LE CAUSE GEOPOLITICHE E SOCIALI DELL’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA DA AFGHANISTAN E PAKISTAN [1]

di Cristiana Era

 

Quando si parla di immigrazione emergono due caratteristiche principali. In primo luogo i grandi flussi migratori sono un fenomeno complesso che andrebbe analizzato attraverso lo studio delle sue varie componenti poiché molteplici sono le cause profonde che li generano e che possono essere di natura economica, sociale, politica e perfino ambientale (pensiamo ai disastri naturali che hanno in passato forzato migliaia di persone a lasciare le proprie regioni di appartenenza – siccità, alluvioni, pestilenze, grandi cambiamenti climatici in genere, ecc). Il secondo aspetto da tenere a mente – strettamente correlato al primo – è l’estrema mutabilità del fenomeno stesso: nel tempo le ondate migratorie sono cambiate nei numeri, nelle aree di origine ma anche di destinazione, nelle cause, nella composizione socio-culturale e nell’età dei migranti. Occorre, infine, distinguere tra immigrazione legale ed illegale. In questa analisi viene presa in considerazione l’immigrazione illegale.

 

Non vi è dubbio che tra i motivi principali che governano i flussi di irregolari vi siano ragioni economiche, di instabilità politica o per conflittualità in atto. Ma oltre a questo occorre considerare anche gli aspetti sociali e comunitari dello Stato di origine e i parametri (economici, politici, ecc.) degli Stati di destinazione, in particolare quando trattiamo di Paesi che hanno una struttura sociale e culturale significativamente diversa da quella occidentale, come nel caso di Afghanistan e Pakistan (gerarchica, su base familiare, discriminatoria nella distinzione uomo-donna e fortemente radicata in tradizioni e leggi tribali). In altre parole, al di là di un conflitto devastante come quello a cui assistiamo oggi in Siria, rimane difficile attribuire ad una singola causa un incremento improvviso del flusso migratorio verso altri Paesi o continenti. Proprio l’Afghanistan ne è un esempio. Secondo i dati dell’Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite, a partire dal 2014 gli afghani sono stati il secondo gruppo di profughi più numeroso, dopo i siriani [2]. E questo sia a livello mondiale (con 2,6 milioni di profughi sparsi in 70 Paesi [3]), che a livello Europeo. Nel 2015, sempre secondo l’Agenzia, 1,2 milioni di immigrati hanno raggiunto l’Europa rispetto ai 216 mila dell’anno precedente, molti in cerca di asilo e molti senza permesso di soggiorno. Di questo milione e 200mila sbarcati in Europa lo scorso anno, oltre 300mila sono afghani.

 

Come già accennato, le cause sono molteplici. In primo luogo gli afghani sono un popolo tradizionalmente in movimento: da secoli, in gran parte per la porosità dei suoi confini, gli afghani emigrano in cerca di migliori prospettive di lavoro, per lo più verso i territori confinanti di Iran e Pakistan ma anche, in misura minore, verso l’Europa. Una delle caratteristiche dell’immigrazione afghana è stato il ritorno in patria periodico ma nel tempo questo aspetto è mutato e negli ultimi anni è in crescita il numero di coloro che emigrano con l’obiettivo di stabilirsi definitivamente al di fuori del Paese. Prendendo in considerazione i dati degli ultimi tre decenni, alcuni studi hanno rilevato che il flusso migratorio è aumentato negli anni precedenti al 1992, ovvero il periodo dell’occupazione sovietica, per poi diminuire tra il 1992 e il 1996 dopo la caduta del regime filosovietico di Najibullah, periodo in cui si è verificato anche un incremento dei ritorni in patria. Con l’arrivo del regime talebano l’emigrazione è aumentata nuovamente e fino al 2001. Dal 2001 al 2006 molti afghani sono rientrati nuovamente in patria. E infine, nuovo esodo dal 2007 al 2011.  Come dobbiamo leggere questi dati? Nel periodo che precede il 2001 il livello di insicurezza e conflittualità ha determinato in modo sostanziale il flusso migratorio (senza però escludere del tutto le cause economiche), mentre la stabilizzazione degli anni successivi a livello politico e di sicurezza con la caduta del regime talebano ha favorito il rientro di molti. A partire dal 2007 si assiste all’ondata migratoria dall’Afghanistan più recente, forse la più complessa perché è quella che più di altre unisce il fattore economico (con la diminuzione degli aiuti internazionali dopo la transizione e la chiusura della Missione ISAF) a quello legato alla sicurezza e stabilità (con una recrudescenza del conflitto interno e della progressiva ripresa di parte del territorio delle forze talebane) a cui vanno aggiunte le sistematiche violazioni dei diritti umani per quanto riguarda la popolazione femminile. Ricordiamo che l’Afghanistan è uno dei Paesi più poveri al mondo, con il 40% della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà, secondo i dati della Banca Mondiale e un terzo degli abitanti è disoccupato. Avere una buona istruzione non garantisce il posto di lavoro: le posizioni economicamente più appetibili in seno all’amministrazione o anche nel privato (quando esiste) sono assegnate in base alle relazioni sociali e politiche e all’appartenenza ad uno specifico gruppo etnico [4]. Le elezioni del 2014, nonostante le promesse dell’ex economista della Banca Mondiale, Ashraf Ghani, di creare programmi per rilanciare l’economia afghana, non hanno migliorato la situazione interna. Sulla legittimità del Presidente stesso rimangono forti dubbi date le molteplici denunce di frodi in campagna elettorale. Il governo si è indebolito a fronte di una ripresa della guerriglia talebana che sta riconquistando a poco a poco le aree afghane già liberate dalla coalizione internazionale e si fa sempre più forte la minaccia contro coloro che a vario titolo (traduttori, giornalisti, membri di organizzazioni internazionali e non governative, ecc.) hanno a suo tempo collaborato con le forze straniere.

 

L’Afghanistan è quasi totalmente dipendente dagli aiuti stranieri, basti pensare che tra il 2010 e il 2011, il supporto internazionale rappresentava l’85% del budget nazionale. Il ritiro delle forze internazionali nel 2014 ha perciò avuto un impatto economico devastante: il prodotto interno lordo è sceso dall’11,5% nel periodo 2007-2012 all’1,5% negli anni 2013-2015 [5]. A questo si aggiungono i fallimenti della politica di sviluppo a partire dal 2001 che hanno impedito all’Afghanistan di dotarsi delle infrastrutture necessarie a far ripartire l’economia, dalle dighe ai parchi industriali, allo sfruttamento delle risorse interne che pure esistono. La mancata realizzazione del TAPI (ora TAP), il gasdotto che avrebbe dovuto portare il gas turkmeno a Pakistan e India, ha sicuramente compromesso la possibilità di intraprendere la strada per lo sviluppo energetico, un settore in cui il Paese è quasi totalmente deficitario.

 

Inoltre, gli aiuti internazionali, non sempre accompagnati da un adeguato controllo sul loro impiego da parte dei Paesi donatori (in particolare da parte dell’Unione Europea), hanno reso l’Afghanistan dipendente dai suddetti aiuti in modo cronico, non avendo le istituzioni statali avuto la necessità di sviluppare delle capacità per generare reddito durante il periodo della presenza internazionale. L’afflusso di miliardi di dollari gestiti da istituzioni deboli e in mano a sottili equilibri familiari, etnici e tribali, hanno  in aggiunta contribuito alla già ben radicata corruzione a tutti i livelli governativi ed istituzionali, anche quelli più bassi. Tanto che Amnesty International classifica l’Afghanistan al terzo posto fra gli Stati più corrotti al mondo dopo la Corea del Nord e la Somalia [6]. Andrebbe aggiunto che il flusso di aiuti durante la missione ISAF è stato “militarizzato” con i seguenti risultati: poco o nessun coordinamento con le organizzazioni civili, più integrate con la popolazione e in grado di fornire informazioni sulle reali necessità; gli afghani che ricevevano aiuti rischiavano di diventare un target dei talebani perché accusati di collaborazionismo con il nemico; difficoltà di verificare l’impatto dei progetti di aiuto allo sviluppo; progetti militari e civili non coordinati e magari in sovrapposizione; e infine la mancata elaborazione di una strategia politica di medio e lungo periodo [7].

 

L’età degli afghani che lasciano il Paese è molto bassa, almeno secondo i nostri parametri, variando tra i 15 e i 24 anni, sono per lo più maschi, tre quarti dei quali non hanno un’istruzione. La giovane età dei migranti non deve stupire: la popolazione afghana è infatti molto giovane. Un uomo di quaranta anni nella società afghana è considerato un anziano in quanto le aspettative di vita nel Paese rimangono molto basse e un minore come lo intendiamo secondo i nostri canoni non è un bambino ma viene considerato alla stregua di un uomo adulto. L’87% di questi è immigrato clandestinamente per motivi legati a migliori prospettive di lavoro all’estero, al disagio socio-economico in patria, alla corruzione come fenomeno endemico e alla mancanza di fiducia nelle istituzioni e nel futuro. Generalmente affrontano il viaggio da soli o in compagnia di conoscenti, più raramente – fino ad un paio di anni fa – della famiglia. Va, infatti, precisato che nell’ultimo anno stiamo assistendo ad un incremento dell’esodo di intere famiglie.  Il viaggio degli immigrati è finanziato da prestiti o donazioni dalla famiglia o conoscenti in patria o che si trovano già all’estero, il che suggerisce che alla base del processo migratorio c’è una strategia di lungo periodo volta a procurare un sostentamento ai familiari in Afghanistan oppure un ricongiungimento familiare o ancora essere un punto di riferimento locale e un appoggio per emigrazioni successive di parenti e conoscenti. Immigrare regolarmente in molti Stati Occidentali è difficile e per molti afghani l’unica possibilità è l’immigrazione clandestina attraverso le rotte gestite dai trafficanti di esseri umani [8]. E’ questo anche un fenomeno a cui bisognerebbe dedicare maggiore attenzione. Le rotte illegali dei trafficanti cominciano nel Paese di origine e sono alimentate lì. Ogni Paese di transito ha, a sua volta, la propria rete di trafficanti perfettamente organizzata e coordinata che spesso si appoggia a membri corrotti delle istituzioni locali e ad associazioni o organizzazioni non governative. La crescente necessità per le popolazioni di emigrare ha reso questo traffico estremamente lucrativo, molto più del traffico di stupefacenti. Si tratta di viaggi lunghi, che durano mesi, in alcuni casi anche anni. Le rotte clandestine che dall’Afghanistan portano in Europa attraverso Iran o Pakistan, Turchia e Grecia sono pericolose e molti non arrivano a destinazione. Le tragedie umane che colpiscono queste ondate migratorie, dunque, iniziano ben prima di quelle che colpiscono i barconi nel Mediterraneo.

 

Pakistan

 

L’origine dell’immigrazione pakistana in Europa presenta alcune caratteristiche che la differenziano da quella afghana. Si potrebbe dire che quella pakistana è più “organizzata” per le modalità con cui si è evoluta nel corso del tempo ed è una immigrazione di tipo prevalentemente economico anche se non mancano casi di emigrazione per persecuzioni di tipo politico e religioso. Iniziata negli anni ’60 e diretta principalmente verso il Regno Unito, la Germania e la Norvegia, si trattava di immigrazione regolare di pakistani con una istruzione e appartenenti alla classe media, impiegati nei settori dell’industria e dei servizi e provenienti per lo più dalle regioni del Punjab  e del Kashmir. L’integrazione nei rispettivi Paesi di destinazione ha favorito il flusso e i ricongiungimenti familiari negli anni successivi. I primi flussi clandestini verso l’Europa sono invece cominciati a partire dagli anni ’90: si tratta di individui appartenenti ai ceti più poveri che viaggiano attraverso le rotte dei traffici illegali. Alcuni entrano con un permesso temporaneo (turistico o di studio) per poi prolungare la propria permanenza. Come nel caso di altri Paesi, è difficile dare una stima dei pakistani clandestini in Europa: alcuni dati parlano di circa 2 milioni di individui, cifra che però include anche gli emigrati regolari, molti dei quali vivono nel Regno Unito, mentre si stima che il flusso di irregolari tra il 2010 e il 2014 sia stato di circa 14 mila unità [9].

 

Negli anni ’70 è iniziata la grande migrazione pakistana verso la Grecia. E qui occorre  soffermarsi perché, come è noto, proprio la Grecia è il punto di entrata più importante in Europa insieme all’Italia. E lo è diventato grazie alle politiche greche del passato. Negli anni ’70 il governo di Atene firmò un accordo bilaterale con Islamabad per l’impiego temporaneo di lavoratori specializzati pakistani nel settore della cantieristica navale. All’accordo ne seguirono altri tra l’associazione degli industriali e il Pakistan per l’”importazione” di lavoratori pakistani per il settore tessile. Si trattava dunque di immigrazione assolutamente legale. L’introduzione della libera circolazione all’interno dell’Unione Europea (1992) favorì la prima grande ondata di immigrazione clandestina poiché apriva le porte al resto dell’Europa [10]. Poi dal 1998 fino al 2005 la legislazione greca ha permesso di regolarizzare via via tutti i clandestini entrati nel Paese, incoraggiando di fatto l’arrivo di altri migranti, attratti dalle migliori prospettive economiche che il nostro continente poteva offrire e alla presenza di una folta comunità pakistana già stanziata sul territorio e nel nord Europa. Con l’interruzione dei programmi di regolarizzazione e con la crisi economica che negli ultimi anni ha colpito in modo particolarmente duro la Grecia, la volontà di rimanere una volta arrivati è diminuita facendo diventare il Paese una via di transito verso altre e più economicamente appetibili destinazioni. Come per altri immigrati, anche nel caso dei pakistani la scelta di emigrare e il Paese di destinazione è fortemente influenzata dai “social network”, le connessioni sociali e familiari a livello informale. I pakistani ricevono le informazioni dai loro connazionali che già sono in Europa sulle condizioni di vita locali, sul sistema (ed eventualmente come aggirarlo), inviano soldi in patria (le rimesse costituiscono  tra il 5 e il 6% del PIL pakistano [11]) e avendo già formato una comunità rappresentano un punto di riferimento e di accoglienza per coloro che devono intraprendere il viaggio. La rotta passa, ancora una volta, per l’Iran, la Turchia e la Grecia. Il costo di un viaggio clandestino varia tra i 2000 e gli 8000 euro a seconda della rotta (terrestre o marittima) e delle condizioni offerte (che includono eventualmente anche documenti falsi rilasciati da funzionari locali corrotti). Nella maggior parte dei casi, come per l’Afghanistan, si tratta di immigrati maschi di età che varia tra i 18 e i 30 anni, anche qui per una questione culturale pakistana e anche perché la Grecia non offre l’opzione del ricongiungimento familiare. Appartengono ai ceti poveri delle aree rurali, moltissimi dal Punjab e molti sono analfabeti, elemento che ostacola l’inserimento sociale nella comunità locale ospitante.

 

Minori non accompagnati

 

Quello dei minori non accompagnati è un fenomeno in crescita ed infatti l’UNICEF calcola che su più di 21 milioni di rifugiati circa 10 milioni siano costituiti da minori, ossia quasi la metà del totale [12]. Una ricerca dell’Alto Commissariato per i Rifugiati [13], confermando i risultati di un altro studio svolto dall’UNICEF nel 2010, ha rivelato che le comunità di origine sono consapevoli che i minori (quindi individui sotto i 18 anni) ricevono protezioni speciali in Paesi come Australia ed Europa e che in larga maggioranza approvano e sostengono il viaggio. Si tratta di ragazzi tra i 13 e i 17 anni con una istruzione secondaria o senza istruzione, ma non mancano casi di bambini di 10 anni. Non necessariamente il minore che emigra è il figlio più grande, anzi spesso si tratta del secondo o terzo figlio. Le motivazioni sono legate alla cultura locale: spesso il figlio maggiore è destinato a sostenere la famiglia in patria, soprattutto se il padre è disoccupato e la famiglia è numerosa. Inoltre la giovane età è considerata un punto di forza perché si ritiene che siano fisicamente più forti e più adatti ad affrontare le fatiche del viaggio. Così come è legato alla cultura sia afghana che pakistana il fatto che siano i maschi ad assumersi l’impegno di arrivare in Occidente in cerca di lavoro, istruzione e benessere economico per poter poi mandare soldi alla famiglia. Le donne rimangono confinate alla casa e sotto dominazione dei membri maschi della famiglia. In ogni caso, sembra che il minore sia sempre coinvolto nella decisione di partire, decisione che viene presa nelle riunioni familiari o anche in occasioni informali come cerimonie, matrimoni, ecc. I minori appartengono al ceto povero ma non così povero da non poter chiedere prestiti o donazioni a parenti ed amici. Oppure appartengono a famiglie non benestanti ma che possono vendere della terra o altre proprietà per finanziare il viaggio. Spesso sono i minori stessi che convincono il resto della famiglia a lasciarli andare, ma in ogni caso un membro della famiglia che emigra è visto sempre positivamente da tutta la comunità. Le cause variano dallo stato di povertà alla mancanza di fiducia in un miglioramento delle condizioni del Paese, all’insicurezza, e anche al polo di attrazione rappresentato dalla diaspora. I minori, inoltre, sono spesso attratti dal fatto che i propri amici sono già partiti e dalle storie raccontate da altre famiglie, vicini o conoscenti, che hanno già un loro congiunto all’estero. Vi è poi da tenere presente un altro fattore socio-culturale: per molti il viaggio rappresenta un rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta. Infine, alcuni minori emigrano per fuggire al pericolo di essere catturati dai potenti locali e abusati sessualmente. Purtroppo è questa una delle piaghe peggiori che ancora affliggono l’Afghanistan.

 

Conclusioni

 

L’ondata migratoria da Afghanistan e Pakistan degli ultimi anni e dello scorso anno in particolare è stata dettata dal deterioramento della sicurezza interna e delle condizioni economiche nel primo caso e nell’instabilità politica e nella recessione economica nel secondo caso. Va precisato che alcuni emigranti non provengono direttamente dal loro Paese di origine ma da altri Paesi di destinazione (quasi tutti in Medio oriente) in cui le condizioni di vita sono peggiorate al punto tale da convincerli a tentare la via dell’Europa [14]. Nel caso dell’Afghanistan ci si potrebbe chiedere se l’intervento internazionale, cominciato bene, non abbia lasciato un Paese in condizioni peggiori di come era. Nel caso del Pakistan, invece, è principalmente la crisi economica e l’instabilità politica interna, accompagnata dal deterioramento delle condizioni di vita in Paesi vicini e tradizionalmente meta dell’immigrazione pakistana a fare in modo che chi vuole emigrare guardi sempre più all’Europa. In entrambi i casi, molto hanno influito i social network e gli emigrati già residenti in Europa: due fattori importanti, insieme ad altri racconti di conoscenti e amici in loco, che hanno veicolato in modo esponenziale le storie di successo di chi è immigrato prima di loro, fornendo altresì suggerimenti e informazioni su come affrontare il viaggio. Occorrerebbe studiare meglio la questione delle reti internazionali del contrabbando di immigrati una vera e propria filiera fatta di collaborazioni fra criminali di nazionalità diversa: difficilmente a livello istituzionale internazionale si vede una simile collaborazione. E proprio su questo puntano il dito vari analisti, secondo i quali non si può combattere efficacemente il fenomeno dell’immigrazione clandestina senza riuscire a combattere e distruggere le reti dei contrabbandieri, ma per far ciò occorre un impegno coordinato in primis  degli Stati attraversati dalle rotte clandestine, ma anche degli Stati di origine e di destinazione, cosa che al momento manca: un argomento ancora poco o nulla trattato.

I possibili scenari futuri non lasciano intravedere miglioramenti per quanto riguarda l’Europa. Mancano strategie e politiche di lungo periodo da qualunque parte si guardi al fenomeno. In primo luogo, i flussi continueranno ad avere proporzioni da esodo di massa perché nei Paesi di origine o di prima accoglienza non vengono eliminate le cause economiche o politiche e/o sociali che li hanno creati. L’Afghanistan ad esempio sta – non troppo lentamente – ritornando allo stato in cui si trovava prima dell’intervento delle forze internazionali. L’instabilità afghana avrà a sua volta ripercussioni sul Pakistan che rimane intrappolato nella crisi economica e in una certa instabilità politica che al nord, nelle Aree tribali sotto amministrazione federale tra cui spicca il Waziristan, si traduce nella presenza di safe havens per gruppi legati ai talebani afghani e all’estremismo islamico pakistano. Accenno solamente al fatto che anche in Medio Oriente e Africa le aree destabilizzate o in via di destabilizzazione (paradossalmente anche a causa della presenza di profughi) si stanno allargando, preludio ad ulteriori spostamenti di massa. Basti solo pensare al Libano, già in equilibrio politico precario da sempre, che ormai ospita campi profughi che rappresentano un quarto della popolazione totale.

In secondo luogo, i Paesi di destinazione, come la UE ha ampiamente dimostrato, affrontano il problema con misure a livello nazionale e non coordinato, volte per lo più a cercare di arginare il fenomeno senza invece guardare più lontano pianificando una strategia di lungo periodo. Del resto, trattandosi di una sfida globale, va da sé che andrebbe affrontata in modo globale e non con misure estemporanee dettate dall’emergenza, come quelli a cui stiamo assistendo.

In terzo luogo, appare inadeguato anche tutto l’impianto giuridico del diritto umanitario internazionale, che da un lato è fermo alla Convenzione del 1951 per quanto riguarda lo status di rifugiato, mentre l’UNHCR e le varie agenzie internazionali per i diritti umani stanno tagliando i fondi ai Paesi che da tempo ospitano sul proprio territorio i campi profughi. Dall’altro lato le politiche volte alla protezione dei rifugiati non affrontato il problema dei rifugiati di lungo periodo che ormai vivono in una sorta di limbo nei Paesi ospitanti senza poter far rientro ma senza – in molti casi – poter acquisire diritti come quello al lavoro, alla residenza permanente, ecc. [15].

Infine, guardando ai Paesi che non sono immediatamente toccati da questa emigrazione mondiale, tipo i Paesi dell’America Latina e diversi Paesi dell’Asia, si nota una mancanza di offerta di burden-sharing, lasciando il peso economico, politico e sociale sulle spalle dei Paesi che da decenni ospitano rifugiati. E come si sa, le risorse non sono infinite. Anche su questo manca una visione globale del fenomeno.

Alla luce di quanto appena illustrato, gli accordi bilaterali con il Pakistan e con l’Afghanistan per il rimpatrio forzato di immigrati clandestini nei loro Paesi di origine appaiono come la goccia nel mare e non sempre di facile attuazione, mentre le campagne di informazione tramite cartelloni pubblicitari o via internet come quelle dell’Ambasciata tedesca in Afghanistan che illustrano i pericoli del viaggio e l’infondatezza delle notizie sulla possibilità di ottenere immediatamente lavoro, status di rifugiato o sussidi sono del tutto inutili perché ignorano le cause reali che spingono gli afghani ad emigrare, ritenendo il fenomeno dovuto ad una mancanza di corretta informazione, ossia sul concetto elementare ed inesatto della inconsapevolezza degli enormi pericoli che il viaggio comporta. Andrebbe aggiunto che il livello di alfabetizzazione della popolazione che emigra è molto basso, quasi nullo. Se poi si considera la diffidenza di qualunque comunicazione arrivi dalle istituzioni, che siano locali o straniere, si può comprendere perché tali campagne siano destinate da subito al fallimento. Va tenuto presente dunque che i rischi (di annegare, di entrare nella rete della droga, di essere uccisi o rapiti, incarcerati ecc) possono essere un deterrente per alcuni, ma non per la maggior parte degli immigrati, per i quali le prospettive e le opportunità di una vita migliore altrove compensano le difficoltà del viaggio.

Uno sguardo alla situazione internazionale indica che i conflitti nelle aree di crisi durano sempre più a lungo, spingendo le masse ad emigrare non più solo nei Paesi confinanti ma anche nei continenti più lontani grazie alle tecnologie e alle nuove rotte e all’apertura – ufficiale o meno – di molti confini. Anche questo è globalizzazione. Di fatto il prolungamento delle crisi da una parte spinge più gente ad emigrare, dall’altro ne impedisce il rientro; il rischio dunque è che questa situazione di emergenza che oggi vivono l’Italia e l’Europa, sia in realtà la nuova normalità.

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NOTE

[1] Articolo tratto dall’intervento dell’autore al convegno “Immigrazione, Terrorismo e Sicurezza Urbana”, organizzato da CEDUS (Centro Documentale Sicurezza Urbana e Polizia Locale), Lignano Sabbiadoro, 2 dicembre 2016

[2] Cfr.: UN High Commissioner for Refugees (UNHCR), UNHCR Global Trends 2014: World at War, 20 June 2015

[3] Cfr.: UN High Commissioner for Refugees (UNHCR), Regional Overview: Solutions Strategy for Afghan Refugees, update 2015-2016

[4] Cfr.: http://www.dw.com/en/afghanistans-elite-fleeing-to-europe/a-18406681

[5] Cfr.: Vision Europe Summit 2016,  Understanding the Drivers of Migration to Europe:  Lessons from Afghanistan for the Current Refugee Crisis

[6] Cfr.: Ibid

[7] Cfr: Keating, M. & Stapleton, B. J. “Military and Civilian Assistance to Afghanistan 2001 – 14: An Incoherent Approach”, Chatham House Briefing Paper, Luglio 2015  

[8] Cfr.: Ibid.

[9] Cfr.: http://thediplomat.com/2015/12/pakistans-conflict-zone-migrants/

[10] Cfr.: Kleopatra Yousef, “The vicious circle of irregular migration from Pakistan to Greece and back to Pakistan. Background Report: Migratory System 3 (Pakistan)”, Hellenic Foundation for European and Foreign Policy (ELIAMEP), 2013

[11] Cfr.: Budapest Process. A Silk Routes Partnership for Migration, “Pakistan Migration Country Report 2014”, International Centre for Migration Policy Development

[12] Cfr.: UNICEF, Uprooted Growing Crisis for Refugee and Migrant Children, September 2016

[13] Cfr.: Chona R. Echavez, Jennefer Lyn L. Bagaporo, Leah Wilfreda RE Pilongo e Shukria Azadmanesh, Why Do Children Undertake the Unaccompanied Journey? Motivations for departure to Europe and other industrialized countries from the perspective of children, families and residents of sending communities in Afghanistan, Afghanistan Research and Evaluation Unit and United Nations High Commissioner for Refugees, Issue Paper, December 2014

[14] Cfr.: http://www.migrationpolicy.org/article/europe-migration-crisis-context-why-now-and-what-next

[15] Ibid.

 

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