Va, per cui nel creare uno scenario può convocare, ad esempio, il J2 del COI (Comando Operativo di vertice Interforze) per avere l’ultimo aggiornamento su un teatro operativo specifico. Inoltre la Sezione lavora in stretta collaborazione con l’Ufficio Sicurezza del Ce.Si.Va, poiché ha una sezione informativa che si relaziona con tutte le agenzie di intelligence del territorio nazionale per l’acquisizione di tutte quelle informazioni inerenti la minaccia nelle aree di operazione.

 

Dunque lo scenario è uno degli elementi principali della fase di pianificazione in quanto dà la situazione geo-strategica su cui opera l’unità che si deve addestrare. Una volta realizzato, la Sezione contribuisce all’organizzazione e alla conduzione dell’esercitazione con dei ruoli specifici. Nella fase di organizzazione diventa responsabile di alcune lezioni in cui si illustra lo scenario in modo tale da mettere in condizione il personale del MEL/MIL (si veda il paragrafo successivo) di capire il tessuto dello scenario stesso per far sì che vengano scritte delle injection (attivazioni) che lo rispettino. Durante la condotta dell’esercitazione, chi ha scritto lo scenario (il Capo Sezione o Chief Scenario) diventa il consulente del Direttore dell’esercitazione e controlla che il filo conduttore di tutto lo scenario non venga stravolto. Nella fase finale, quella dell’assessment, verrà fatta una valutazione dello scenario stesso in base ai risultati e si indicherà se si è dimostrato adatto per quel tipo specifico di esercitazione.

 

Il MEL/MIL

 

Una volta definito uno scenario, come già evidenziato, si chiede al Comandante della Training Audience quali sono gli obiettivi addestrativi. Generalmente si scelgono scenari non-real, con aree geografiche note a livello macro mentre a livello micro vengono utilizzati nomi di fantasia per quanto riguarda gli Stati e gli attori principali. Una volta chiariti gli obiettivi addestrativi, la Sezione MEL/MIL definisce quali sono gli eventi principali. Cosa sono gli eventi? Sono le macroaree dove verrà esercitata la TA. Le macroaree possono essere per esempio la manovra, il supporto alla manovra, il sustainment, quindi delle aree abbastanza ampie dove poter poi far affluire delle storyline. È chiaro che a seconda del tipo di scenario e a seconda del tipo di missione che in quello scenario andrà ad assolvere la TA si dà maggiore rilievo ad un evento piuttosto che ad un altro. Ad esempio in caso di situazioni di combattimento reale, la manovra diventa un evento di una certa importanza a cui và dato risalto. Definiti gli eventi, si creano delle storyline per ciascuno di essi.

 

Queste storyline vengono chiamate anche “incident”, incidenti. Vengono pianificate delle sessioni chiamate writing weeks, che come indica il nome durano un periodo che va da una a tre settimane, anche se in genere si tratta di due settimane, durante le quali si creano ed inseriscono nel sistema tutte le storyline. Nella prima settimana si definiscono quali sono gli eventi e si scrivono gli incident. Della storyline si scrive in linea generale qual è la descrizione, quali sono le cellule della TA che verranno esercitate durante il suo svolgimento, quale reazione ci si aspetta da parte della TA (expected outcome) e quali sono le misure di coordinamento nell’ambito dell’ExCon (Exercise Control) legati a questa storyline. Poi si fa schematicamente una bozza in ordine cronologico di quello che sarà all’incirca il numero e il tipo di injection collegate a queste storyline. In pratica si tratta di una tabella. Finita la prima settimana di scripting c’è una rifinitura di tutte le storyline e si inizia la seconda settimana di scripting dove materialmente si scrivono le injection, che non sono altro che dei messaggi (delle “attivazioni”) che vengono inviati alla TA sotto varie forme, dalla mail alla telefonata o videoconferenza, che servono ad attivare e a cadenzare quella che sarà poi la storyline completa. Insieme alle injection si realizza anche una tabella di sincronizzazione generale dove ci sono tutti gli eventi e tutti gli incidenti e serve a sincronizzare le varie storyline in base al tempo e al tipo.

 

Una volta terminato lo scripting, si passa alla conduzione dell’esercitazione vera e propria. E lì si mettono alla prova le capacità delle unità esercitate di gestire la situazione complessa dettata dallo scenario e dalle attivazioni che quotidianamente, e per tutta la durata dell’esercitazione, vengono riversate sulla TA.

 

 

Conclusioni

 

Come è evidente da quanto illustrato, l’attività svolta dal Ce.Si.Va, oltre ad essere articolata, non solo per complessità ma anche per la varietà delle funzioni, richiede alti livelli di preparazione professionale abbinati a capacità altrettanto elevate di coordinamento con unità esterne alla sua struttura. L’utilizzo sempre più frequente della Forza Armata in situazioni di criticità che non sono solo quelle di crisi o di conflitto vero e proprio (basti pensare al ruolo svolto dai nostri militari a fronte di emergenze nazionali quali i disastri naturali o il sostegno alla sicurezza interna) esige necessariamente un’attenzione maggiore alla formazione continua e al ruolo delle istituzioni ad essa preposte, quali il Ce.Si.Va. Il cambiamento non è solo interno: le nuove sfide sono regionali se non addirittura globali, anche quando nascono dentro i confini nazionali; dalla fine della Guerra Fredda la NATO ha costantemente adeguato il proprio concetto strategico e la propria raison-d’être al mutamento del panorama internazionale. Nuovi membri, nuovi approcci, nuove minacce: tutti elementi che impongono adeguamenti sia politici che militari e, come si è visto, una maggiore standardizzazione dei sistemi nazionali per poter operare insieme a favore della sicurezza collettiva.