CATALOGNA, UNA CRISI EUROPEA

di Cristiana Era

 

La vicenda catalana, come molti osservatori hanno indicato, non è solo una questione spagnola. È certamente anche un problema europeo, e lo è sotto due profili: quello comunitario e quello nazionale.

 

Sul piano comunitario è una nuova spina nel fianco di un’Unione che fa fatica a conseguire un progetto comune e a ritrovare quel significato che oltre sessant’anni fa ha portato alla sua nascita. Se è pur vero che la Catalogna vuole staccarsi dalla Spagna ma rimanere nell’UE, sottolineando come a livello locale il contenzioso sia con lo Stato nazionale, tuttavia Bruxelles si ritrova stretta tra due fuochi. Chiaramente non può riconoscere la secessione, ma allo stesso tempo non farlo mette un punto interrogativo sulle ricadute sull’opinione pubblica, non solo spagnola, quanto alle capacità (o incapacità) dell’UE di fare fronte a questa crisi. Il governo di Rajoy ha preso posizioni molto dure nei confronti degli indipendentisti e non ha mai mostrato la volontà di sedersi ad un tavolo per trovare una soluzione di compromesso. La destituzione e poi l’arresto di un governo, quello catalano, legittimamente eletto, pone forse degli interrogativi a livello legale, ma è indubbio che si tratti principalmente di un problema politico.

 

La questione catalana è poi un problema europeo a livello nazionale perché riguarda anche i singoli membri dell’Unione, molti dei quali hanno a che fare a loro volta con spinte secessioniste, inclusa l’Italia. E dunque l’attenzione su cosa succederà nei prossimi mesi sarà alta da parte di tutti i governi, e non può essere altrimenti perché una secessione effettiva di una regione all’interno del blocco europeo, ritenuta impensabile fino a poco tempo fa, potrebbe creare un precedente o comunque ridare vigore ad altre spinte indipendentiste con effetti più o meno destabilizzanti in altri Paesi. È forse eccessivo pensare ad un effetto domino, ma non è irrealistico ipotizzare che un successo finale della Catalogna indipendente non abbia ripercussioni su altre regioni. A questo contribuisce il fatto che, al di là delle responsabilità effettive dei governi centrali, il sistema nazionale è al momento attuale in crisi, in parte per l’erosione del concetto tradizionale di Stato – in questo con il contributo delle spinte europeiste all’integrazione che con gli anni hanno eroso i poteri centrali nazionali – che non riesce più a rispondere alle esigenze locali. È la crisi dell’Europa delle nazioni, e non necessariamente è un aspetto positivo in mancanza di un’Europa forte e coesa.

 

Comunque sia, il problema è stato posto e c’è una bomba da disinnescare. In questo l’UE potrebbe ancora avere un ruolo per riuscire a farlo: quello di mediare tra i secessionisti, che pure hanno vinto un referendum che anche se incostituzionale è pur sempre una consultazione popolare che si è svolta, e il governo di Madrid, che ha mostrato, a detta di tutti, forse troppa intransigenza e ha commesso una serie di errori che aumentano la base di consenso per il presidente destituito della Catalogna, non ultimo l’arresto suo e dei membri del suo esecutivo. Al di là della legittimità o meno del referendum, il risultato delle votazioni ha comunque attribuito agli indipendentisti il 90% dei consensi espressi. C’è allora da chiedersi come mai i sostenitori del governo centrale non siano andati a votare per evitare di arrivare a questo punto, ma hanno preferito scendere numerosi in piazza (cui i media italiani non hanno dato eccessivo risalto in realtà) dopo la rottura fra governo locale e governo centrale.

 

Per sapere cosa succederà occorre solo aspettare. Difficile fare previsioni, ma la domanda adesso è se nella democratica e pacifica Unione Europea, si può tornare indietro e da una scintilla far riemergere la violenza nelle contrapposizioni politiche, violenza che si credeva ormai retaggio del passato.

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