BLOCKCHAIN: COME NASCE, COME FUNZIONA

di Serena Lisi

 

Il termine blockchain è diventato noto con l’uso delle monete virtuali ed in particolare del Bitcoin. Letteralmente, blockchain non significa altro che “catena di blocchi” (crittografati), ossia una serie di record collegati tra loro. Il record è una serie di elementi eterogenei, cioè diversi tra loro, raggruppati insieme secondo regole stabilite dal programmatore. Nel caso della blockchain, questi record sono composti da sequenze che servono a tracciare operazioni fatte sfruttando reti peer-to-peer (P2P), vale a dire reti paritarie, dove tutti gli utenti connessi hanno accesso a risorse messe in comune per essere condivise e scambiate.

 

Per i profani, si ricorda che, nel linguaggio macchina, tutto è composto da bit, vale a dire sequenze di 0 e 1 (impulsi che segnalano l’apertura o la chiusura di un circuito elettrico) in stringhe da 8 e suoi multipli, ossia in gruppetti di 8 e multipli di 8. I vari blocchi vengono via via aggiunti e collegati gli uni agli altri grazie ad un cosiddetto puntatore hash, una funzione che traccia la posizione e associa elementi dei blocchi stessi, e le operazioni vengono convalidate attraverso un cosiddetto timestamp, cioè una marca temporale che identifica il momento in cui una certa operazione è avvenuta. Per capire il timestamp basta ricorrere a immagini del quotidiano: le matrici numerate di un assegno o di una ricetta medica “a caselle rosse” da piano terapeutico. In breve, siamo in presenza di un sistema gestione e tracciamento di dati virtuali. Per questo motivo, la blockchain viene usata come libro contabile per gli scambi del Bitcoin. Per la valuta virtuale l’utilizzo della blockchain è importante perché permette di tracciare ed anche di convalidare le transazioni, dato che, pur parlando di numeri grandissimi, sappiamo che l’ammontare di Bitcoin è limitato e che, senza l’intervento dei cosiddetti miners, tale ammontare sarebbe distribuito in maniera casuale tra i vari utenti.

 

I miners sono operatori che mettono a disposizione una o più macchine, quindi una certa potenza di calcolo, per elaborare ed

associare un codice ad ogni blocco. I miners ricevono in media 25 Bitcoin per ciascun blocco elaborato. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con un computer può diventare miner, ma solo chi è esperto può ottenere un vero guadagno dall’attività di mining, impiegando una certa potenza di calcolo. Il volume dei dati trattati, infatti, è ingente: il picco di crescita di tale volume si è registrato tra 2014, quando si parlava di una blockchain 20 gigabyte, e il 2017, quando siamo arrivati a quasi 145 gigabyte. Il dato così scritto è poco significativo e può sembrare modesto, ma il sito https://blockchain.info/it/charts/blocks-size ci spiega quanto repentina sia stata questa crescita e quale aumento esponenziale della potenza di calcolo sia richiesta per gestire i blocchi.

 

In realtà, la blockchain nasce molto prima delle valute virtuali. Viene creata negli Anni 90 per perfezionare il funzionamento di funzioni hash chiamate Merkle Tree, che formano un albero di blocchi di informazioni, come dice la parola stessa. Tali funzioni servivano per rendere sicuri certi tipi di database. Fu nel 2008, però, che l’uso della blockchain fu associato al Bitcoin dal suo inventore Nakatomo Satoshi, al secolo Craig Stephen Wright secondo The Economist e BBC International, testate alle quali il “misterioso” personaggio ha rilasciato interviste. Ciò che risulta interessante di questa notizia non è la sua veridicità o meno: in realtà, Wright non ha mai dato vere prove circa la sua identità. È, invece, interessante notare che il caso Bitcoin non viene trattato diversamente da qualsiasi altra notizia dal punto di vista mediatico: l’interesse del grande pubblico, tra 2015 e 2016, si è spesso concentrato maggiormente sull’identità del creatore della blockchain, piuttosto che sulle vere caratteristiche della funzione matematica in quanto tale.

 

Molti utenti – ma anche operatori di sicurezza di enti pubblici e privati – non conoscono nemmeno i rudimenti delle proprietà delle funzioni iniettive di hash, ossia delle funzioni che generano la blockchain. Per capirne l’uso, bisognerebbe intanto riflettere sulle potenzialità di software gestionali quali MinePeon, DiabloMiner, POCLBM. I risultati cambiano enormemente se l’utente è un principiante o invece un ultra-esperto di computer e programmazione, o di matematica e logica. Spesso, invece, si scarica semplicemente uno dei suddetti software per usarlo in modo rudimentale (non user taylored) al fine di raggiungere frettolosamente (e malamente) lo scopo.

 

Un altro aspetto particolarmente delicato è quello legato alla normativa, soprattutto in Italia: l’argomento “monete virtuali” viene spesso liquidato citando il fatto che esse non hanno corso forzoso e che non sono metodi di pagamento elettronico, ma solo forme di baratto (si vedano, per esempio, le avvertenze della Banca d’Italia in merito). Nulla viene detto invece sulla reale tracciabilità delle valute virtuali, che è garantita più in teoria che in pratica. Si dice che il bilancio e le transazioni di Bitcoin  sono pubblici e che nessun indirizzo è totalmente anonimo, ma lo stesso sito https://bitcoin.org/it/proteggi-la-tua-privacy  spiega alcuni trucchi per rendere più difficile la tracciabilità di queste transazioni, come ad esempio il cambio costante di indirizzo.

 

Anche per le monete reali esistono problemi di tracciabilità, ma la differenza con le monete virtuali risiede proprio nel fatto che, se per le monete reali esiste una pur imperfetta normativa in materia, il mondo virtuale è ancora governato da caos e incertezza, sinonimo, per alcuni, di libertà, per altri di alto tasso di rischio. Non a caso, negli ultimi giorni sono sorte discussioni a proposito di hashgraph, il nuovo metodo crittografico che dovrebbe sostituire blockchain. Hashgraph si basa sempre sulle già citate funzioni hash, che servono per tracciare la posizione di un elemento, ma opera in maniera molto più precisa rispetto alle catene di blocchi. Hashgraph, infatti, non avrà bisogno dei miners, ossia dei validatori esterni, per validare blocchi e transazioni. Dato che l’operato dei miners è invece fondamentale per le transazioni eseguite in Bitcoin, sarà molto difficile che hashgraph, seppur più precisa e sicura, vada a sostituire blockchain nel mondo delle valute virtuali che, perciò, resterà sempre dominato da una alta percentuale di incertezza e rischio.

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