ROSJA VS. UKRAINA, LA CRISI SI SPOSTA SUL MAR D’AZOV

di Sly

 

Il recente incidente nello stretto di Kerč, alle porte del Mar Nero, ha di nuovo portato sotto le luci della ribalta il profondo momento di crisi che attraversano i rapporti russo-ucraini.

 

Lo scorso 24 novembre un gruppo di navi da guerra della Marina Militare ucraina, composto da due vascelli corazzati (i neo-costruiti “Berdjansk” e “Nikopol”, unità in servizio rispettivamente dal 2016 e dal 2018) e da un rimorchiatore (“Jan Kap” – 1974) è partito da Odessa con l’intenzione di raggiungere le altre navi dislocate da settembre scorso a Mariupol. Il percorso prevedeva il passaggio a sud della Crimea e l’ingresso nel Mar d’Azov attraverso lo stretto di Kerč. Fonti ucraine riportano che, come da prassi, il passaggio era stato precedentemente notificato alla controparte.

La mattina del giorno seguente, il 25 novembre, il complesso della Marina Militare ucraina è stato avvicinato da unità della guardia costiera di frontiera della Federazione russa poiché, a detta delle forze russe, gli ucraini avevano violato le loro acque territoriali entrando nelle 12 miglia dalla costa della Crimea. È importante ricordare che l’Ucraina non riconosce la Crimea, annessa nel 2014, come territorio russo, e che pertanto anche le acque incluse nelle 12 miglia dalla costa continuano a far parte del territorio nazionale.

 

Dopo presunte mancate comunicazioni da ambo le parti, a sud della penisola della Crimea, tra le località Sudok e Teodisia, due unità russe sono entrate in collisione con il rimorchiatore “Jan Kap”, ciononostante il gruppo non ha cambiato rotta navigando fin sotto al ponte, dove avrebbe dovuto ottenere il permesso per andare oltre. Nel frattempo i media russi hanno diffuso la notizia della collisione tra un vascello ucraino ed una petroliera che ha causato il blocco dello stretto. Di fatto lo stretto è stato bloccato a qualsiasi tipo di passaggio provocando un ingorgo di navi. Poche ore dopo, nel primo pomeriggio, hanno fatto la loro comparsa gli aerei da attacco, Suchoi Su-25 e gli elicotteri da attacco Kamov Ka-52 della Flottiglia russa del Mar Nero. Infine, in serata, le navi ucraine (il vascello “Berdiansk”) sono state danneggiate in seguito all’apertura del fuoco russo e abbordate dalle forze speciali (SpecNaz); ne ha conseguito l’arresto dell’equipaggio, i 23 marinai (tra cui 2 ufficiali del controspionaggio militare delle forze di sicurezza ucraine) che saranno trattenuti per due mesi. Perché?

 

Precedentemente (a settembre) la nave comando “Donbass” e il rimorchiatore “Koriec” della Marina Militare ucraina avevano superato senza problemi lo stretto ed erano arrivate a Mariupol, dove stanno al momento stazionando, in aggiunta, altri 2 vascelli corazzati erano stati trasportati via terra fino a Berdjansk e poi, via mare, fino a Mariupol. Trattasi infatti di unità di modeste dimensioni, adeguate ad operare nel Mar d’Azov; in aggiunta, la tipologia di trasporto dà la possibilità di evacuare le navi in caso di un blocco dello spazio marino da parte russa. Tirando le somme, nel Mar d’Azov la Marina Militare ucraina ha 4 dei 6 vascelli corazzati di ultima generazione “GJURZA-M” (di cui, al momento, 2 nelle mani della Federazione Russa) e 2 dei 6 rimorchiatori (di cui 1 nelle mani della Federazione russa), oltre ad una sola nave comando.

 

La domanda sorge spontanea: cosa ne trarrebbe l’Ucraina dalla collocazione di nuove unità nel Mar d’Azov? Indubbiamente un vantaggio sul potenziale russo di stanza in quelle acque, piuttosto ridotto e obsoleto. Resta il fatto che, in caso di un conflitto armato, uno spazio così piccolo sarebbe senz’altro più facilmente controllabile da forze aeree e terrestri, motivo per cui la Federazione russa non ha investito più di tanto nella creazione o nel rafforzamento delle proprie unità marine nell’area (da giugno 2018 hanno solo 3 vascelli di artiglieria a Kerč). L’Ucraina ha piuttosto voluto dimostrare la propria sovranità nell’area sottolineando un profondo disaccordo e malcontento per l’annessione della Crimea ed evidenziare l’ostruzionismo russo della navigazione ucraina attraverso lo stretto fino a Berdjansk e, soprattutto, Mariupol.

 

Date le premesse, i vicini di casa russi hanno trattato l’incidente come un casus belli. A detta del presidente russo, Vladimir Putin, infatti, l’avvicinarsi delle elezioni e la poca simpatia di cui gode il presidente ucraino lo hanno portato ad una mossa più volte vista in passato: distogliere l’attenzione dell’elettorato da problemi di politica interna proiettandola sul nemico al momento più quotato – la Russia – in particolare dall’indebitamento del Paese di quasi 12 miliardi di dollari che nell’arco dei prossimi 2 anni dovranno essere restituiti agli Stati Uniti e per i quali avrà bisogno dell’aiuto del Fondo Monetario Internazionale. L’elettorato inoltre, con uno spauracchio alle porte, giustificherà l’aumento degli investimenti della Difesa (2017: 68,8 miliardi di hryvnie, nel 2018: 86,6 miliardi di hryvnie di cui 16,36 miliardi per l’acquisto e l’ammodernamento dell’obsoleto equipaggiamento) o l’avvallo della riforma nel settore per cui la direzione del dicastero andrà nelle mani di civili, quindi più malleabili e soggetti a scelte politiche, e non più di militari. Sapendo quindi di avere il pieno appoggio della NATO, della UE (di cui, ricordiamolo, non fa parte) e soprattutto, della potenza statunitense, il governo di Kiev ha ben pensato di dichiarare lo stato di guerra fino al 26 dicembre 2018 unicamente nelle regioni di confine con la Federazione russa, con il Mar d’Azov e il Mar Nero (Černihov, Cherson, Harkov, Donieck, Lugansk, Mikolajevsjoe, Oder, Sumsk, Zaporože, Vinnickie). La legge marziale, non introdotta in momenti più drammatici come durante il conflitto ancora in corso nel Donbass che, di fatto, è una guerra civile, non ha cambiato niente nella quotidianità dei cittadini e rappresenta unicamente una decisione politica, un atto dimostrativo che pare l’apice di un processo iniziato anni fa e di cui sono parte integrante l’introduzione del progetto di legge di “Cessazione dell’effetto di accordo sull’amicizia, la cooperazione e la partnership russo-ucraina” siglato con la Federazione russa nel 1997; lo scioglimento degli accordi nel settore militare (2015 e 2017 per l’export di materiale bellico), dell’energia nucleare (2015), dell’informazione (2016), economico (2018), e via dicendo.

 

Il modo in cui si è svolto l’incidente sta comunque a dimostrare quanto la Federazione russa si sia preparata alla soluzione armata di un conflitto in caso di un incremento della presenza ucraina nel Mar d’Azov. A dimostrazione di ciò sta l’accoglienza delle unità ucraine da parte di tutto il gruppo di pattugliatori russi e il coinvolgimento di velivoli.

 

La militarizzazione della Crimea da parte russa, è ovviamente importante al fine di contrastare l’espansione ucraina nell’area. Il processo di formazione di nuove unità – che terminerà nel 2020 – è iniziato già nel 2015 e ne fa parte la costituzione del 22^ Corpo d’Armata (febbraio 2017), con una struttura similare a quella dell’11^ Corpo d’Armata nel distretto di Kaliningrad e dotato di missili Iskander (anche in Crimea sono state inviate batterie di sistemi di difesa aerea S-400 e missili terra-acqua).

 

In conclusione, l’incidente nello stretto ben riassume le relazioni tra occidente e Federazione russa, dove per occidente non s’intende unicamente l’Ucraina bensì “la questione ucraina” che coinvolge attori internazionali chiaramente intenzionati alla destabilizzazione dell’area attraverso l’utilizzo di sistemi parte di un quadro legale complesso e piuttosto ‘borderline’ e soprattutto grazie ad un sapiente utilizzo della StratCom (strategic communication).

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