PROXY WAR E REALPOLITIK NEL CONFLITTO SIRIANO

di Cristiana Era

 

Alla luce degli avvenimenti delle ultime settimane e anche degli ultimi giorni, il conflitto siriano sembra assumere progressivamente una connotazione di proxy war così come nella miglior tradizione della guerra fredda del secolo scorso. Gli attacchi di USA, GB e Francia ai siti di stoccaggio di armi chimiche e quelli di Israele alle postazioni iraniane hanno decisamente alzato i toni dello scontro a livello internazionale ed hanno rivelato – se mai ve ne fosse stato bisogno –  la vera natura, politica e non umanitaria, di tali interventi. Sullo scacchiere mediorientale sono in gioco, come sempre, gli equilibri regionali ma anche gli interessi di potenze come Stati Uniti e Russia; equilibri ed interessi che si fanno più marcati man mano che minaccia e presenza di Daesh e dei gruppi terroristici affiliati si riducono nell’area.

 

Alle due ex superpotenze si affiancano Iran, Israele, Turchia e gli Stati del Golfo con in testa l’Arabia Saudita: tutti con obiettivi politici confliggenti, complementari o affini. La Russia è forse quella che fino ad ora è riuscita a mantenere un equilibrio tra esigenze che rischiano di collidere. In particolare, l’alleanza tradizionale con la Siria e il supporto logistico e politico al regime di Assad, che si combina con i buoni rapporti con l’Iran – altro alleato di Assad – che però rischiano in qualunque momento di affossare quelli, altrettanto buoni, che Mosca ha cercato di mantenere con Israele. Tuttavia, l’innalzamento dei toni da parte di Washington e Tel Aviv nel tentativo di contenere l’influenza iraniana nella regione, potrebbe compromettere questo delicato equilibrio che Mosca è riuscita a ritagliarsi.

 

Israele ha colpito già due volte le strutture militari iraniane in Siria nei giorni passati e sta facendo pressioni sugli Stati Uniti affinché si ritirino dagli accordi sul nucleare. Secondo alcune fonti, sembra, inoltre, che pressioni siano state esercitate anche sull’Italia affinché ritiri la propria opposizione a nuove sanzioni economiche contro l’Iran. Ma quello israeliano non è il solo governo a temere l’emergere dell’Iran come forza egemone. Gli stessi Stati Uniti e gli altri Paesi del Golfo (Arabia Saudita in primis) hanno interesse a contenere l’influenza di Teheran, vuoi per motivi economici legati alle risorse energetiche, vuoi per quelli politici e religiosi, visto che nel riacutizzarsi della rivalità tra sunniti e sciiti l’Iran è l’unico Paese dell’area a maggioranza sciita e in quanto tale si erge a protettore delle minoranze sciite nei Paesi sunniti.

 

Gli Stati Uniti, inoltre, mirano a contenere anche la presenza russa in Siria. Il peggioramento dei rapporti tra Washington e Mosca ha però rinsaldato quelli di quest’ultima con Teheran, su cui il Cremlino conta per portare avanti l’Astana Process – l’iniziativa dello scorso anno sulla definizione di una risoluzione politica alla guerra in Siria promossa da Russia, Turchia ed Iran – che si contrappone a quello di Ginevra promosso dalle Nazioni Unite.

 

Dopo le frustrazioni di Ankara nei confronti degli Stati Uniti, che si sono opposti all’estradizione dell’arcinemico di Erdogan, Fethullah Gulen, e alla sospensione dell’invio di aiuti ed armi alle milizie curde siriane, la Turchia si è riavvicinata a Russia e Iran, pur conducendo operazioni militari in Siria con l’obiettivo di riuscire a colpire i curdi del People’s Defense Units (YPG), alleati del PKK turco da sempre considerata formazione terroristica da Erdogan. Ma la posizione del Presidente turco nei confronti di Assad non è certamente cambiata, e presto Ankara potrebbe trovarsi davanti ad un bivio particolarmente delicato se le forze governative siriane dovessero consolidare il controllo del territorio e chiedere il ritiro dei militari turchi, penetrati nel distretto settentrionale di Afrin a maggioranza curda con l’operazione Olive Branch lo scorso gennaio. Se da una parte questo potrebbe creare tensioni nell’alleanza di interesse con Mosca, dall’altro non vi è in prospettiva un possibile riavvicinamento con gli Stati Uniti, dato che proprio la presenza delle forze turche sta compromettendo le operazioni delle Syrian Democratic Forces (SDF) contro l’ISIS. Una parte significativa della leadership dell’SDF è, infatti, di etnia curda e molti hanno abbandonato le fila delle forze sponsorizzate dagli USA per unirsi a quelle curde di Afrin, con la conseguente interruzione dell’avanzata dell’SDF.

 

In uno sguardo d’insieme, dunque, è logico concludere che venuta meno l’avanzata dell’ISIS, in ritirata sia in Siria che in Iraq, sullo scacchiere siriano si sono affacciati attori che hanno poco interesse nella lotta al terrorismo e molti interessi nazionali o internazionali e che prima di adesso avevano mantenuto una posizione di non intervento. Con la riconquista di vaste aree del Paese, Damasco ha riaperto il gioco degli equilibri politici in questa parte del Medio Oriente e la Siria diventa terreno e argomento di contrapposizione per il riassetto regionale ma anche, come abbiamo visto, per interessi di più ampio raggio. E paradossalmente, pur avendo abbandonato l’ipotesi di un cambio di regime in Siria, la comunità internazionale si trova a dover far fronte a nuove prospettive di allargamento del conflitto, secondo alcuni osservatori probabile, ad includere regioni come il Libano e Gaza. La rivalità riaccesa tra USA e Russia potrebbe incrementare le probabilità di una escalation in tutta l’area, così come la decisione della Turchia di procedere con ulteriori offensive contro i curdi lungo il confine siriano-irakeno, e l’inasprirsi del contrasto tra Israele e Iran. Sembra, dunque, che al momento vi sia poco spazio per gli interventi umanitari, tanto cari alla dialettica politica di molti Stati Occidentali, e ancor meno spazio per una mediazione diplomatica ora che sono riemerse le vecchie logiche della realpolitik nella regione mediorientale.

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