LA MANIPOLAZIONE DELLA POLITICA NEI SISTEMI DEMOCRATICI ATTRAVERSO IL WEB: IL RUSSIAGATE E CAMBRIDGE ANALYTICA [1]

di Cristiana Era

 

Come è ormai evidente a tutti, la trasformazione di internet in una intera dimensione quale lo spazio cibernetico e ancor più la sua “trasfigurazione” nella iperconnessione – l’internet delle cose – ha rivoluzionato e condizionato il mondo tradizionale e le sue relazioni. E lo ha fatto nel giro di pochi anni. I cambiamenti sono tanti ed hanno ripercussioni in quasi ogni settore della nostra vita, inclusa la sfera politica. Quali sono, dunque, gli effetti nostro sistema democratico? L’iperconnessione, le nuove tecnologie, hanno migliorato la nostra consapevolezza di cittadini e facilitato la nostra partecipazione al dibattito sulla res publica? La democrazia online è vera democrazia? Dare una risposta non è facile, ma si può tentare attraverso l’analisi di un case study a cui si è già accennato nei numeri precedenti di CSA: Russiagate e Cambridge Analytica.

 

Occorre, tuttavia, soffermarsi innanzitutto su alcuni cambiamenti che sono sotto gli occhi di tutti ma sui quali spesso ci si limita alla citazione senza considerarli elementi portanti di una analisi. Punto primo: il modo di socializzare nell’era post-industriale è radicalmente cambiato, non solo fra i giovanissimi ma anche nelle generazioni precedenti. Nel giro di poco più di un decennio si è passati da una società reale ad una società virtuale. Quest’ultima ha facilitato, ovviamente, la iperconnessione anche fra individui: è più facile incontrarsi, elimina le barriere fisiche come il tempo e lo spazio. Soprattutto il tempo. Si interagisce di più perché non si deve uscire di casa, prendere un mezzo e fisicamente spostarsi per incontrarsi. Con qualche click possiamo chiedere l’amicizia o il collegamento ad un numero imprecisato di persone sui social network, avviare un dibattito online, ecc. Nel mondo virtuale l’interazione fisica del mondo reale è – eventualmente – una fase successiva, che potrebbe anche non avvenire.

 

Punto secondo: informazione e comunicazione. E qui c’è da fare un distinguo, comunicare ed informare non sono la stessa cosa. In democrazia l’informazione è, in linea teorica, una descrizione di fatti senza omissioni, senza commenti ed opinioni, sia di natura politica che personale, e che deve seguire la linea delle famose 5W dello stile anglosassone: Who, What, When, Where, Why (chi, cosa, quando, dove e perché). Ed è gestita da organi di informazione riconosciuti che controllano – o meglio, dovrebbero controllare – sia l’attendibilità delle fonti che la correttezza dei dati. La comunicazione, al contrario, è la veicolazione di un messaggio specifico che può essere di varia natura: la pubblicità è un esempio di comunicazione ma non è informazione; così come i comunicati stampa e i siti istituzionali o aziendali fanno parte della comunicazione. Rientrano in questa categoria anche propaganda, disinformazione e manipolazione dei dati. L’elaborazione dei messaggi è generalmente affidata agli uffici stampa che hanno il compito di promuovere gli obiettivi dell’ente di riferimento – pubblico o privato che sia – e lo fanno attraverso strategie di comunicazione che non fanno leva sull’esaustività e imparzialità di fatti e dati, ma bensì sulle criticità e vulnerabilità di quelli che nelle comunicazioni operative (nuovo nome per PsyOps – Psychological Operations) vengono definiti “target audience”, i destinatari di una analisi mirata ad individuarne bisogni e criticità. Per poi agire sui medesimi e influenzarli in base agli obiettivi prefissati.

 

Si è voluto accennare alla comunicazione e alla comunicazione operativa perché questo aspetto è fondamentale nello scandalo Russiagate La campagna presidenziale americana del 2016 rappresenta con tutta probabilità il primo esempio di campagna politica e più in generale di politica virtuale che si affianca e addirittura si sovrappone a quella reale, fatta con metodi diciamo “classici” (comizi di piazza, banchetti per raccolta firme, eventi culturali vari tipo festa dell’unità, dibattiti politici in TV, ecc.). È pur vero che anche la precedente campagna elettorale di Barak Obama ha coinvolto internet. Ed in questo possiamo dire che il predecessore di Trump ed il suo staff sono stati dei precursori, avendo per primi utilizzato il web con fini politici precisi. Ma in quell’occasione internet e i social media furono utilizzati per lo più per fund raising, la raccolta fondi per autofinanziare la campagna stessa di Obama. Un metodo innovativo ed economico una decina di anni fa, in cui gli candidati legati alla grande macchina burocratica di partito e alle grandi lobby poco credevano e talvolta addirittura deridevano. Ma insieme al metodo innovativo, Obama lanciava dei messaggi, alcuni chiari e consapevoli, altri forse meno evidenti anche per gli autori stessi. A cominciare dal famoso motto della sua campagna: “yes, we can”. Quello che questo messaggio comunicava – e lo ha fatto in modo estremamente efficace – era che la popolazione è sovrana e che non solamente i candidati appoggiati dai grandi gruppi finanziari o poteri forti possono vincere un’elezione presidenziale, ma che lo può fare un candidato presidenziale “popolare”, che ottiene il supporto anche economico dei comuni cittadini.

 

Nella frase “Yes, we can”, il “we”, non è un noi qualunque. Richiama – ed ogni americano inconsciamente lo sa perché gli viene insegnato sin da piccolo – la frase iniziale del preambolo della Costituzione: “We, the American People…”

 

             WE = POPOLO AMERICANO, NAZIONE INTERA

 

Negli Stati Uniti il concetto di unità è molto forte, ed è parte della cultura della nazione che altrimenti non riuscirebbe a conciliare e far convivere le miriadi di differenze sociali e culturali che la compongono.

 

La comunicazione, dunque, è decisiva in campagna elettorale, e lo è quando è concisa, diretta e riesce a fare presa su aspetti emotivi della collettività. Incisivo è anche l’aspetto inclusivo della campagna online: dalla partecipazione diretta al dibattito politico alla facilità e velocità della raccolta fondi online, per la prima volta alla portata di tutti secondo le proprie possibilità. Gli avversari di Obama hanno sottovalutato la capacità virale della rete: un sistema che una volta lanciato è in grado di crescere a livello esponenziale, tanto da indurre altri a fare altrettanto (nel caso specifico la donazione). E’ il fenomeno di massa, una delle caratteristiche intrinseche della rete, che proprio in quelle elezioni ha rivelato tutto il suo potenziale. Il motto, il presentarsi come candidato che si oppone alla farraginosa e oscura macchina politica in cui sono pochi a determinare chi vince e chi perde, tutto questo ha convinto i cittadini – stufi come tutti i cittadini in tutte le parti del mondo – a votare e ad appoggiare Obama che ha dato l’impressione di restituire al popolo il principio stesso della democrazia: la maggioranza dei cittadini decide chi governa, non una minoranza solo in base a soldi e potere. Questo, semplificato, è il pensiero di milioni di americani magistralmente intercettato ed interpretato in campagna elettorale dal predecessore di Trump. E che ha mostrato, questo sì per la prima volta il populismo del web.

 

Tuttavia, pur avendo rivelato alcune potenzialità in termini di diffusione e comunicazione, la politica online non è emersa completamente in tutte le sue sfaccettature. E questo perché è stata trascurata un’altra delle caratteristiche dello spazio cibernetico: l’annullamento, o quasi, dei confini geografici. La campagna elettorale del 2016 non si svolse solo all’interno degli Stati Uniti, ma come sappiano entrarono in gioco attori esterni. Il caso è scoppiato a seguito di un’inchiesta del New York Times nella primavera del 2016. Il prestigioso quotidiano statunitense pubblicò un articolo in cui si esprimono sospetti di un coinvolgimento diretto del Cremlino nella campagna elettorale a favore di Trump, a cominciare dalle primarie. Secondo il New York Times, il governo russo avrebbe agito su tre livelli:

 

  • Il primo riguarda l’intrusione nel sistema informatico del comitato nazionale del Partito Democratico e del responsabile della campagna elettorale di Hillary Clinton, con la conseguente divulgazione di decine di migliaia di email su wikileaks; le email rivelarono una massiccia campagna interna al partito contro l’altro candidato democratico Bennie Sanders, con il conseguente crollo della Clinton nei sondaggi di ben 9 punti.

 

  • Il secondo riguarda l’utilizzo massiccio di piattaforme social come You-Tube, Facebook, Instagram e Twitter; dopo aver creato migliaia di falsi profili (trolls) su tutte le piattaforme, gli hacker russi della Internet Research Agency (intelligence militare) avviarono una campagna contro la Clinton e a favore di Trump, costruendo ed alimentando dibattiti aperti sui temi della campagna elettorale dei due candidati, e creando false pubblicità politiche per danneggiare la Clinton

 

  • Il terzo riguarda i numerosi contatti dello staff di Trump e dei familiari con esponenti russi vicini a Putin. Incontri che si sono susseguiti numerosi durante tutta la campagna elettorale. Ma, come sappiamo, tali incontri non sono stati considerati prova evidente di una collusione fra lo staff presidenziale e Trump stesso con Mosca. Almeno queste sono le conclusioni del rapporto del procuratore speciale Robert Muller a fine indagine poco più di un mese fa. Vero è che l’indagine ha fatto comunque parecchie vittime, tra cui l’avvocato di Trump Michael Cohen, l’ex capo del comitato elettorale Paul Manafort, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, tutti arrestati, alla fine con accuse che riguardano reati finanziari.

 

Lo scandalo Russiagate ha coinvolto e travolto anche Cambridge Analytica, già altre volte nell’occhio del ciclone per uso improprio di dati personali online. Partiamo dall’inizio. Cambridge Analytica è una azienda di analisi e consulenza fondata nel 2013 da un miliardario ultraconservatore e sostenitore di Trump, tale Robert Mercer, e da Stephen Bannon, ex consigliere di Trump in campagna elettorale. L’azienda raccoglie ingenti quantità di dati personali sul web (i big data), in particolare ma non esclusivamente sui social network, e li analizza utilizzando algoritmi secondo modelli psicometrici, riuscendo ad ottenere i profili psicologici degli utenti. Nel caso specifico, l’azienda è finita sotto accusa per aver raccolto indebitamente i dati di 50 milioni di utenti americani attraverso un’app creata per Facebook dal ricercatore Alexandr Kogan nel 2014 che permetteva l’accesso anche ai dati di tutte le persone connesse con gli utenti che avevano scaricato quell’applicazione. Kogan avrebbe poi passato i dati a Cambridge Analytica che, attraverso il sistema di microtargeting comportamentale sviluppato da Michal Kosinski, avrebbe poi manipolato le preferenze degli utenti per indurli a votare Trump nelle elezioni del 2016. Oltre a questo ci sono illazioni su presunti contatti fra i dirigenti dell’azienda ed esponenti russi. Infine, Damian Collins, un parlamentare britannico che sta conducendo un’inchiesta parlamentare su presunte manipolazioni di Cambridge Analytica relativamente al referendum sulla Brexit, ha dichiarato che sono emerse prove che la Russia ed altri Paesi stranieri hanno avuto accesso ai dati dei 50 milioni di utenti Facebook raccolti dall’azienda.

 

Come possiamo notare, rispetto alla campagna elettorale di Obama, la politica e la manipolazione della politica e degli utenti online è diventata cosa seria e complessa da analizzare. Al di là delle conclusioni del rapporto Muller, che in realtà non fa piena luce sulla questione della connivenza tra Trump, il suo staff e Mosca ma in compenso certifica l’ingerenza della Russia nella politica americana, si può comunque trarre qualche conclusione.

 

In una campagna politica condotta attraverso i nuovi mezzi di comunicazione che passano tutti attraverso la rete, emergono elementi che proprio dalle caratteristiche dello spazio cibernetico possono portare ad effetti positivi o negativi per le nostre democrazie. Abbiamo nominato l’informazione. Nell’era del web, l’informazione è diventata più rapida, più concisa, maggiormente disponibile, gratuita o quasi e disponibile in grande quantità senza filtri. E l’informazione è uno dei capisaldi di un regime democratico: pluralista e libera. Tuttavia la rete si presta, come abbiamo visto a manipolazioni di ogni genere e nel mare di news e fake news da cui siamo quotidianamente bombardati, risulta difficile, talvolta anche per i professionisti, riuscire a distinguere l’informazione dalla disinformazione. E la disinformazione è alla base della propaganda. Su questo è bene aprire una breve parentesi. La propaganda si divide in 3 categorie, come forse già sapete: bianca, grigia e nera. La propaganda bianca è ammessa nei regimi democratici, la fonte è certa e riconosciuta; le altre due categorie sono invece tipicamente usate nei regimi autoritari: la grigia riguarda l’incertezza della fonte, mentre si parla di propaganda nera quando la fonte si nasconde sotto falso nome. La propaganda nera, come abbiamo visto utilizza la disinformazione per screditare il nemico (troll russi). Le elezioni presidenziali americane del 2016 sono state caratterizzate da una informazione soffocata dalla comunicazione fatta da propaganda bianca, grigia e nera.

 

Abbiamo assistito anche alla manipolazione dei dati degli elettori – che sul web diventano utenti. Su di essi è stata messa in piedi una vera e propria campagna PsyOps volta a influenzare le decisioni di voto. Cambridge Analytica ha individuato nel target audience (gli utenti di Facebook e di altri social) le criticità (cioè le preferenze, lo stile di vita, le relazioni sociali con altri, il livello culturale, addirittura lo stato di salute) e poi ha elaborato una campagna di comunicazione mirata a ciascun utente in modo da agire su quelle criticità per influenzarne il voto. Il PsyOps non è cosa nuova, veniva utilizzata anche durante la Seconda Guerra mondiale con altri mezzi di comunicazione, così come viene utilizzata all’estero da molti eserciti, incluso il nostro. In questo caso, però, non risponde a esigenze di tipo militare ed è rivolto ad una democrazia occidentale evoluta, quindi attraverso le nuove tecnologie.

 

Si può dunque tornare alle questioni poste in partenza. Nelle società evolute, quasi tutte a regime democratico, l’iperconnessione della popolazione sempre più condizionata dalla vita online favorisce la diffusione della disinformazione e della propaganda a discapito dell’informazione obiettiva e trasparente. Uno studio dell’MIT rivela che le fake news, le informazioni false, raggiungono gli utenti sei volte più velocemente delle notizie vere. Lo studio, che si è concentrato su Twitter, ha anche rivelato che le notizie false hanno il 70% di probabilità in più di essere ri-twittate. E sono ben 70 milioni gli account di Twitter sospesi tra maggio e giugno del 2018 perché sospettati di diffondere disinformazione.

 

Allora se consideriamo che la corretta informazione è alla base di un buon sistema democratico a cominciare dalla scelta che facciamo quando andiamo a votare, è chiaro che i dibattiti politici aperti a tutti – oltre che ad inasprire i toni e a diffondere anche la cultura dell’odio, grazie all’anonimato che la rete garantisce – rischiano di danneggiare più che aiutare la democrazia. È inoltre chiaro che la manipolazione delle preferenze degli elettori non può non essere visto come un secondo elemento di rischio per i principi democratici, in particolar modo per la libertà di decidere, in una elezione o in un referendum (vedi anche il caso Brexit, per il quale è sotto accusa – ancora – Cambridge Analytica). C’è anche da fare un brevissimo accenno al voto elettronico. Le generazioni più giovani, che sembrano perfettamente integrate nel mondo virtuale, sono quelle che ricorrono al voto elettronico con maggiore insistenza, anch’esso manipolabile nonostante l’innalzamento della sicurezza informatica in Paesi dove è largamente diffuso. Alcuni studi in proposito hanno evidenziato come la maggior parte di coloro che votano elettronicamente, non sarebbero andati a votare se avessero dovuto farlo secondo il sistema tradizionale di recarsi alle urne. È facile dunque prevedere che un giorno il voto elettronico sarà il sistema di voto più diffuso in assoluto, con i rischi di cui si è appena accennato.

 

Nell’era di internet, i risultati delle elezioni possono essere distorti da disinformazione, propaganda, manipolazione dei voti e delle preferenze dei cittadini. Torniamo alla domanda: la democrazia online è vera democrazia? Indubbiamente i rischi per le elezioni ci sono e si fanno più forti via via che la politica diventa più informatizzata. E le elezioni sono uno dei cardini della democrazia stessa. Come sottolineavano già Linz e Stepan nel 1996, le elezioni sono un elemento essenziale, anche se non sufficiente, per fare di un Paese una democrazia. Non sufficiente ma essenziale significa che se le elezioni sono state manipolate tramite internet, allora il dubbio che la democrazia online possa essere vera democrazia è più che lecito.

 

Internet e i social media hanno dunque un impatto significativo in politica. Del resto questo lo si può evidenziare, da altri punti di vista, anche in Italia. Qui da noi siamo ancora indietro sullo sviluppo di campagne politiche online vere e proprie, ma non si può escludere tout court l’ingerenza e la manipolazione delle notizie politiche. Del resto anche un partito come il Movimento 5 Stelle ha propagandato il proprio sistema di votazione “democratica” online per tutti gli iscritti, che favorisce, secondo i suoi leader la più ampia partecipazione possibile. Ma anche in questo caso, ci sono dubbi che le piattaforme usate dal Movimento siano vulnerabili a manipolazione dei risultati.

 

Se da una parte è indubbio che la rete favorisca la più ampia partecipazione possibile e in casi di regimi autoritari possa costituire l’unico strumento che dà voce alle opposizioni perseguitate, e quindi può assumere un ruolo significativo nel processo di abbattimento di dittature e transizione verso regimi più liberali, dall’altra si cominciano ad intravedere le storture del mondo virtuale che per la sua natura non è facile da controllare nelle sue deviazioni nei Paesi democratici. Il caso Russiagate e Cambridge Analytica mette, infine, in luce che la rete può anche destabilizzare il sistema democratico in genere. L’elezione di Trump alla presidenza, infatti, non chiude la vicenda. Anzi, gli strascichi stanno aumentando le frizioni interne e polarizzando lo scontro fra la Presidenza stessa e i democratici. Le conclusioni dell’inchiesta del Procuratore Speciale Muller sono delle “non conclusioni”: le prove raccolte non sono sufficienti a dimostrare né la collusione, né l’ostruzione alla giustizia, anche se si evidenziano “comportamenti impropri ed inopportuni del Presidente”. Inoltre, il Congresso ancora non ha ricevuto il rapporto Muller nella versione integrale, ma ha dovuto accontentarsi, si fa per dire, del sunto fornito dal Procuratore Generale William Barr, uomo vicino a Trump, che sembra aver voluto mettere la parola fine al caso blindando la Presidenza. Vi è infatti il rischio che Barr decida di consegnare il Rapporto alla Casa Bianca prima di darlo al Congresso. In questo caso, Trump può esercitare il privilegio presidenziale di poter censurare alcune parti. Ed è su questo punto che i democratici stanno facendo battaglia.

 

È evidente l’effetto destabilizzante che il caso ha avuto e sta avendo su questo Esecutivo e in generale sulle principali istituzioni democratiche, in particolare su quella rappresentativa per eccellenza: il Congresso, che rischia di vedersi cancellare il potere di controllo sull’Esecutivo, con buona pace del sistema di check & balance. Infine, comunque vada, la vicenda ha gettato un’ombra di sospetto su questa amministrazione e creato un clima di diffidenza e sfiducia nel sistema stesso.

 

Quella che chiamiamo democrazia online non garantisce in realtà che non vengano intaccati i core principles della democrazia stessa. E ritengo anche che i suoi effetti non siano stati ancora valutati appieno. Cosa che avverrà presto, lo vedremo alle prossime elezioni: quella sfiducia e diffidenza che nel 2016 ancora non esistevano si andranno ad aggiungere agli altri elementi che potranno condizionare l’umore e la decisione di voto molto più di un programma elettorale.

 

NOTE

[1] Tratto da una lezione tenuta presso l’Università di Firenze il 17 maggio 2019