AFGHANISTAN, LA DEMOCRAZIA CHE NON C’È

di Cristiana Era

 

Con tre anni di ritardo e fra mille difficoltà e polemiche, lo scorso 20 ottobre gli afghani sono tornati alle urne per il rinnovo del Parlamento. Le elezioni, che si sarebbero dovute tenere nel 2015, sono state più volte rinviate per contrasti tra le forze politiche dal Presidente Ashraf Ghani, con un decreto da molti giudicato incostituzionale. Ma l’annuncio dello scorso dicembre da parte della Commissione Elettorale Indipendente (Independent Election Commission – IEC) che fissava al 7 luglio 2018 la data per il rinnovo del mandato parlamentare e dei consigli distrettuali sembrava aver finalmente messo fine al lungo periodo di stallo istituzionale. Il deteriorarsi delle condizioni di sicurezza e i problemi logistici relativi alla registrazione dei votanti hanno, però, fatto slittare di altri tre mesi il ritorno alle urne, senza significativi cambiamenti. Così gli afghani si sono recati ai seggi in clima di terrore, in un Paese in cui solo poco più della metà del territorio è sotto completo controllo governativo, con la popolazione minacciata dalle forze talebane e dopo vari attentati che hanno fatto 10 vittime tra i candidati durante la campagna elettorale, oltre alla clamorosa uccisione del Generale Abdul Raziq a due giorni dal voto.

 

L’assassinio di Raziq, capo della polizia della provincia di Kandahar sopravvissuto a decine di attentati prima di questo, ha inferto un duro colpo alla legittimità e credibilità del governo Ghani con ripercussioni negative  sul morale della popolazione. Strenuo oppositore dei talebani e alleato forte degli Stati Uniti, Raziq era infatti riuscito a pacificare una delle province più problematiche dell’Afghanistan, storicamente un avamposto degli insorti, e a riportarla sotto il controllo delle forze governative, rafforzando i poteri e le presenza della polizia. Ma anche le forze americane ne subiscono le conseguenze: con la scomparsa di Raziq viene meno tutta una rete di informatori locali vitali per l’intelligence USA per poter continuare ad operare sul terreno e contrastare la presenza talebana.

 

Dunque le previsioni relative ai rischi di elezioni insanguinate si sono puntualmente verificate. Nonostante il Ministero dell’Interno afghano abbia aumentato il numero delle forze di sicurezza schierate a presidiare i circa 21 mila seggi, passando da 50 mila a 70 mila unità, gli attentati hanno causato decine di morti e feriti, sia nella capitale che nel resto del Paese, con centinaia di attacchi rivendicati dai talebani. Le elezioni nella provincia di Kandahar si sono svolte con una settimana di ritardo, mentre quelle della provincia di Ghazni sono state rinviate a tempo indeterminato a causa non solo del rischio sicurezza, ma anche per i disaccordi sulle circoscrizioni e per la mancata registrazione degli elettori.

 

Nel complesso il bilancio di queste elezioni è stato tragico. Nonostante i 4 milioni di votanti (meno della metà degli aventi diritto), secondo le stime rilasciate dalla IEC, la campagna di terrore promossa dai talebani – con un terzo dei seggi chiusi perché il governo non è stato in grado di garantirne la sicurezza – ha messo in secondo piano la campagna elettorale stessa e addirittura il risultato delle elezioni. E ancora: le inefficienze burocratiche, il sistema biometrico non disponibile ovunque con assenza di connessione di rete in alcune aree, le accuse di brogli elettorali, i problemi di registrazione dei votanti, sono tutte criticità che si sono assommate al clima di insicurezza, ma che confermano il dato che in effetti le istituzioni afghane non riescono ad amministrare il territorio.

 

Quello che le elezioni hanno mostrato è la realtà di un Paese che rimane fragile dal punto di vista della governance, estremamente precario per quanto concerne la sicurezza e totalmente inadeguato per infrastruttura e presenza istituzionale. E rivelano la dimensione del fallimento della missione internazionale nel ridare legittimità, equilibrio e sicurezza al Paese dopo 12 anni di presenza sul suolo afghano. È il fallimento di tutte le politiche della comunità internazionale, dalla riconversione delle colture di oppio agli svariati tentativi di pacificazione delle parti contrapposte, dai progetti di ristrutturazione e addestramento alle politiche sociali a favore della popolazione femminile. Indipendentemente dai risultati, appunto, l’Afghanistan è un Paese che sprofonda nell’ormai disinteresse generale della comunità internazionale.

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