L’EUROPA CHE NON C’È

Cristiana Era

 

L’attacco congiunto di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna dello scorso 13 aprile nei pressi di Homs e Damasco per colpire i siti che custodiscono armi chimiche ha sollevato molti dubbi in merito alla legittimità di tale azione. Ufficialmente si è trattato di una reazione all’uso di tali sostanze nella città di Duma, nel sud-ovest del Paese, avvenuto una settimana prima e attribuito alle forze di Assad. In realtà, da più parti – inclusi alcuni ex alti ufficiali militari americani – si è considerata tale attribuzione come inattendibile. In effetti, per chi si occupa di analisi geopolitica è difficile credere che il regime siriano che ha riconquistato molte posizioni e che, come ha detto qualcuno, “ha già vinto”, possa aver compiuto un atto che dal punto di vista strategico e militare non ha alcun senso e che per di più avrebbe in qualche modo provocato l’indignazione della comunità internazionale. E qualcuno ha anche ricordato che l’intervento in Iraq nel 2003 fu giustificato dall’amministrazione americana proprio in base alla presunta esistenza di un arsenale chimico che però non fu rinvenuto. La certezza della responsabilità non è dunque stata accertata con precisione e perciò la legittimazione dell’intervento occidentale viene meno di per se stessa.

 

Occorre poi porsi qualche domanda su quale sia la prospettiva dell’Europa nel settore della difesa. L’ipotesi di intervento prospettata qualche giorno prima dell’uso dei Tomahawk non ha trovato tutti i governi dell’Unione d’accordo. Italia e Germania si sono chiamate fuori e i commenti a supporto ad azione conclusa sono stati assai tiepidi. Al di là delle dichiarazioni ufficiali di Macron o della May, è chiaro che l’intervento non è stato dettato da motivi umanitari, o le potenze occidentali si sarebbero mobilitate già da tempo per fermare un massacro di centinaia di migliaia di morti. Più logico pensare, invece – come da classica realpolitik in ambito internazionale – ad interessi nazionali, tra cui il recente confronto/scontro tra Russia e Gran Bretagna. Interessi di alcuni Paesi, non di tutta l’Unione Europea, come ha indirettamente dichiarato il Presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, che non ha mancato di sottolineare che non c’è stato un pieno coinvolgimento di tutta l’UE e che l’Alto Rappresentante UE per la politica estera e la sicurezza, Federica Mogherini, è stato avvisato, ma non coinvolto. Eppure l’intervento in Siria non è certo un affare di pochi, viste le ripercussioni della guerra sulle ondate migratorie nel continente. In primo piano, ancora una volta, l’assenza dell’Italia nelle politiche bilaterali e multilaterali dei vari membri, non per la mancanza di un governo ma per la mancanza di credibilità del nostro Paese e per la sua incapacità di imporsi come membro effettivo e non “a rimorchio” dell’Unione.

 

Allora è lecito chiedersi in cosa effettivamente consista la PESC, e soprattutto quali prospettive possa avere la neonata PeSCo (acronimo di Permanent Structured Cooperation), la politica di cooperazione militare, che dovrebbe rappresentare un passo ulteriore a sostegno della PESC, e lo step iniziale per abbattere l’ultimo dei simboli della sovranità nazionale e arrivare alla creazione di un esercito europeo. L’integrazione monetaria e l’esercito europeo sono stati in passato la tomba dell’integrazione europea proprio perché considerati il cuore della sovranità di una nazione. E così nel 1954 la debacle della CED, la Comunità Europea di Difesa, segnò la fine di un progetto di Europa di più ampio respiro e si tornò a parlare di integrazione per settori ristretti. Come allora, oggi si continua a parlare di integrazione europea, ma le politiche dell’Unione sembrano non riuscire a rispondere alle necessità dei suoi cittadini, soprattutto nel campo della sicurezza. Il fallimento della politica comune (e relativi accordi) sulla gestione dei flussi migratori da Africa, Medio Oriente e Asia e la totale mancanza di una politica estera comune a fronte di uno scenario internazionale che richiede alle organizzazioni regionali coesione interna e una sola voce per poter essere considerate credibili – quali il conflitto siriano e il riemergere di una Russia forte – fa pensare all’Europa non come una entità integrata ma come un classico carrozzone politico e burocratico all’interno del quale continuano a scontrarsi gli interessi nazionali dei singoli Stati e le cui politiche sono il risultato delle decisioni dei Paesi che con maggior convinzione hanno difeso tali interessi. Se questa è Europa, certo non è quella che avevano in mente i padri fondatori come Jean Monnet, Paul-Henri Spaak, Altiero Spinelli: menti illustri e con una grande visione, che poco vedrebbero delle loro idee in quella che oggi chiamiamo impropriamente Unione Europea, poiché, in effetti, a parte la moneta, di unito non vi è molto altro.

Leave a Reply

Your email address will not be published.