LO STATO DI DIRITTO SOTTO ATTACCO

di Cristiana Era

 

Come sa (o dovrebbe sapere) ogni studente di scienze politiche o di giurisprudenza alle prime armi, una società organizzata necessita di regole, indispensabili all’esistenza, allo sviluppo e alla sicurezza: ubi societas, ibi ius, recita il detto latino nei testi di diritto, a sottolineare che qualunque comunità non può prescindere dallo stato di diritto. La capacità di autoregolarsi con le leggi e di farle rispettare, a maggior ragione, rappresenta lo stato di salute di – si perdoni la ripetizione – di uno Stato, non necessariamente democratico. Quando questa viene a mancare si parla di “fragile State” quando in condizioni di controllo istituzionale precario, o “failed State” quando le istituzioni non riescono a far rispettare le leggi e a controllare il territorio. E naturalmente il segno più evidente dell’assenza dello stato di diritto è la mancanza di sicurezza.

 

Uno Stato consolidato non è di per sé immune a forze disgregatici che possono progressivamente minare la legittimità istituzionale, lo stato di diritto interno e la sicurezza dei cittadini. È in effetti quello che potrebbe succedere a seguito del fenomeno delle migrazioni di massa oggi in atto. L’ondata massiccia ed incontrollata di migranti è un fattore sociale, politico ed economico destabilizzante per qualunque Paese se tale fenomeno non è – come sembra – temporaneo. È in primo luogo un problema politico, come abbiamo e avremo modo di osservare anche in futuro. In un contesto non unitario, come quello Europeo, e purtroppo anche come quello italiano, un fenomeno di così forte impatto emotivo genera forti contrapposizioni e radicalizza le posizioni dei partiti e dell’opinione pubblica che li muove. È quello che sta succedendo in questi giorni, alimentato colpevolmente dai media che devono riempire gli spazi mediatici e speculano, appunto, sui fattori emotivi che fanno sempre audience, insistendo sulle stesse notizie. Mancano all’appello, invece, analisi razionali non politicizzate, mea culpa per noi analisti, schiacciati da opinioni politiche urlate e dai giornalisti che fanno gli opinionisti.

 

Una analisi razionale del fenomeno deve necessariamente indicare tutti i possibili fattori di rischio per la sicurezza e la stabilità, e non può nascondere aspetti scomodi dal punto di vista del politically correct, altrimenti non è una analisi. Così come qualunque questione, anche quella riguardante la migrazione illegale andrebbe affrontata sempre dal punto di vista dell’interesse nazionale. Le istituzioni di un Paese, infatti, hanno l’obbligo giuridico di difendere la sicurezza, garantire la stabilità e l’ordine pubblico, proteggere gli interessi solo della popolazione nazionale, quindi nel nostro caso degli italiani e di tutti coloro che vi risiedono legalmente a qualunque titolo. Al di là di obblighi internazionali a cui l’Italia ha aderito (ma che non possono avere la priorità sulla sicurezza interna), le istituzioni non hanno invece alcun obbligo dal punto di vista giuridico e morale (quest’ultimo fa riferimento alla sfera personale e, semmai, religiosa) di tutelare gli interessi dei cittadini del resto del mondo se non in caso di pericolo imminente.

Poiché la questione delle imbarcazioni alla deriva dei migranti non rientra più nell’ambito dell’emergenza occasionale, ma fa parte di una politica ben studiata per obbligare gli Stati costieri a soccorrere ed accogliere quelli che di fatto diventano immigrati illegali, è chiaro che qualunque politica che voglia arginare il fenomeno non può limitarsi alla chiusura dei porti ma deve prendere in considerazione una strategia generale volta ad ostacolare il flusso migratorio già dal Paese di origine contrastando e dove possibile eliminando le reti di trafficanti che sono radicate lungo le tratte che portano in Europa. È altresì evidente che un tale sforzo non può essere fatto se non di concerto con i Paesi di origine dei migranti e in collaborazione con tutta la comunità internazionale nelle sedi appropriate.

 

Se non si interviene a questo livello, come più volte abbiamo sottolineato in CSA magazine, le misure volte ad impedire gli sbarchi diventano necessarie per garantire internamente la sicurezza e la stabilità che non sono espressioni emotive di paure ancestrali come propagandato da taluni partiti politici, bensì sono elementi portanti per la sopravvivenza della comunità stessa. Esempi a livello internazionale abbondano, a partire da Paesi come l’Afghanistan, per passare a Paesi perennemente in equilibrio precario come il Libano.

 

L’Italia non è in grado di sostenere il flusso continuo di migranti non controllati e non controllabili. L’immigrazione illegale degli anni passati sta già mettendo a dura prova un Paese che di per sé non riesce ad uscire dallo stato di crisi economica perenne. Le politiche di integrazione non hanno apportato sostanziali benefici: la maggior parte dei migranti proviene da aree con culture e tradizioni totalmente diverse che facilmente entrano in contrasto con quella nazionale. Si rischia di cancellare la nostra cultura e la nostra religione per non sembrare e non essere tacciati di razzismo per far spazio a chi non vuole restare nel proprio Paese ma pretende di vivere secondo le proprie usanze non accettando i doveri – insieme ai diritti – di chi accoglie. Occorre qui fare attenzione perché non si tratta di aspetti minoritari. Quando si vuole vivere in un Paese, se ne deve accettare la cultura senza pretendere che i suoi simboli o i suoi usi e costumi vengano rimossi perché considerati offensivi per la cultura straniera. Chi non può tollerare per credo religioso o altre convinzioni il sistema di vita di un Paese, non può nemmeno pretendere di viverci a modo suo. Le istituzioni hanno l’obbligo di far rispettare leggi e cultura, che non possono essere applicati con il sistema dei due pesi e due misure (come fa ad esempio l’Europa). Sta anche alle varie componenti della società agire in modo univoco e compatto, invece di alimentare divisioni.

 

Se si permette che le norme di una comunità, ossia le leggi di uno Stato, vengano violate senza conseguenze a livello giuridico, si minano nel profondo le basi stesse dello stato di diritto e senza la certezza del diritto la società è destinata a disintegrarsi nel tempo. Per questo motivo, le istituzioni italiane che rispondono solo ed esclusivamente agli italiani, hanno il dovere di applicare e far rispettare le norme che regolano il nostro Paese e ne garantiscono l’incolumità sociale, economica e anche politica. È dunque alla luce di ciò che quanto è successo con il caso dell’imbarcazione “Sea Watch” deve ritenersi grave. Grave che un cittadino straniero abbia violato le leggi nazionali; ancor più grave che tale azione non sia stata punita dalla magistratura (istituzione che deve applicare la legge non la morale), e altrettanto grave che con il loro comportamento dei parlamentari abbiano sottoscritto la liceità della violazione delle leggi italiane. I parlamentari italiani devono rappresentare gli italiani, non proteggere gli interessi di stranieri, non è compito loro. Chi ha aspirazioni morali di questo tipo fa il missionario o il prete, non il politico.

IN-SICUREZZA DELLA VITA ONLINE

Cristiana Era

 

Secondo il Rapporto CLUSIT del 2019, lo scorso anno i reati di cybercrime sono cresciuti del 43,8%, risultando secondi solo a quelli di spionaggio e sabotaggio cibernetico. I dati non sono, purtroppo, solamente numeri statistici asettici, come rivelano gli scandali che negli ultimi anni hanno visto coinvolti i colossi del web, e più in particolare le piattaforme social, rei di aver utilizzato illecitamente i dati personali di decine di milioni di utenti o di non aver vigilato a sufficienza sulla loro privacy. E sono proprio i data breach a costituire ormai la parte maggioritaria degli atti illeciti online.

 

Quello che dovrebbe apparire ormai scontato – ma in realtà non lo è visto l’uso irresponsabile del web da parte degli utenti stessi – è la pericolosità dei social network se non utilizzati in modo oculato. Pubblicare in rete (o “postare” nel gergo – bruttissimo – che si va diffondendo) tutto ciò che riguarda la propria vita, da quello che mangiamo a come ci vestiamo (o svestiamo), dove ci troviamo in quel preciso istante e cosa stiamo facendo è l’equivalente di aprire le porte di casa nostra a degli sconosciuti.  E dovrebbero saperlo anche i più giovani che, forse per una incapacità di comunicare direttamente, continuano ad abusare di queste piattaforme e continuano a scaricare applicazioni che non danno nessuna garanzia dal punto di vista della protezione di dati e privacy. Eppure i casi di cyberbullismo cominciano ad essere numerosi e riportati in tutti i media. Ma come recitava un vecchio detto, il difetto di un coltello sta nel manico non nella lama. A livello istituzionale ci si muove lentamente: l’introduzione del computer e dell’informatica nelle scuole non è andata di pari passo – come invece avrebbe dovuto – con l’educazione all’informatica e alla tecnologia, che è cosa ben diversa dal saper semplicemente utilizzare i pulsanti del pc, di un tablet, di uno smartphone o di uno smart object (visto che ormai siamo nell’era dell’Internet delle cose). Ma la responsabilità ricade anche, e in primo luogo, sugli adulti che non sono in grado di seguire e gestire le tecnologie in mano ai propri figli, forse perché sono i primi a non capirne i pericoli insiti.

 

Il numero di marzo, dunque, tratta in vari aspetti del più noto dei social networks, Facebook, e ne rileva non solo le vulnerabilità ma anche tutto ciò che l’utente comune ignora riguardo a come i propri dati vengono utilizzati. Se è vero, infatti, che lo spazio cibernetico offre opportunità sempre più attraenti è altrettanto vero che i pericoli, non più solo a livello nazionale ma per ogni singolo cittadino, sono sempre maggiori e impercettibili. Ancora di più se si considera che in larga parte il web manca di una attenta regolamentazione.

HISTORIA MAGISTRA VITAE

di Cristiana Era

 

La storia di Asia Bibi che in questi giorni i media, anche italiani, illustrano dovrebbe far riflettere molti (singoli, istituzioni e associazioni di varia natura) su una questione dolorosa e “scomoda” di cui poco si tratta, ossia le persecuzioni dei cristiani in Paesi a maggioranza musulmana. Nella capitale, dove si manifesta 5 volte a settimana per qualunque diritto, anche solo di 10 persone, non si vede una mobilitazione generale per dare asilo politico ad Asia e alla sua famiglia. Dove sono le decine di migliaia di manifestanti che scendono sempre in piazza anche solo per una minima violazione nei confronti di un immigrato?

 

La storia di Asia è nota. In breve, dopo otto anni di prigione con l’accusa – mai provata – di blasfemia, la Corte Suprema pakistana le ha riconosciuto l’innocenza e l’ha prosciolta dalle accuse annullando la pena di morte. Ma intanto Asia si è fatta otto anni di prigione, tanto è durato il processo. E nonostante l’assoluzione, la donna di fede cristiana viene trattenuta in carcere dopo che la sentenza ha scatenato la reazione di moltissimi musulmani che sono scesi in piazza a protestare. Sono stati definiti “estremisti”, ma la realtà dei fatti è che il Pakistan, il secondo Paese al mondo dopo l’Indonesia per popolazione di fede musulmana, semplicemente non è una democrazia. E gli “estremisti”, in realtà, sono in generale comuni cittadini di fede islamica.

 

Non è sufficiente,che in un Paese si svolgano le elezioni per eleggere i rappresentanti delle sue istituzioni per definirlo “democratico”. Occorre tutela delle minoranze, diritti uguali per tutta la popolazione (senza escludere la parte femminile), libertà di fede, di espressione, di pensiero, di stampa. E anche di religione. Insomma, tutti quei diritti civili e quelle libertà che nel corso dei secoli hanno sviluppato i regimi democratici tipici dell’Occidente di oggi. Il Pakistan è ben lontano dal raggiungere anche solo una soglia minima di democrazia.

 

Ma la riflessione deve riguardare proprio i nostri Paesi, in un momento in cui le opinioni pubbliche di queste si dividono di fronte all’enorme movimento migratorio che rischia di mettere in crisi le società più sviluppate. La stragrande maggioranza dei flussi migratori – illegali, ricordiamolo – proviene da Paesi di fede musulmana e molti proprio dal Pakistan. Le tradizioni e la cultura, e anche la religione dei migranti hanno dimostrato scarsa propensione all’integrazione con le tradizioni e la cultura delle società europee. I principi di accoglienza, per essere tali, devono comunque presupporre il rispetto delle regole del Paese che accoglie.

 

Innanzitutto, voler entrare a tutti i costi illegalmente è una violazione di tali principi. In secondo luogo, l’esistenza di interi quartieri nelle città europee abitati da immigrati in cui vi è poco controllo sullo stato di diritto da parte delle forze dell’ordine, già implica un fallimento – da una parte e dall’altra – dell’idea di integrazione. La shari’a, ad esempio, è considerata pratica illegale da noi. Eppure in quelli che sono ormai dei ghetti chi può dire che non venga applicata? Il buonismo dell’accoglienza tout-court purtroppo è forse il male più grande perché accondiscende a qualunque pratica straniera e nello stesso tempo discrimina le libertà di tutti gli altri, intacca i valori, distrugge le tradizioni. Sì alle moschee, no ai crocifissi e al Natale nelle scuole per “paura” di offendere il cittadino musulmano.

 

Occorre dunque riflettere, ma riflettere con molta attenzione. Perché il razzismo non è difesa dei diritti di un popolo contro la prepotenza di una minoranza; perché se è emerso il nazismo ed il fascismo in Europa, Hitler e Mussolini non ne sono la causa ma l’effetto. La causa sono le politiche scellerate dei governi, che nei tempi odierni sono in perenne campagna elettorale, e dunque le politiche che possono sembrare impopolari vengono immediatamente scartate. Un tempo a scuola si insegnava il motto latino “historia magistra vitae”. La storia continua a mostrare gli sbagli dell’uomo, ma l’uomo continua a commetterli, sempre gli stessi.

 

Forse Oriana Fallaci aveva ragione quando scriveva cose scomode. Ma si sa, le Cassandre non hanno mai avuto successo con la verità. Basterebbe tenere a mente che la democrazia è – come ogni altro sistema – un regime con delle regole. Che devono essere applicabili a tutti e rispettate da tutti. Altrimenti non è democrazia. E allora, l’accoglienza deve accompagnarsi alla tolleranza, non solo di chi accoglie, ma soprattutto di chi è accolto. Perché altrimenti una tale ondata migratoria può realmente abbattere i sistemi di tutele che tanto faticosamente l’Occidente si è costruito.

FLUSSI MIGRATORI, BUONISMO POLITICO E SICUREZZA

Cristiana Era

 

È ormai chiaro anche al di fuori della cerchia degli analisti e degli esperti di relazioni internazionali che i flussi migratori sono in primo luogo una questione che riguarda la sicurezza (nazionale, regionale e internazionale) e che proprio in relazione a questa devono – o dovrebbero – essere gestiti. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi in proposito, basta guardare a quanto è successo a Rocca di Papa a fine agosto in occasione dell’arrivo di un centinaio di migranti illegali sbarcati dalla nave Diciotti. Episodi limitati, occasionali o di troppo scarso rilievo per gridare al pericolo? Non proprio. Le manifestazioni contrapposte pro e contro l’arrivo degli extracomunitari sono indice di una progressiva radicalizzazione della nostra società. Radicalizzazione non solo sottovalutata, ma addirittura ampiamente strumentalizzata in modo irresponsabile dalle forze politiche e anche dai molti media italiani non indipendenti che ancora utilizzano la dicotomia anacronistica di fascismo-antifascismo per giustificare e legittimare determinate scelte, dettate appunto da interessi di parte mascherati da buoni propositi. Tuttavia, come recitava il vecchio adagio, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

 

Cosa c’entrano fascismo e antifascismo? In Italia si continua a ridurre a questo qualunque questione, mentre invece si calpestano gli interessi del Paese. Perché se è vero che l’esistenza di una emergenza umanitaria legata ai grandi flussi migratori è innegabile, è altrettanto vero che l’impatto dei grandi numeri non può che essere destabilizzante per qualunque nazione. Gli Stati Uniti, pur con tutti i loro problemi e difetti, sono un Paese di immigrati. Ma nel corso del tempo hanno regolamentato – e rigidamente – l’entrata degli stranieri. Ne hanno accolti molti, prediligendo i cervelli in fuga che hanno arricchito il Paese, ma ne hanno respinti altrettanti. E chi non ha rispettato le leggi è stato espulso. In Europa non arrivano cervelli o capitale umano specializzato: nella stragrande maggioranza (con l’eccezione di chi fugge da una guerra) i clandestini sono persone non qualificate e tra loro c’è chi arriva come criminale o peggio come terrorista. Chi nega questa realtà e non guarda ai fatti è colpevole o di ignoranza o di mentire per interesse. Che l’accoglienza senza se e senza ma debba essere rivolta a chiunque attraversi i confini di uno Stato illegalmente può essere predicata solo dal Papa. Che non potrebbe fare diversamente, visto che questo è il suo mestiere. Non che l’aspetto umano non sia rilevante, però le istituzioni nazionali devono in primo luogo tutelare gli interessi e la sicurezza dei propri cittadini, poiché esse nascono con questo scopo, come insegnava Hobbes. Pena il ritorno allo stato di homo homini lupus.

 

Le contrapposizioni sono destinate ad acuirsi per intensità e per numero, sia per la manifesta incapacità di fermare i movimenti migratori, sia per il già citato dissennato sfruttamento a fini politici di talune fazioni, collegate direttamente od indirettamente a gruppi ed entità che, come è emerso in più occasioni, di questo fenomeno ne stanno facendo un business mascherato da intervento umanitario. E i profitti sono pari, se non addirittura superiori, a quello del traffico di droga. Intanto, il Paese è destinato a spaccarsi internamente sempre di più. La “cultura dell’odio”, come la definiscono alcuni, nasce da qui, dall’imposizione di stranieri non controllati e non controllabili che alimentano l’illegalità, non da un razzismo che in Italia non è mai esistito. E’ chiaro che in tutto questo chi paga sono i più deboli e quasi sempre coloro che le leggi le rispettano.

 

Infatti, un aspetto che nessuno mai mette in risalto, è il fatto che dare l’accoglienza a tutti perché ormai sbarcati sulle coste rappresenta anche una discriminazione nei confronti di tutti quegli stranieri che in un Paese ci sono entrati regolarmente, seguendo tutte le lunghe e difficili procedure burocratiche che dovrebbero fermare al confine tutti quelli che i requisiti richiesti non ce l’hanno. Le statistiche ci dicono anche che la maggior parte dei clandestini sono migranti economici e quindi non sono “rifugiati”, termine che ormai si estende superficialmente a chiunque sbarchi sulle coste. Le regole esistono per un motivo. Quello di mantenere la sicurezza e la stabilità di una comunità, che proprio grazie ad esse può prosperare.

 

L’Italia non può accogliere tutti. Perché al di là dell’aspetto morale, l’accoglienza non può definirsi tale se il Paese non è in grado di assorbire né strutturalmente, né economicamente, né socialmente e né culturalmente, un numero sempre crescente di individui che solo eccezionalmente abbracciano il sistema che li accoglie. I più creano delle comunità isolate con leggi interne proprie e che rimangono – per scelta – non integrati. L’integrazione, e questo non si è capito o non si vuole capire, è bidirezionale: è una opportunità che deve offrire il Paese di accoglienza, ma deve partire in primo luogo da chi vuole entrare, che ha l’obbligo di accettare le regole di chi lo ospita, non di averne altre ritagliate su misura. La questione, dunque, rimarrà aperta e certamente assisteremo presto a nuovi episodi di contrasto sociale sempre più violenti. Un freno all’ondata migratoria è necessario, ma per realizzarlo occorrerebbe l’Europa come concepita dai suoi padri fondatori, non una entità che fa capo ai singoli membri che riescono ad imporsi sugli altri. Ma se non esiste un’Europa unita, allora è lecito porre la domanda: che senso ha un’Unione Europea che non è un’unione?

L’EUROPA CHE NON C’È

Cristiana Era

 

L’attacco congiunto di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna dello scorso 13 aprile nei pressi di Homs e Damasco per colpire i siti che custodiscono armi chimiche ha sollevato molti dubbi in merito alla legittimità di tale azione. Ufficialmente si è trattato di una reazione all’uso di tali sostanze nella città di Duma, nel sud-ovest del Paese, avvenuto una settimana prima e attribuito alle forze di Assad. In realtà, da più parti – inclusi alcuni ex alti ufficiali militari americani – si è considerata tale attribuzione come inattendibile. In effetti, per chi si occupa di analisi geopolitica è difficile credere che il regime siriano che ha riconquistato molte posizioni e che, come ha detto qualcuno, “ha già vinto”, possa aver compiuto un atto che dal punto di vista strategico e militare non ha alcun senso e che per di più avrebbe in qualche modo provocato l’indignazione della comunità internazionale. E qualcuno ha anche ricordato che l’intervento in Iraq nel 2003 fu giustificato dall’amministrazione americana proprio in base alla presunta esistenza di un arsenale chimico che però non fu rinvenuto. La certezza della responsabilità non è dunque stata accertata con precisione e perciò la legittimazione dell’intervento occidentale viene meno di per se stessa.

 

Occorre poi porsi qualche domanda su quale sia la prospettiva dell’Europa nel settore della difesa. L’ipotesi di intervento prospettata qualche giorno prima dell’uso dei Tomahawk non ha trovato tutti i governi dell’Unione d’accordo. Italia e Germania si sono chiamate fuori e i commenti a supporto ad azione conclusa sono stati assai tiepidi. Al di là delle dichiarazioni ufficiali di Macron o della May, è chiaro che l’intervento non è stato dettato da motivi umanitari, o le potenze occidentali si sarebbero mobilitate già da tempo per fermare un massacro di centinaia di migliaia di morti. Più logico pensare, invece – come da classica realpolitik in ambito internazionale – ad interessi nazionali, tra cui il recente confronto/scontro tra Russia e Gran Bretagna. Interessi di alcuni Paesi, non di tutta l’Unione Europea, come ha indirettamente dichiarato il Presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, che non ha mancato di sottolineare che non c’è stato un pieno coinvolgimento di tutta l’UE e che l’Alto Rappresentante UE per la politica estera e la sicurezza, Federica Mogherini, è stato avvisato, ma non coinvolto. Eppure l’intervento in Siria non è certo un affare di pochi, viste le ripercussioni della guerra sulle ondate migratorie nel continente. In primo piano, ancora una volta, l’assenza dell’Italia nelle politiche bilaterali e multilaterali dei vari membri, non per la mancanza di un governo ma per la mancanza di credibilità del nostro Paese e per la sua incapacità di imporsi come membro effettivo e non “a rimorchio” dell’Unione.

 

Allora è lecito chiedersi in cosa effettivamente consista la PESC, e soprattutto quali prospettive possa avere la neonata PeSCo (acronimo di Permanent Structured Cooperation), la politica di cooperazione militare, che dovrebbe rappresentare un passo ulteriore a sostegno della PESC, e lo step iniziale per abbattere l’ultimo dei simboli della sovranità nazionale e arrivare alla creazione di un esercito europeo. L’integrazione monetaria e l’esercito europeo sono stati in passato la tomba dell’integrazione europea proprio perché considerati il cuore della sovranità di una nazione. E così nel 1954 la debacle della CED, la Comunità Europea di Difesa, segnò la fine di un progetto di Europa di più ampio respiro e si tornò a parlare di integrazione per settori ristretti. Come allora, oggi si continua a parlare di integrazione europea, ma le politiche dell’Unione sembrano non riuscire a rispondere alle necessità dei suoi cittadini, soprattutto nel campo della sicurezza. Il fallimento della politica comune (e relativi accordi) sulla gestione dei flussi migratori da Africa, Medio Oriente e Asia e la totale mancanza di una politica estera comune a fronte di uno scenario internazionale che richiede alle organizzazioni regionali coesione interna e una sola voce per poter essere considerate credibili – quali il conflitto siriano e il riemergere di una Russia forte – fa pensare all’Europa non come una entità integrata ma come un classico carrozzone politico e burocratico all’interno del quale continuano a scontrarsi gli interessi nazionali dei singoli Stati e le cui politiche sono il risultato delle decisioni dei Paesi che con maggior convinzione hanno difeso tali interessi. Se questa è Europa, certo non è quella che avevano in mente i padri fondatori come Jean Monnet, Paul-Henri Spaak, Altiero Spinelli: menti illustri e con una grande visione, che poco vedrebbero delle loro idee in quella che oggi chiamiamo impropriamente Unione Europea, poiché, in effetti, a parte la moneta, di unito non vi è molto altro.

SE MANCA LA CULTURA DELLA TECNOLOGIA

Cristiana Era

 

L’uso indiscriminato e irresponsabile dei social network e delle applicazioni per mettere in vetrina l’intera vita di una persona sta finalmente rivelando a molti – eppure in passato qualcuno aveva cercato di mandare dei segnali in tal senso – quanto ciò possa risultare pericoloso non solo a livello individuale, ma addirittura in modo tale da mettere a rischio la sicurezza nazionale all’estero. Il caso Strava riportato dai vari quotidiani a fine gennaio e riguardante i militari italiani impiegati all’estero ha finalmente svelato le criticità di un uso improprio di una tecnologia che ha una caratteristica “dual use” ben sfruttata dai malintenzionati cibernetici: se da una parte ci permette di avere visibilità nel mondo virtuale dello spazio cibernetico (oggi si esiste non solo fisicamente ma anche virtualmente), dall’altra fornisce dati personali che non vengono percepiti dal proprietario come “sensibili” ma che in realtà lo sono. E quindi la corsa lungo il perimetro di una base militare all’estero registrata per fini assolutamente innocui su app di fitness finiscono per fornire dati che rivelano posizioni, background professionale, dati privati che possono essere rubati, spostamenti, mappe, e via dicendo.

 

Non si tratta di un pericolo nuovo, come qualcuno ha voluto sottolineare all’indomani dello scoppio del caso; già diversi anni fa una conversazione con un militare di alto grado in merito al rischio potenziale della presenza dei militari italiani su piattaforme social quali Facebook (poiché dalle foto ma anche dai post e dalla chat si potevano fornire informazioni intercettabili e sfruttabili in vari modi) ebbe come risultato una lezione sulle potenzialità divulgative nel campo della comunicazione dei social network, ignorando in modo superficiale i rischi di tale politica. A distanza di anni, oggi si parla di più di questi rischi perché individuabili e classificabili, ma rimane di fondo una mancanza di cultura tecnologica generalizzata e soprattutto una consapevolezza di massa che ogni dato che viene messo in rete è importante, singolarmente o come parte di un insieme.

 

Ormai la questione della sicurezza in ambito spazio cibernetico non è più argomento relegato ai convegni chiusi degli esperti di settore (che si stanno moltiplicando, e diciamolo, molti senza reale expertise), ma ne parlano tutti, alte sfere politiche e militari incluse. Sembra però che manchi ancora una visione generale di ciò che è realmente il mondo virtuale. Molti sono ancora fermi ai virus che imperversavano negli anni ’90 (almeno in America, dove la tecnologia era già avanti). Ma la minaccia non è solo malware: non mancano coloro che ricordano che la prima vulnerabilità è l’uomo, ossia la prima porta di accesso per i cyber criminali. E proprio per questo, in considerazione che non esiste una protezione al 100% dal rischio, sarebbe opportuno che oggi i decision-maker (tanto per utilizzare un termine che includa tutti) comincino a mettere in atto politiche di formazione e di educazione ad un uso responsabile, non tanto di un computer, ma di tutto ciò che è connesso, e quindi dell’Internet of Things. E questo deve comprendere, come Strava dimostra, tutti: dirigenti e funzionari, in divisa e non. Altri paesi già lo fanno. In Italia, come sempre, siamo ancora culturalmente indietro. Che sia chiaro: in gioco non ci sono solo gli interessi – strategici o meno – di una nazione, ma la vita stessa degli individui. Abbiamo la tecnologia, ma non la cultura della tecnologia.

THE WAR OF BUTTONS

Cristiana Era

 

The tweet-show of Mr. Trump over the nuclear red button size, arguing with the North Korean leader Kim Jong-un, is just one of the hilarious – and at the same time scary – performances that have characterized the American President’s policy since taking office in 2017. On January 7, Steven Erlanger, from the columns of the prominent New York Times, wrote about the possibility that the incessant and vexing “social” statements by Donald Trump might undermine US international credibility.

 

Actually, this is not a possibility, it’s a certainty. When a President of a great power, who should be able to control what he says (or “tweet”), repeatedly shows to the world his total disregard of diplomacy or carries out rough statements, which are definitely inappropriate for such a role, then the result cannot be but the domestic and international derision. What a pitiful downfall when a President of the United States, a Commander in Chief, is being mocked by a renowned fast food chain on the same social network Mr. Trump seems to appreciate to a great extent.

 

But besides the comical aspect of the issue, there is indeed a more worrisome side. As Richard Haass pointed out, statements by the leader of a powerful country like the United States matter. And moreover they can have an impact on foreign relations stability. This is why any experienced political leader is carefully weighing every word and, of course, every move, which is usually the result of accurate consultation with a pool of experts. However, this seems not to be the case for Mr. Trump. At this stage, for example, any consideration on the Iranian crisis does not look to be the savviest political move, as well as the announcement of the Presidential decision to move the US Embassy from Tel Aviv to Jerusalem.

 

The point is this tweet-mania – which is not backed by a sound and credible foreign policy – is alienating good diplomatic relations with allies, while at the same time it is exacerbating the strained ones with unfriendly countries. Repeated criticism and threats against this or that country have so far brought to unexpected reactions: from PyongYang decision to open talks with Seoul (bypassing the US) to Pakistan getting closer ties with China, and to sound arguments for Teheran to possibly crack down on protesters. Security challenges in the XXI century are growing in size and number: these are times for a stable and responsible leadership to manage the many global frictions. But it is obvious that this time the leadership will not come from the Western hemisphere.

 

INTERVISTA: GENERALE MAURIZIO BONI – COMANDANTE DEL CENTRO SIMULAZIONE E VALIDAZIONE DELL’ESERCITO

Il Generale di Divisione Maurizio Boni è nato a Vicenza nel 1960, ed ha intrapreso la carriera militare nel 1979 quale Ufficiale di Artiglieria. Dall’11 gennaio 2016 è il Comandante del Centro Simulazione e Validazione dell’Esercito e vanta una pluriennale e consolidata esperienza in attività di comando e di direzione degli Staff interforze e multinazionali maturata presso Comandi NATO e nazionali.

 

 

IL CE.SI.VA. È IL CENTRO DI SIMULAZIONE E VALIDAZIONE DELL’ESERCITO ITALIANO, UNA DELLE ECCELLENZE DELLA NOSTRA FORZA ARMATA, MA COSA SOTTINTENDONO I DUE TERMINI? COS’È ESATTAMENTE IL CE.SI.VA.?

 

Il Centro di Simulazione e Validazione dell’Esercito costituisce il principale riferimento dell’ Esercito italiano per l’applicazione della simulazione addestrativa nell’approntamento dei posti comando, degli staff e delle unità destinate ad essere impiegate fuori del territorio nazionale. La nostra attività è focalizzata soprattutto sull’organizzazione di esercitazioni volte ad attestare il raggiungimento delle capacità operative individuate come “fondamentali” per l’assolvimento della missione dei contingenti.

 

Con “simulazione addestrativa” intendiamo la capacità di conferire uno spiccato realismo alle attività di mantenimento e di sviluppo dell’operatività dei nostri Reparti mediante l’utilizzo di sistemi informatici tecnologicamente avanzati che ricreano fedelmente le situazioni da affrontare sul campo ai vari livelli di responsabilità e di ingaggio. É il frutto di una concezione innovativa dell’addestramento militare, ben consolidata peraltro in ambito internazionale, che consente di acquisire l’effettiva consapevolezza delle capacità in gioco, compresi gli eventuali gap da colmare, di stimolare la capacità di analisi, valutazione e decisionale dei comandanti e del combattente e di individuare le azioni correttive con cui migliorare la performance di tutta l’unità sottoposta a verifica.  Va da sé che l’utilizzo di tale metodologia addestrativa consente di acquisire un gran numero di “lezioni apprese” e di best practices per “validare” o adeguare dottrina, iter addestrativi e formativi,  procedure e tattiche specifiche.

 

Il Ce.Si.Va. coordina anche le attività per la sperimentazione dei sistemi per la digitalizzazione delle unità dell’Esercito nel contesto del più ampio programma della Difesa denominato “Forza NEC” (Network  Enabled Capability) e sperimenta l’evoluzione dei sistemi tecnologici per l’addestramento e la direzione delle operazioni, in funzione dell’ammodernamento di settore.

Inoltre, al Centro è affidata la responsabilità della direzione dei cosiddetti main training events dell’Esercito, vale a dire di quelle esercitazioni complesse che coinvolgono un numero elevato di comandi e di unità, terrestri, nazionali e multi-nazionali tale da richiedere un’organizzazione dedicata che renda possibile il “gioco” di tutti gli elementi coinvolti.

 

In buona sostanza, il Centro Simulazione e Validazione dell’Esercito è un’organizzazione composta da almeno tre “anime”, unite dal comune denominatore della gestione della complessità che i moderni scenari di crisi pongono alle forze terrestri in tema di condotta delle operazioni.

 

 

QUALI TIPOLOGIE ADDESTRATIVE VENGONO SVOLTE PRESSO IL CENTRO?

 

Innanzitutto, bisogna premettere che il Ce.Si.Va. si articola su una sede centrale, dislocata a Civitavecchia, e su cinque Centri di Addestramento Tattico (CAT) situati a Capo Teulada (in Sardegna), Lecce (in Puglia), Monte Romano e Cesano (nel Lazio) e a Brunico (in Alto Adige) nello stesso sedime delle principali aree addestrative nazionali. Ciascuna di queste articolazioni svolge un ruolo particolare nel contesto di un cosiddetto “Sistema Integrato per l’Addestramento Terrestre” (SIAT) dove l’integrazione è riferita alle tre componenti della simulazione addestrativa: LIVE, VIRTUAL e CONSTRUCTIVE.

 

In pratica, è lo sfruttamento sinergico di queste tre dimensioni tecnologiche che ci consente di ricreare fedelmente gli scenari e le situazioni che gli staff e le unità incontreranno una volta schierati in zona di operazioni, consentendo così la verifica dei cicli decisionali dei comandi e delle unità, dai minimi livelli ordinativi a quelli più complessi. Le tre componenti hanno tutte visto, nel corso degli ultimi anni, un deciso incremento in termini sia di sviluppo tecnologico sia di ricadute addestrative, e credo valga la pena descriverne sinteticamente le caratteristiche principali.

 

La componente LIVE, permette alle unità dell’ESERCITO di operare in ambienti reali (poligono/area addestrativa) dove due opposte volontà, reali, si confrontano attraverso l’impiego delle armi individuali, i veicoli e i sistemi d’arma in dotazione, sui quali sono installati i sistemi di simulazione in grado di replicarne il comportamento balistico (traiettorie) e gli effetti del fuoco (diretto e indiretto) sul personale e i mezzi esercitati. Ogni “giocatore” (sia persona sia mezzo da combattimento e/o di supporto logistico) è geo-referenziato ed è dotato di sensori passivi in grado di interagire con il segnale laser emesso dall’arma e di determinare in quale parte del corpo (o del mezzo) il “giocatore” è stato colpito. In tale contesto, operano unità estremamente specializzate e addestrate per ricoprire il ruolo delle forze di opposizione, in grado di riprodurre, oltre alle forme di offesa convenzionali, le altre tipologie di minaccia più note a livello internazionale quali il terrorismo, la criminalità e le forze irregolari che, combinate con forze regolari, possono comporre la minaccia “ibrida”. La simulazione LIVE è distribuita sui cinque CAT precedentemente citati.

 

La componente VIRTUAL della simulazione consente a persone reali di interagire in un ambiente operativo simulato (detto anche “ambiente sintetico”). E’ questo il caso, per esempio, dei simulatori di guida che replicano fedelmente il comportamento del mezzo in relazione alle condizioni del terreno nel quale questo muove, o dei più noti simulatori di volo ampiamente utilizzati dai piloti di tutto il mondo. Costituisce lo strumento ottimale per addestrare singoli individui, teamtask force poiché lo scenario virtuale è adattabile agli obiettivi di preparazione di volta in volta individuati, consentendo di condurre esercitazioni in ambienti terrestri, navali e aerei altamente coinvolgenti. Questa componente è distribuita in tutte le articolazioni del Centro.

 

La simulazione CONSTRUCTIVE, basata sull’azione di entità simulate ma sotto la direzione di persone reali, è invece idonea all’addestramento dei “centri di comando” che in terminologia militare sono chiamati “posti comando” ed è applicata principalmente nella sede di Civitavecchia. Qui l’aspetto fondamentale da verificare è la capacità dei comandanti e dei propri staff di gestire l’operazione con una visione d’insieme esercitando un efficace direzione e controllo delle unità dipendenti. Tutto ciò facendo ricorso a una vasta gamma di scenari di addestramento, elaborati sulla base della più aggiornata documentazione operativa disponibile, acquisita mediante l’interfaccia costante con i teatri operativi, gli omologhi centri NATO e alleati e l’analisi delle lezioni apprese nel corso di precedenti missioni.

 

 

IN CHE MODO VENGONO ESERCITATE LE UNITA’ E GLI STAFF?

 

Il ciclo addestrativo prevede, a fattor comune per tutte le componenti del SIAT, una fase di preparazione, nel corso della quale viene studiato lo scenario di previsto impiego, analizzati gli obiettivi addestrativi da conseguire, definite le capacità da valutare, e stabilite nel dettaglio le situazioni operative che gli staff nei comandi e i soldati sul terreno dovranno affrontare. I partecipanti vengono quindi istruiti sull’impiego dei mezzi informatici e di simulazione utilizzati, ed esperti di settore con specifici precedenti d’impiego in una determinata missione, possono condurre approfondimenti di taluni aspetti dell’operazione e mostrare esempi di soluzioni adottate nelle varie situazioni che hanno dovuto a loro tempo affrontare.

 

Segue quindi la fase dell’azione, della durata di due settimane, nel corso delle quali vengono “giocate” le situazioni operative, realisticamente riprodotte, comprendenti anche circostanze critiche e di “stress decisionale” che i comandanti, unitamente ai propri collaboratori, devono saper analizzare e gestire.

 

In tale contesto, la “Direzione di Esercitazione” (Exercise Control-EXCON) svolge un ruolo determinante. Questa raccoglie tutti i dati che i sistemi di simulazione hanno fornito nel corso dell’esercitazione (esiti degli scontri, situazione operativa degli attori sul campo, comunicazioni, ordini impartiti, ecc.), e integrati con quelli forniti da personale osservatore/controllore specificamente qualificato per lo svolgimento di questo incarico, affiancato ai ruoli chiave del personale addestrato. E’ facile dedurre, quindi, che l’EXCON rappresenta il “cervello” e il “cuore pulsante” dell’intero sistema poiché ha il compito di rilevare, esaminare e individuare tutti gli aspetti salienti di una sessione addestrativa in grado di fornire insegnamenti a tutto il personale interessato. L’illustrazione e la discussione dei risultati, alla fine dell’esercitazione, in sessioni espressamente dedicate, costituisce infatti uno dei momenti più significativi e paganti dell’intera attività addestrativa in quanto è in questa sede che vengono evidenziati gli aspetti operativi da potenziare, migliorare o correggere. Inoltre, ogni comandante può portare con sé la registrazione di tutti gli eventi affrontati e dei dati rilevati al fine di poter ri-giocare, con il proprio personale, la missione nella propria sede stanziale. Senza l’EXCON, dunque, il SIAT sarebbe solo un insieme di hardware e software operante senza alcuna utilità. In sintesi, il SIAT ha consentito di effettuare un vero e proprio salto di qualità nell’ambito delle metodologie addestrative proprio per la possibilità oramai diffusa pressoché in tutte le unità dell’Esercito di poter monitorare e valutare, oggettivamente e con continuità, i progressi conseguiti in tutti i settori funzionali di una unità operativa.

 

 

QUANTO È IMPORTANTE LA DIMENSIONE TECNOLOGICA AI FINI DELL’ASSOLVIMENTO DELLA MISSIONE DEL CENTRO?

 

Indubbiamente si tratta di una dimensione determinante che si rivolge, a sua volta, a due ambiti: il sostegno delle metodologie addestrative e lo sviluppo e la sperimentazione di nuovi sistemi nel contesto della trasformazione e dell’ammodernamento dello strumento operativo terrestre. Un impegno “a tutto campo” che però non può prescindere dalla dimensione umana, altrettanto determinante, al netto di tutti i possibili luoghi comuni che possono essere associati ad un’affermazione di questo genere. La dimensione tecnologica agevola grandemente l’acquisizione e l’elaborazione delle informazioni,  lo sviluppo dei processi decisionali, la diffusione degli output operativi ed addestrativi, ma l a capacità di discernimento e le decisioni finali sono sempre e solamente umane. Le attività svolte preso il Ce.Si.Va. pongono sempre la persona quale elemento centrale e vero oggetto dell’addestramento che deve sapersi confrontare con gli scenari, le procedure, i mezzi con cui opera, gli altri attori, nazionali e internazionali, ma soprattutto con sé stessa.

 

 

QUALI SONO LE CARATTERISTICHE DELLE FASI DI PIANIFICAZIONE, ORGANIZZAZIONE E CONDOTTA DI UNA ESERCITAZIONE?

 

La condotta di ogni singola esercitazione va intesa come il culmine di un processo di preparazione strutturato e articolato che non lascia nulla al caso. Il punto di partenza è sempre l’obiettivo addestrativo che si intende conseguire il quale, a sua volta, deriva dalla missione che deve compiere quel comando o unità che affronta l’approntamento. L’analisi dei requisiti operativi della missione e il punto di vista dei Comandanti guidano quindi il processo di pianificazione poiché orientano lo studio e la preparazione degli scenari di gioco, la designazione del personale esperto di settore da convocare, la costituzione dei team di osservazione e controllo, la configurazione dei sistemi e dell’info-struttura di sostegno. I pratica, la definizione degli elementi essenziali per l’organizzazione dell’esercitazione avviene con mesi di anticipo rispetto alla data di svolgimento della sessione addestrativa che, in due settimane, “consuma” un intenso lavoro di carattere intellettuale curato in ogni dettaglio. Questo approccio fa sì che ogni esercitazione sia diversa da quella che segue, anche quando si prevede di operare nello stesso teatro di operazioni. Da un mese all’altro cambiano le condizioni politico-militari, le forze in campo, gli eventi e le situazioni da gestire. Ebbene, il personale del Centro deve essere in grado di acquisire tutti questi cambiamenti mettendo i Comandanti e gli staff nelle condizioni di affrontare i contesti e le circostanze che incontreranno una volta schierati. E quando il personale rientra dalle missioni e ci confida che grazie all’esercitazione era come se fossero sempre stati li, per noi del Ce.Si.Va. è la soddisfazione più grande.

 

 

PARLIAMO DI BRILLIANT LEDGER 2017, IN CUI IL CE.SI.VA. È STATO PROTAGONISTA IN QUALITÁ DI EXCON, OSSIA DI DIREZIONE DELL’ESERCITAZIONE. QUANDO CI SONO ESERCITAZIONI COMPLESSE DI QUESTO LIVELLO, SI TENDE A DARE RISALTO PRINCIPALMENTE ALLA “TRAINING AUDIENCE”, CIOE’ L’UNITÀ CHE VIENE VALUTATA. IN REALTÀ DIETRO AD OGNI “FILM” C’È UNA REGIA CHE È ALTRETTANTO IMPORTANTE. COSA C’È DIETRO LA MACCHINA DA PRESA?

 

In effetti il contesto della BRILLIANT LEDGER 2017 è stato uno dei più complessi da gestire. Lo scopo dell’esercitazione è stato quello di verificare la capacità del Corpo d’Armata a guida Italiana di Solbiate Olona (VA) e della Brigata “Ariete” di pianificare e condurre operazioni ad elevata intensità in uno scenario operativo molto complesso, quali componenti terrestri del pacchetto di forze di reazione rapida della NATO offerto dall’Italia all’Alleanza per il 2018. In tale contesto l’organizzazione ha dovuto tenere conto anche di una dimensione internazionale molto importante. L’EXCON si è basato su un’organizzazione multi-nazionale basata sull’apporto professionale di personale appartenente a 15 Nazioni della NATO, proveniente da 19 Enti e Reparti nazionali e 14 Unità straniere. Il ciclo di preparazione dell’esercitazione, che ho descritto sommariamente poco fa, ha guidato il nostro agire anche in questa occasione dove tutto, però, è stato amplificato tenuto conto del livello ordinativo dell’unità e della necessità di integrare nel “gioco” un numero molto rilevante di attori, militari e non. La qualità del “gioco” la possibilità, cioè, di attivare tutte le branche funzionali di questo comando in uno scenario complesso ha reso possibile la valutazione dell’unità da parte dei team di valutazione della NATO. Il messaggio da rafforzare è quello che Training Audience ed EXCON sono due facce di una stessa medaglia. Solo un coordinamento efficace dei due aspetti garantisce il successo.

 

 

QUANTO TEMPO È OCCORSO DALLA FASE DI PIANIFICAZIONE A QUELLA DI ESECUZIONE PER METTERE IN PIEDI UNO SCENARIO VIRTUALE COSÌ COMPLESSO?

 

Lo sviluppo del ciclo di preparazione ha richiesto più di un anno.

 

 

I PROSSIMI IMPEGNI?

 

Riguardano tutte e tre le “anime” del Centro e il planner del 2018 è già praticamente saturo. Il nostro Comando sarà interessato anche a sviluppi capacitivi significativi della componente CONTRUCTIVE con l’acquisizione di sistemi di simulazione di ultima generazione e l’avvio dei lavori per la realizzazione di nuovi locali per ospitare sia le Training Audience sia gli EXCON del futuro Ce.Si.Va.. Tutto ciò allo scopo di rafforzare la nostra identità operativa in ambito nazionale e internazionale.

CATALOGNA, UNA CRISI EUROPEA

di Cristiana Era

 

La vicenda catalana, come molti osservatori hanno indicato, non è solo una questione spagnola. È certamente anche un problema europeo, e lo è sotto due profili: quello comunitario e quello nazionale.

 

Sul piano comunitario è una nuova spina nel fianco di un’Unione che fa fatica a conseguire un progetto comune e a ritrovare quel significato che oltre sessant’anni fa ha portato alla sua nascita. Se è pur vero che la Catalogna vuole staccarsi dalla Spagna ma rimanere nell’UE, sottolineando come a livello locale il contenzioso sia con lo Stato nazionale, tuttavia Bruxelles si ritrova stretta tra due fuochi. Chiaramente non può riconoscere la secessione, ma allo stesso tempo non farlo mette un punto interrogativo sulle ricadute sull’opinione pubblica, non solo spagnola, quanto alle capacità (o incapacità) dell’UE di fare fronte a questa crisi. Il governo di Rajoy ha preso posizioni molto dure nei confronti degli indipendentisti e non ha mai mostrato la volontà di sedersi ad un tavolo per trovare una soluzione di compromesso. La destituzione e poi l’arresto di un governo, quello catalano, legittimamente eletto, pone forse degli interrogativi a livello legale, ma è indubbio che si tratti principalmente di un problema politico.

 

La questione catalana è poi un problema europeo a livello nazionale perché riguarda anche i singoli membri dell’Unione, molti dei quali hanno a che fare a loro volta con spinte secessioniste, inclusa l’Italia. E dunque l’attenzione su cosa succederà nei prossimi mesi sarà alta da parte di tutti i governi, e non può essere altrimenti perché una secessione effettiva di una regione all’interno del blocco europeo, ritenuta impensabile fino a poco tempo fa, potrebbe creare un precedente o comunque ridare vigore ad altre spinte indipendentiste con effetti più o meno destabilizzanti in altri Paesi. È forse eccessivo pensare ad un effetto domino, ma non è irrealistico ipotizzare che un successo finale della Catalogna indipendente non abbia ripercussioni su altre regioni. A questo contribuisce il fatto che, al di là delle responsabilità effettive dei governi centrali, il sistema nazionale è al momento attuale in crisi, in parte per l’erosione del concetto tradizionale di Stato – in questo con il contributo delle spinte europeiste all’integrazione che con gli anni hanno eroso i poteri centrali nazionali – che non riesce più a rispondere alle esigenze locali. È la crisi dell’Europa delle nazioni, e non necessariamente è un aspetto positivo in mancanza di un’Europa forte e coesa.

 

Comunque sia, il problema è stato posto e c’è una bomba da disinnescare. In questo l’UE potrebbe ancora avere un ruolo per riuscire a farlo: quello di mediare tra i secessionisti, che pure hanno vinto un referendum che anche se incostituzionale è pur sempre una consultazione popolare che si è svolta, e il governo di Madrid, che ha mostrato, a detta di tutti, forse troppa intransigenza e ha commesso una serie di errori che aumentano la base di consenso per il presidente destituito della Catalogna, non ultimo l’arresto suo e dei membri del suo esecutivo. Al di là della legittimità o meno del referendum, il risultato delle votazioni ha comunque attribuito agli indipendentisti il 90% dei consensi espressi. C’è allora da chiedersi come mai i sostenitori del governo centrale non siano andati a votare per evitare di arrivare a questo punto, ma hanno preferito scendere numerosi in piazza (cui i media italiani non hanno dato eccessivo risalto in realtà) dopo la rottura fra governo locale e governo centrale.

 

Per sapere cosa succederà occorre solo aspettare. Difficile fare previsioni, ma la domanda adesso è se nella democratica e pacifica Unione Europea, si può tornare indietro e da una scintilla far riemergere la violenza nelle contrapposizioni politiche, violenza che si credeva ormai retaggio del passato.

OP-ED. TEMPI CHE CAMBIANO PER LA NOSTRA DIFESA

di Ferdinando Sanfelice di Monteforte

 

Le attività per creare finalmente l’Europa della Difesa si stanno intensificando, a livello politico, anche a causa dei sempre maggiori impegni americani, in Asia e nelle stesse Americhe. Noi Europei dobbiamo imparare ad agire da soli più spesso, rispetto al passato. Ma su queste riunioni aleggia uno scomodo fantasma: le rivalità economiche tra i Paesi Membri dell’Unione, che rischiano di minare proprio quella solidarietà che è stata posta alla base del Trattato di Lisbona.

 

 Non vi sono più, infatti, solo le instabilità e le conflittualità nel cosiddetto “Sud del mondo”, che peraltro si sono acuite, e sempre più diversificate. Se è vero che al di là del mare vi sono molti Stati e “potentati” che lottano tra loro, mettendo in pericolo la stabilità mondiale e, in molti casi, hanno verso di noi un atteggiamento sempre più ostile, va detto che anche all’interno del nostro continente vi sono attori che, con le loro iniziative in campo economico e cibernetico mettono quotidianamente in pericolo amicizie di lunga data e minano la solidità dell’UE.

Il motivo di questa triste situazione è che sempre più governi e potenze non statuali sono convinti che le risorse della terra non bastino più a garantire il proprio benessere. Si cerca quindi, da un lato, di sfruttare al massimo gli spazi marittimi e le ricchezze che si celano in acqua e nei fondali, per ottenere zone economiche esclusive le più estese possibile, e dall’altro si tenta, con la stessa pervicacia, di acquisire nuove fonti di ricchezza a spese di un altro, chiunque esso sia. Quindi, le dispute sugli spazi marittimi sono sempre più numerose, e foriere di complicazioni internazionali, e ad esse si aggiungono i colpi bassi per sottrarre altre fonti di ricchezza anche agli amici di lunga data.

 

Ma, mentre queste contese tra Paesi del Nord del mondo si svolgono, sempre più intense, non ci si può dimenticare che le vecchie inimicizie, specie quelle al di là del mare, permangono e diventano sempre più profonde: vi sono rivendicazioni che emergono dal passato, e sono fonte di inquietudine sempre maggiore. Il Sud del mondo è sempre più in preda a lotte violente: parafrasando un intellettuale francese, Jacques Attali, si può dire che il revanscismo sta diventando, ancora una volta, la molla che può far saltare gli equilibri mondiali.

 

Queste spinte non possono più essere contenute o delimitate solo mediante il “Peacekeeping” benevolo, che tanto bene ha fatto finora, anche se non tutti lo hanno applicato in modo efficace. Già ora, per proteggere la cosiddetta “diga di Saddam” in Iraq, i nostri militari si sono dovuti armare pesantemente. Nel futuro ogni operazione che verrà condotta vedrà i nostri militari correre rischi elevati, e quindi essi non avranno solo bisogno di armamenti pesanti, ma anche avere alle proprie spalle forze credibili, in grado di sostenerli e proteggerli nella loro missione. La forza, in questo caso, ricopre un ruolo dissuasivo ma è sempre più necessaria. Oltre alle “api operaie”, quindi, ci vogliono capacità che rendano i potenziali avversari cauti nei nostri confronti.

 

A questo punto, però, sorge spontanea una domanda: se, finora in ambito NATO abbiamo agito spesso quale ausilio del nostro alleato maggiore, gli Stati Uniti, senza che in generale i nostri interessi permanenti siano stati violati (anche se, a dire il vero, qualcuno lo è stato), possiamo essere altrettanto sicuri che nelle missioni europee potremo continuare ad operare in posizione subalterna, direi supplementare, e che i nostri partner maggiori rispetteranno le nostre esigenze con altrettanta cura, rispetto a quanto mostrato dagli Stati Uniti?

 

La prudenza dimostrata dal nostro governo in occasione delle missioni multinazionali degli ultimi anni conferma i dubbi sulla convenienza di fidarsi in toto dei nostri partner europei. Manca però l’adeguamento del nostro strumento militare a questa situazione. Per quanto riguarda l’Europa della Difesa, per impostare il rapporto con gli altri Stati Membri su base di pariteticità bisogna, incrementare le componenti di forze di alta qualità, rispetto ad oggi, in modo da poterci presentare nelle operazioni fornendo forze di pari importanza e avendo quindi uguale voce in capitolo. Non bisogna infatti dimenticare quanto scrisse un vecchio saggio, A. H. Jomini: “quando si interviene con un contingente mediocre, non si è altro che un accessorio,e le operazioni sono dirette dalla potenza principale”.

 

Ferdinando Sanfelice di Monteforte è Ammiraglio di Squadra. Già Rappresentante Militare Italiano alla NATO ed alla EU dal 2005 al 2008. Insegna “Studi Strategici” al SID di Gorizia e presiede il “think tank” Mediterranean Insecurity. È autore di vari libri, saggi per pubblicazioni e periodici nazionali ed esteri.